Magnolia news

Settimanale di letteratura, cinema e cultura varia

Anno 1 – Numero 6

Giovedì 9 ottobre 2003

 

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IN QUESTO NUMERO

 

 

Una sola citazione, questa volta. E non sulla scrittura, né sul cinema. Una citazione da Oreste Del Buono. Un uomo che è passato attraverso tutte (o quasi) le forme di cultura. Che le ha create, spesso e volentieri. Uno di quegli uomini dei quali verrebbe da dire "Senza di lui niente sarà più lo stesso". E che si è spento lo scorso settembre. Lo ricordiamo, appunto, con una citazione.

 

Nei suoi commenti profani Susanna Bonaventura ci accompagna in una lettura benniana, mentre Davide Verazzani e Marco Cavalleri ci propongono le recensioni di quattro film sotto gli occhi di tutti.

 

Ripubblico l’articolo di Gabriella Valera Gruber a causa di alcune imprecisioni (mea culpa!) nel testo.

 

Il racconto della settimana è di Mairi, e si intitola "La solita spazzatura". E’ già stato pubblicato su "Futuro news", ma ho voluto riproporvelo perché, secondo me, vale la pena di rileggerlo.

 

Questa volta vi propongo anche un racconto del sottoscritto. In verità non amo pubblicare qualcosa che ho scritto io perché, essendo il curatore di questa newsletter, mi sembra poco etico. Ma, dopo "La mia prima voce", comparso sul numero zero, molti lettori mi hanno chiesto di presentare qualcos’altro di mio. Li accontento. Confermando, però, che si tratta di un’eccezione.

 

Rita Marinelli ci racconta, nelle sue questioni di libri, di quando la letteratura manualistica femminile l’ha fatta sentire una bambola. Sgonfiabile.

 

E, se Gioma prova a farci sganasciare con alcune strisce, Fabiana Gambardella ci presenta una serie di fairies di casa nostra: c’è di cui preoccuparsi…!

 

Davide Venturi termina il suo discorso su cinema e letteratura.

 

Seguono, come sempre, le segnalazioni di concorsi, corsi ed eventi.

 

Ricordiamo ai lettori che, se desiderano inviarci commenti, articoli e recensioni saranno lette con attenzione e potranno essere pubblicate.

 

Un ringraziamento, come sempre, a tutti coloro che hanno reso possibile questo nuovo numero di "Magnolia news".

 

Buona lettura,

 

Heiko H. Caimi

 

 

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L’ANGOLO DELLE CITAZIONI

a cura di Vincenzo Corvo

 

Il tempo ha infierito su di noi, siamo morti tutti, mia madre, mio padre, io. Dite che io non sono ancora morto? Se ne siete sicuri, non obietto, ma avrei bisogno di escogitare qualcosa che me lo ricordasse, che mi impedisse di ridimenticarmelo puntualmente…

(Oreste Del Buono, La talpa di città, 1984)

 

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COMMENTI PROFANI

Di Susanna Bonaventura

 

Una percezione straniante
(Comici spaventati guerrieri di Stefano Benni)

 

Scrivere è comunicare emozioni, leggere è viverle.

Mi piace lasciarmi cullare dalle parole seguendo l’umore. Quel giorno mi sentivo triste e sono entrata nella solita libreria senza un’idea precisa. Ho scelto Comici Spaventati Guerrieri di Stefano Benni, attratta dal titolo. O meglio, dalla parola "comici": il pensiero di un libro che potesse farmi sorridere già mi aveva messo di buon umore.

Intendiamoci, non avevo cercato un libro di battute spiritose o di barzellette, come molti che troviamo nelle vetrine tutte le estati. Confesso di averne iniziato uno, mesi or sono, e di essere stata presa dalla depressione senza arrivare a finirlo. Non sono riuscita ad alzare nemmeno un angolino della bocca leggendo le battute da cabaret, perché non è sufficiente essere un comico per fare un libro comico. Un libro non è un palcoscenico: ha tempi diversi, usa parole che portano a immaginare un umorismo che non può essere quello mordi-e-fuggi della televisione. Durante uno spettacolo televisivo l’atmosfera creata dalle luci, dagli applausi, dalle risa di sottofondo, fa da supporto. Ma quando tutto questo manca, le battute nude non riescono a reggere.

No, il mio umore aveva bisogno di uno stimolo intelligente, di un sorriso ironico. Di Benni non avevo letto ancora nulla, ma sapevo che, come autore, si distingue dagli altri perché sceglie il comico, una categoria trasversale che è quasi genere, utilizzando un linguaggio versatile che attinge alla lingua orale. Quindi, una scelta non completamente alla cieca.

 

Non voglio parlare della storia, ma del modo di scrivere. Di questo libro mi ha colpito la percezione straniante, un modo creativo di immaginare le scene ed i personaggi che ha portato ad una descrizione originale.

Di ogni aspetto del racconto l’autore coglie la forma più stravagante, descritta utilizzando metafore che stimolano la nostra fantasia. Benni riesce, con visioni un po’ ciniche, a mostrare il personaggio e ad inserirlo in un contesto particolare com’è questo romanzo. Ancora una volta le regole, la chiave di lettura di un racconto e lo stile di narrazione sono fissate dall’autore nelle prime pagine.

Benni non dà indicazioni precise su date e luoghi, ma racconta situazioni lasciando al lettore la possibilità di immaginare. La storia si svolge in un "…paesaggio diverso dal nostro. In agglomerati di abitazioni chiamati città […] nell’era detta del Vecchio con la Caffettiera (dal nome del più antico reperto trovato)[…].

Lucio Lucertola, uno dei personaggi, è un vecchio artritico e con la dentiera, ma in questo modo si sarebbe potuto descrivere un personaggio di un ospizio, in un romanzo dalla trama drammatica e strappalacrime.

No, in questa storia "…Lucio Lucertola (già il nome è tutto un programma) […]riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale. […] sorge dal letto faticosamente, con una protesta rumorosa di tutte le ossa.[…] In un bicchiere sul comodino, Lucio ritrova il sorriso da cui si è separato per una notte[…]"

Il nostro Lucio ha anche altri problemi, legati alla sua età, e li scopriamo seguendolo nella sua quotidianità. […] con un colpo di pettine lusinga i suoi trenta capelli superstiti, quindi eroicamente piscia. Ci fu un tempo lontano, in cui doveva prendere ogni precauzione perché il dorato arcobaleno non imbizzarrisse e bagnasse ovunque […] ora sta attento che maligne gocce perpendicolari non gli condiscano le pantofole"

Mentre il nostro protagonista si è appena svegliato nel letto della propria casa, e ci porta ad immaginare un normale inizio di giornata, ecco arrivare un motivo che distoglie, che attrae l’attenzione. Lucio Lucertola si affaccia e guarda il suo quartiere […]che deve il suo nome al fiume Fagiolo, così chiamato per la purezza delle sue acque le quali ricordano appunto la minestra che si ottiene strangolando detto legume. […] vi si pescano orrendi pesci bitorzoluti con occhi sbarrati che sembran dire: grazie di averci portato via di lì […].

Le apparenti assurdità nella descrizione di luoghi, personaggi e scene sono il motivo trainante di questo libro. Un personaggio come Lucio Lucertola ci fa già sorridere e diventa simpatico. Non stona con l’ambiente in cui lo si fa muovere.

 

La bravura di un autore non è solo quella di scrivere una storia, ma di farlo in modo accattivante, mai banale. Quindi, le premesse per un racconto di una comicità arguta, a mio avviso, c’erano tutte. L’ho letto d’un fiato, e il mio umore è subito cambiato. Scrivere è comunicare emozioni, leggere è viverle.

 

 

Susanna Bonaventura è sposata, ha due figli ed un lavoro da impiegata di banca. Si dice che il raggiungimento dei fatidici 40 anni porti a riflettere. Anche a lei è successo, e la cosa positiva è che le ha fatto scoprire la voglia di scrivere. Attualmente pubblica racconti brevi su vari siti letterari, tra cui www.ioscrivo.net , www.scrivi.com e www.neteditor.it con lo pseudonimo di Kim H.

 

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MAKING MOVIES

a cura di Davide Verazzani

 

A partire da questo numero di Magnolia news presenteremo, accanto alle recensioni delle pellicole presenti nelle sale, commenti a film di recente uscita in vendita ed a noleggio, o "riscoperte" dovute a premiazioni o candidature dell’ultima ora. Partiamo quindi conn"Gangs of New York", da poco uscito in vendita e noleggio, e "Io non ho paura", candidato all’Oscar come miglior film straniero.

 

LA MALEDIZIONE DELLA PRIMA LUNA di G. Verbinski

Il film: Tit. or.: Pirates of the Caribbean: The curse of the Black Pearl - Regia:G. Verbinski -Scenegg.: J. Wolpert, T. Rossio, T. Elliott - Int.: J. Depp. O. Bloom. G. Rush, K. Knightley - Fotogr.: D. Wolski - Mont.: A. Schmidt, C. Wod, St. E. Rivkin - Musica: H. Zimmer, K. Badelt - Prod.: Usa, 2003 - Distrib.: Buena Vista International Italia - Durata: 145'

Port Royal, Caraibi, presumibilmente nel XVII° secolo. Will Turner, unico superstite di un arrembaggio di pirati quand'era bambino, ora fa il fabbro ed è perdutamente innamorato della figlia del governatore, Elizabeth, che lo salvò all'epoca. Inutilmente peraltro, ché troppe sono le differenze di rango, e la ragazza è promessa sposa del commodoro Norrington. Ma quando una misteriosa nave mette a ferro e fuoco la città e rapisce la fanciulla, Will decide di intervenire. Anche a costo di stringere un patto con Jack Sparrow, scrauso pirata in procinto d'essere impiccato ma che millanta misteriose conoscenze sull'identità dei rapitori, liberarlo e rubare la migliore nave della marina inglese per seguirli. Ma gli inseguiti, comandati dal crudele capitan Barbossa, non sono semplici malfattori: a causa di una maledizione legata a un furto di oro azteco, di notte si trasformano in terribili quanto invulnerabili non morti...

La maledizione della prima luna è stato il caso dell'estate cinematografica americana. Non solo e non tanto per gli incassi stratosferici, che l' hanno portato a superare di slancio kolossal sulla carta assai più remunerativi come Hulk e Terminator 3, ma soprattutto perché ha rilanciato un genere - il film di pirati - che sembrava definitivamente tramontato dagli schermi nonostante i ripetuti tentativi (tra cui quello di Polanski con Pirati, probabilmente il suo peggior film) di riportarlo in auge. Il fatto che la pellicola si ispirasse a un'attrazione del parco - divertimenti di Disneyland poteva lasciar perplessi, e la firma del produttore - il famigerato Bruckheimer, corresponsabile con lo yes - man Michael Bay di molto del peggior cinema degli anni '90 (Armageddon e Pearl Harbor, tanto per intenderci) - faceva temere disastri. Ma il film, pur nei suoi limiti dichiarati di prodotto di mero intrattenimento, diverte. Merito probabilmente dell'ensemble all'opera, decisamente superiore a quello sfoggiato dalle mega - produzioni statunitensi delle ultime stagioni. Partendo da un regista come Gore Verbinski, dotato di qualcosa di più del semplice mestiere, che accetta apparentemente le regole care al produttore - sequenze brevissime, montaggio più frantumato di quello di un videoclip, durata sterminata - ma riesce a dinamitarle dall'interno concedendosi qualche bel momento di regia e molta - sana - autoironia. Di una sceneggiatura scritta da due volponi come Rossio e Elliott, autori tra l'altro di piccoli gioielli come Shreck e Small Soldiers, che dan vita a uno script ugualmente debitore del cinema d'animazione e dei classici del genere (Il corsaro dell' isola verde su tutti, ma anche Il pirata di Mannelli per certi momenti pressoché danzati come quello del furto dell'Interceptor). E infine di una compagnia di attori ben assemblata, coi giovani Bloom e Knightley a fare da sfondo alla gigioneria sfacciata (ma non fastidiosa) di un Depp e di un Rush degni in tutto e per tutto di un cartone animato. Certo, tutto sembra comunque andare a velocità doppia, e chi ama un cinema che dica qualcosa anziché niente potrebbe trovarsi a disagio di fronte al vuoto pneumatico di significati e alla ricerca spasmodica del l'effetto videogame con tanto di prove iniziatiche, armi diverse e bonus nascosti che sostanzia tutta la pellicola. Ma per passare una serata spensierata è perfetto, e almeno non tradisce gli scopi ispiratori. Che saranno anche quelli di far soldi vellicando il bambino presente in ogni spettatore: ma di questi tempi, tra supereroi sempre più invadenti e tristi ripescaggi terminatoreschi, non è poi poco. (Marco Cavalleri)

 

TERMINATOR 3: LE MACCHINE RIBELLI di Jonathan Mostow

Il film: (Terminator : Rise of the Machines) Regia: Jonathan Mostow – Scenegg.: J. Brancato, M. Ferris – Int.: A. Schwarzenegger, N. Stahl, K. Loken, C. Danes – Fotogr.: D. Burgess – Mont.: N. Travis, N. Toth – FX: S. Winston – Musica: M. Beltrami – Prod.: Usa/Germania/Australia, 2003 – Durata: 110’.

Sono passati dieci anni da quando John Connor è stato salvato da un Cyborg arrivato dal futuro, contribuendo a evitare il Giorno del Giudizio. Nel frattempo è morta la madre e John, lungi dal diventare il leader dei superstiti alla catastrofe, vive da marginale, privo di recapiti e documenti, nella speranza che il totale anonimato possa garantirgli la tranquillità. Speranze destinate ahimè ad andare deluse, visto che il sistema Skynet ha raggiunto l’autocoscienza ed è pronto a scatenare la fine del mondo. E dal futuro è in arrivo il nuovo modello di cyborg TX, dalle notevoli fattezze femminili, il cui compito – per una volta – non è solo quello di eliminare il prossimo capo della resistenza ma anche tutti i suoi luogotenenti. Tra cui l’ignara veterinaria Kate, ex compagna di scuola e futura consorte di Connor. L’unica speranza di sopravvivere risiede ancora nell’ormai obsoleto Terminator, inviato a proteggere i due nell’ora decisiva dell’umanità…

Terminator 3 era sulla carta uno dei film più attesi dell’anno. Per gli altissimi costi di produzione, per il ritorno di Schwarzy al ruolo che lo aveva eletto a icona cinematografica assoluta, soprattutto per le speranze riposte in un nuovo episodio della saga che aveva più di ogni altra contribuito a dare una nuova direzione al fantastico cinematografico dopo gli exploit di Guerre Stellari e Alien. Tanto da poter argomentare che, come quelli hanno influenzato in maniera decisiva il cinema degli anni ’80, così il cyborg venuto dal futuro è stato un pilastro dell’immaginario dei ’90. Ma nel frattempo sono arrivati gli anni 2000, l’apocalisse – o qualcosa di molto simile – è andata in diretta sui teleschermi di tutto il mondo e alle paure nucleari si è sostituita quella del terrorismo su scala globale. Forse questo giustifica in parte i risultati – non disprezzabili ma senz’altro inferiori alle attese – ottenuti da T3 al botteghino statunitense. Per il resto la differenza la fa ancora una volta il regista. Mostow è un buon artigiano, capace di creare atmosfere thriller magari non nuovissime ma efficaci (si pensi al bel Breakdown) e di imporre un ritmo svelto alla narrazione: ma i suoi meriti finiscono qui. Laddove Cameron è un genio visionario, autore a tutto tondo che – dietro gli altissimi budget e l’accettazione del modus operandi hollywoodiano – ha portato avanti discorsi tutt’altro che banali sull’affinità tra corpo e macchina e sull’ormai consolidata virtualità del reale (e non è forse un caso che il suo film meno riuscito ma per certi aspetti programmatico si intitolasse True Lies).

Discorsi di cui nella presente pellicola non c’è traccia, se non nell’aspetto meramente esteriore del ricalco dei titoli precedenti. L’impressione è quella di trovarsi di fronte a una fotocopia eseguita al pantografo, con scene ripetute passo per passo ma rese più spettacolari dal maggior dispendio di soldi per realizzarle (si veda il primo salvataggio di Connor compiuto dal terminator, replica pressoché esatta ma assai più roboante dell’inseguimento di Terminator 2). Una sceneggiatura stanca e distratta – che fa meno danni quando si limita a copiare rispetto a quando tenta qualcosa di nuovo ( l’episodio nella base militare ricorda certi telefilm dei ’70 soprattutto per scarsa qualità di dialoghi e improbabilità di situazioni)– fa il resto. Da icona inquietante Terminator è scaduto a oggetto di divertimento: ma proprio per questo il divertimento resta molto relativo. Si può vedere, e qualche sequenza è ben fatta : ma resta una chiusa (almeno speriamo: non vorremmo vederci uno Schwarzenegger cyborg ultrasessantenne…) decisamente in minore. (Marco Cavalleri)

 

 

GANGS OF NEW YORK di Martin Scorsese

Il film: Tit. Or.: Idem - Regia: Martin Scorsese - Scenegg.: Jay Cocks, S. Zaillian, K. Lonergan dall'omonimo libro di H. Asbury - Int.: Leonardo Di Caprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz, Jim Broadbent - Fotogr.: M. Ballhaus - Mont.: T. Schoonmaker - Scenogr.. d. Ferretti -Musica: H. Shore - Prod.: Usa, 2002 - Distrib.. Twentieth Century Fox Italia - Durata: 165''

New York, 1846. Nel quartiere di emigranti di Five Points si fronteggiano le bande dei nativi americani e quelle dei nuovi arrivati per lo più irlandesi.Una cruenta battaglia sancisce il trionfo dei primi, capitanati da William Cutting detto Billy the Butcher, che uccide il rivale Padre Vallon, protettore degli emigranti. Sedici anni dopo il figlio di questi, Amsterdam, esce dal riformatorio fermamente deciso a fare vendetta. Il ragazzo, conosciuto Billy, ne viene in pratica adottato e arriva a salvargli la vita: né l'amore per Jenny, affascinante ladruncola che fu nelle grazie del capobanda, sembra convincerlo ad affrettare i tempi dello scontro. Ma quando si è ormai deciso, un tradimento fa sì che venga scoperto e sfigurato dal suo padre vicario. Ristabilitosi, si risolve a combattere apertamente contro di lui approfittando anche del corrotto politico Boss Tweed, sempre pronto a chiudere un occhio sulla legge in cambio di voti e denaro. Ma sono gli anni della Guerra Civile: l'ultimo scontro tra le gang sarà decisamente superato in violenza e ferocia dall'intervento delle truppe inviate a far rispettare la coscrizione obbligatoria.

Gangs of New York è probabilmente il film più atteso dell'anno: per le traversie produttive, per il montaggio infinito, per il suo cast stellare. Infine, ma solo in ordine di numerazione, perché segna il ritorno sullo schermo di Martin Scorsese, forse il miglior regista contemporaneo. Nonostante questo le reazioni statunitensi sono state tiepide tanto a livello critico quanto di pubblico. Va purtroppo riconosciuto che una qualche ragione c'è. Si direbbe che il regista italo - americano, per la prima volta alle prese con un autentico kolossal, voglia approfittare dell'occasione per chiudere i conti con tutto il suo passato di innamorato del cinema. Intento lodevole, laddove fosse accompagnato da una sufficiente coscienza (auto)critica, capace di utilizzare i materiali di partenza per piegarli alla visione del regista. Procedimento ben conosciuto da Scorsese, gran conoscitore e manipolatore del cinema universale. Ma stavolta, forse a causa di ambizioni smisuratamente maggiori, la consapevolezza di cui si è dimostrato dotato in passato sembra fargli difetto. E così "l'ispirarsi a" diventa in realtà "citazione di"senza alcuna mediazione, aggiornando alle nuove tecniche di ripresa e montaggio un patrimonio cinematografico immenso ma privo di una coerente direzione. Sullo schermo si intreccia un secolo di storia del cinema da Griffith a Leone, da Ejzenstejn a Von Sternberg, passando per il mafia- movie caro all'autore e la riflessione amara sul mito della frontiera che fu del sottovalutatissimo I Cancelli del Cielo di Cimino, di cui la presente pellicola sembra un possibile aggiornamento. Ma la citazione come significante - vedi l' esempio di un altro cineasta italoamericano, De Palma - ha un suo senso quando è funzionale al racconto, non quando ne diventa la ragion d'essere. Che è precisamente quanto sembra accadere qui, a tutto scapito della coerenza interna e della presunta forza simbolica del racconto. Ne risulta un omnibus vagamente mostruoso e respingente, dove a una somma infinita di pezzi di bravura si contrappongono lunghi tempi morti, con un cast adeguato nei ruoli di contorno ma poco azzeccato per quelli principali (con la fortunata eccezione di un grande Daniel Day-Lewis) e incredibili movimenti della macchina da presa contraddetti da clamorosi errori di montaggio. Se l'ambizione dichiarata era quella di riproporre una "Nascita di una nazione" filtrata dalla sensibilità inquieta di un cineasta che ha fatto dell'ossessione di colpa e della ricerca di salvezza le sue cifre poetiche(e non sarà forse un caso che il personaggio di Di Caprio fosse, almeno nelle intenzioni, quello del "salvatore venuto dalla strada" di springsteeniana memoria), va purtroppo delusa. Smisurato, gigantesco, qua e là vagamente allucinatorio (basti solo la sequenza del combattimento finale sospeso nella nebbia o l'episodio nella taverna/teatro cinese), Gangs of New York è certamente un grosso film che non è riuscito a diventare un grande film. Da vedere, certo. Ma era lecito sperare in un risultato migliore. (Marco Cavalleri)

 

IO NON HO PAURA di Gabriele Salvatores

Il film: Tit. or.: Idem - Regia: Gabriele Salvatores - Scenegg.: N. Ammaniti, F. Marciano, dall'omonimo romanzo di N. Ammaniti - Int.: G. Cristiano, M. Di Pierro, D. Abbrescia, D. Abatantuono - Fotogr.: I. Petriccione - Mont.: M. Fiocchi - Musiche: P. Scherman, E. Bosso - Prod.: Italia/Spagna/Gb, 2002 - Distrib.: Medusa - Durata: 109'.

Tra Basilicata e Puglia, alla fine degli anni '70. Michele, dieci anni, passa la vita tra la monotonia del piccolissimo paese d'origine e le eccitanti fughe tra i campi di grano insieme ai pochi coetanei. Durante una di queste scopre per caso un buco nel terreno a malapena occultato da una lastra di lamiera ondulata. Il buco contiene qualcuno, forse un morto, forse un fantasma. Sicuramente un bambino, che ha la sua stessa età e che non si capisce da dove arrivi. Ma nel frattempo i genitori di Michele e i loro amici tengono comportamenti strani, arriva dal Nord un certo Sergio che non sembra una brava persona, e la televisione rimanda gli appelli di una madre cui è stato sequestrato il figlio. Quando Michele capirà che cosa sta succedendo, dovrà sfidare il mondo dei grandi e dimostrare - anche a costo della vita - di non avere paura…

Io non ho paura, ultima fatica di Gabriele Salvatores, è stato tra i film di punta dell'ultima edizione del Festival di Berlino. Pur non vincendo alcun premio è stato in lizza per quello maggiore e, fatto davvero memorabile per una pellicola italiana, si è guadagnato molte vendite all'estero praticamente a scatola chiusa. Successo meritato? Sono tra gli ammiratori del regista milanese, a mio parere tra i pochi in Italia a tentare di fare un cinema intelligentemente popolare e dai plurimi livelli di lettura, per cui il giudizio potrebbe essere viziato in partenza: ma la risposta è un sì convinto.

Da tempo Salvatores tentava di svincolarsi da quel modello di commedia generazionale che, pur fruttandogli un Oscar, aveva ben presto mostrato la corda anche a causa di epigoni modestissimi. Ma i tentativi precedenti, pur interessanti, non avevano convinto appieno (e, almeno nel caso di Amnesia, per niente). Questo film rappresenta però un deciso salto di qualità.

Partendo dal romanzo di Ammaniti, Salvatores non si limita a una mera illustrazione: lo sforzo sembra quello di recuperare modelli classici per adattarli a una sensibilità - e soprattutto alle nuove possibilità tecniche - completamente moderne. Pur tra le inevitabili difficoltà insite nel progetto, il tentativo riesce. Io non ho paura mescola tensione neorealista (del tutto evidente nella scelta di attori e location) e Pasolini di mezzo, citazioni da John Ford (la parata delle trebbiatrici che rimanda immediatamente a Furore) e Kiarostami. Il tutto cercando di adattare gli illustri punti di partenza a una vicenda che potrebbe rimandare tanto a Stephen King quanto, per certi aspetti, al mito greco, con la ribellione necessaria dei giovani a un mondo adulto nel migliore di casi sbagliato quando non inevitabilmente corrotto. E il tentativo riesce.

Certo, la narrazione si adatterebbe meglio a una durata più breve - francamente qualche scorcio paesaggistico, per quanto suggestivo, appare superfluo - e qua e là traspare il difetto (il pregio?) principale di Salvatores, quello di rendere qualunque suo titolo un'operazione autobiografica anche oltre le proprie intenzioni. Ma sulla bilancia pesano una regia attenta e capace di arischiarsi in soluzioni non ovvie, un bellissimo lavoro del direttore della fotografia Petriccione che inquadra tutto il film "ad altezza di bambino" senza farci avvertire la forzatura del punto di vista, attori perfetti (con la bella sorpresa di un Abatantuono laido e cattivo senza mediazioni) e un montaggio insolitamente fluido per il cinema nostrano. Motivi più che sufficienti per scomodarsi da casa e fare la prevedibile (visto il battage pubblicitario) coda al cinema. In un'annata insolitamente disgraziata per il cinema nostrano, Io non ho paura è probabilmente il titolo destinato a rimanere nella memoria. (Marco Cavalleri)

 


Davide Verazzani è sceneggiatore, scrittore, critico, poeta e musicista, ma nella vita, per sopravvivere, fa tutt’altro. Insegna sceneggiatura a Magnolia Italia, e collabora con i siti
www.16noni.it e www.mymovies.it

 

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INCONTRO CON LA POESIA

A cura di Gabriella Valera Gruber

 

 

Il dubbio e la speranza: incontro con la poesia di Raffaela Ruju

 

Ho incontrato Raffaela attraverso la sua poesia, prima di conoscerla personalmente. Mi sono disposta dunque a scoprire la chiave del suo linguaggio, il segreto rapporto che la scrittrice sembrava intrattenere con se stessa, prima e oltre la comunicazione, mentre cercava la radice profonda da cui nasceva la sua parola. Percorrendo i suoi testi, fra spazi vuoti e versi, fra versi che scivolavano via come acqua che scorre e asperità di frasi spezzate, ho cominciato a riconoscerne il ritmo e ad entrare quasi in sintonia con il suo respiro, espressione fisica della sua emozione.

La poesia di Raffaela Ruju (Raffaela Ruju, Interferenze, Franco Puzzo Editore, Trieste, 2002, pp.9-55, € 7.80) nasce da una sensibilità dilatata fatta di sguardo e di ascolto, sintesi di interni ed esterni, fisicità e interiorità.

Il suo ritmo rivela dell’autrice le molte "psicologie" e nello stesso tempo la sua prevalente attitudine contemplativa. Entriamo nel libro e già il primo testo, brevissimo, dà il senso dell’ espansione, invita a respirare a pieni polmoni. "Oziando/ tra antiche radici//Mi espando": tempo e profondità di legami (antiche radici), spazio e libertà di pensiero (mi espando), quiete. Ci troviamo subito in una dimensione grande, coi "sensi aperti", come è scritto nella poesia "Il salice". E inoltre: "Ho contemplato a lungo/plasmando parole/ il luogo dove stare": un luogo dello spirito ma anche, quasi metafora, un "luogo" della vita.

 

Raffaela è sarda di origine. Trasferita a Trieste. Ha perseguito gli studi umanistici, ma li ha abbandonati per dedicarsi ad una professione, quella di erborista, cui si dedica con passione, perché (possiamo credere) la fa "stare" più vicina alla natura. Ma la natura non le basta: la sua più profonda esigenza è quella di "plasmare parole" (e colori e immagini, visto che si dedica anche alla pittura). Ciò che "sta" fuori diventa, allora, "forma" interiore. Così, infine, lei può contemplarsi nei luoghi del suo spirito e del suo corpo: "E guardo i pensieri miei/ ridendo di questa luce/ che muore dentro il mare ("Malinconia").

 

E "guardo i pensieri": è una scrittura interiore che sembra compiersi prima ancora di prendere la forma scritta del testo, come l’autrice suggerisce in "Sussurri": "il tempo ascolta ciò che il cuore scrive".

Tra ascolto e sguardo, tra interiorità e fisicità, si declina il senso del tempo. Dilatato o fragile, è la forza dell’ "antica radice", è l’ essere che scorre immutabile (come nella metafora dell’ "acqua" nella poesia "L’ulivo"); è memoria che non può essere scalfita, come nella complice "ora che non è mai passata" e sovrasta l’alternanza delle presenze e delle assenze, traccia di vita non passeggera (in "Lascia che il vento"). Il tempo è anche labirinto in cui ci si perde e ci si ritrova perché "nella fine è il principio della ricerca" ("Appartenenze"). E incontriamo quindi il motivo del seme, della fecondità, della rinascita, affidati a immagini intense (Sei stato a lungo/ il mio canto fecondo, nella poesia"Il salice" e Rinasco dal buio sepolcro della terra/mi manifesto all’antico dai mille occhi nella poesia "L’ulivo") o a versi che cantano, come nella bellissima "Germogli": Nel centro della terra/ dorme il mio cuore/ che più non riconosco,/ tante son le radici/ cresciute intorno al rosso[…] Ora il mio frutto è un cuore/ che il vento porta con sé, dove ritroviamo le radici, il vento, il frutto, e il rosso, colore dominante: vita, carne, sangue.

 

Il percorso psicologico e intellettuale che si riflette nelle poesie di Raffaela Ruju è fatto anche di inquietudini tenaci e profonde. Raffaela si confessa "erede di una spiritualità traditrice", "con l’anima che avanza in un corpo ritratto" e avverte l’estrema tensione di uno "scrivere senza penna", di un "guardare senza occhi", "sentire senza orecchi" e "toccare senza mani": interiorizzazione che qualche volta estenua. "Si ritrae la mia espansione", è scritto nella poesia "Il cielo riflette", in contraddizione con l’iniziale slancio del libro (mi espando); e tuttavia la vita riprende e sfida: Ho giocato,/ rischiato con la morte del sentire,/ masticando l’amaro di genziana, // ma il dado è rimbalzato sul velluto.

Contrastata fra inquietudine e pace la personalità dell’autrice, oscillante fra leggerezza e sonorità il verso in una poesia che Ruju non teme qualche ermetismo. Il lettore farà bene a non cercare di risolverlo sul piano della logica o con la trasposizione realistica delle immagini suggerite, per comprenderlo invece nella chiave logica delle associazioni di pensiero e di sensazioni che ampliano gli orizzonti di esplicitazione della realtà. Un esempio del procedere seguendo semplicemente il flusso interno dei pensieri e delle sensazioni è la poesia senza titolo che si legge a p. 30 del libro (di cui si deve notare la particolare organizzazione degli spazi fra verso e verso, che qui non può essere riprodotta): Riaffiora una musica dentro/ un organo interno ora suona/ una linea/ un punto[…]Il punto è fermo/ …silenzio…/ il punto/ è il mio tempo fermo/ lo spazio è breve// mentre il tempo diventa una linea/ il punto esce dal presente…Sabbia…/granelli di punti…/ miliardi/ di punti fermi…smossi dai miei piedi/……….

Proprio dove massimo sembra il livello di astrazione (linea, punto) si fa sentire anche la concretezza: quel camminar sulla sabbia godendone lo stimolo fisico e mentale.

In fondo la poesia è anche questo: un andar per strade a cogliere i frammenti della vita che ci incanta: un pieno di stelle/ sul sentiero della via lattea;/ un sogno morto in una stagione./ In via delle conce,/ odore di patate fritte/ e mari in tormento, […] tra vite e vino/ l’odor del mosto/ ondula il tuo vento.// Vento di Grazia ("Via delle conce" dedicata alla Sardegna).

 

Infine conosciamo Camilla. Sapevamo già che il libro le era dedicato. La poesia che troviamo quasi alla fine della raccolta ci rivela la sua identità. E conosciamo così davvero anche Raffaela: "Il senso del mio futuro/ lo vedo in te,/ nei tuoi occhi sinceri,/ profondi,/ nel tuo sorriso ingenuo,/ nello stupore gioioso/ dell’ultima scoperta./ Un giorno capirai tua madre/ per aver scelto te,/ scegliendo se stessa./ Capirai/ quanto mi sono aggirata/ tra dubbi e incertezze […] L’estate guarda/ il femmineo tormento/ di una madre/ incapace di annullarsi per te.// Adesso conosco il privilegio della quiete.

Madre e figlia in un solo sguardo; ma soprattutto madre e figlia dentro un’ unica scelta, che è scelta di vita e si fa cammino di comprensione (un giorno capirai), concedendo la quiete dopo il tormento nei solitari giorni assolati.

Potremmo a questo punto riprendere la lettura dall’inizio del libro, riconoscere nel dubbio la molla profonda di un pensiero che si fa poesia radicandosi nella concretezza delle esperienze della vita. "Il dubbio", scrive Raffaela "si assopisce per risvegliarsi sempre nella stessa stazione", "appartiene al silenzio di una panchina vuota". Metafora o realtà della memoria che siano, quella stazione e quella panchina vuota sono vita che ora ci pare di conoscere dal di dentro. Quando ho incontrato Raffaela, dopo avere letto il suo libro, in occasione di una sua prima presentazione al pubblico, è stato davvero facile abbracciarci. I suoi occhi di donna sarda splendevano paghi di quel nostro incontro nell’anima attraverso la poesia.

 

"Interferenze" è il titolo del libro. La poesia da cui è tratto si trova quasi al centro della raccolta. Leggiamo: Pensieri/ come quadri appesi,/ finestre inesistenti/ in alte torri silenziose[…]Il mio deserto riflette/ la mia tristezza/ bella e seducente[…]Dietro il velo di me stessa,/ in notti buie e oscure/ gli occhi sognano lontananze. Sono i diversi piani di un mondo interiore complesso le interferenze fra oscurità di notti, chiusura di alte torri come prigioni e pensieri che aprono scenari, occhi che sognano: le interferenze e gli intrecci che annunciano il destino di una tristezza che infine seduce, bella come la vita e i suoi cieli lontani.

 

Gabriella Valera Gruber - Docente di Storia della Storiografia in età moderna e contemporanea

Università di Trieste - e-mail Valera@units.it

 

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I RACCONTI

 

 

LA SOLITA SPAZZATURA

di Mairi

 

Samuel guardò di sfuggita i numeri digitali che pulsavano verdognoli sul cruscotto: le sette e trenta. Era in ritardo. Poche centinaia di metri lo separavano dal parcheggio del suo ufficio ma il solito ingorgo mattutino lo aveva bloccato tra i fumi di scarico e il rombo sordo delle vetture. Schiacciò nervosamente il clacson e uno stuolo di grida strombazzanti si levò a declamare la propria impotenza. La sua macchina era ferma, dietro altre macchine ferme; da alcuni minuti l’intera fila era immobile. Gocce di sudore gli imperlavano la fronte: il suo capufficio non avrebbe tollerato ritardi quel giorno, quando una riunione avrebbe deciso il futuro dell’azienda.

Spostò lo sguardo al marciapiede. Una giovane donna ben vestita stava sbirciando all’interno di un cestino dei rifiuti; la gonna corta del tailleur incorniciava un paio di gambe niente male e Samuel sorrise in modo forzato a quella scena: "Cosa ci trova di tanto interessante quella donna in un cestino di rifiuti?"

Il tanto atteso movimento della fila di macchine lo colse di sorpresa; sfiorò frizione e acceleratore senza toccare il cambio. Dopo pochi metri il moto si arrestò di nuovo. Questa volta la serie di suoni stonati dei clacson non prese il via da lui ma Samuel partecipò con gioia isterica all’orgia di rumore.

Gli venne voglia di abbandonare l’auto e correre verso l’edificio dove lo stavano aspettando da… guardò di nuovo l’orologio sul cruscotto: le sette e trenta! Il respiro gli si mozzò in gola, come era possibile? Calò un pugno sull’orologio ma quello segnava sempre la stessa ora: sette e trenta. –Maledetto, ha scelto un bel momento per rompersi!- ringhiò. Spinse con rabbia il bottone di comando del finestrino che scivolò lento verso il basso. Si affacciò fuori e urlò: - Allora ce la fate a muovervi? Cosa diavolo state facendo?-. Il suo sfogo si perse nel sottofondo di motori ronfanti, clacson e il suono lontano di una sirena. Richiuse il finestrino e mentre il vetro si muoveva verso l’alto notò un bambino che osservava rapito l’interno di un altro cestino della spazzatura. "Che strano" pensò "che cosa hanno stamattina di tanto interessante quei stramaledetti cestini?"

Le macchine non si muovevano di un millimetro e l’orologio del cruscotto segnava sempre le sette e trenta. Sbuffando controllò l’ora sul suo orologio da polso: sette e trenta! Un brivido freddo gli serpeggiò lungo la spina dorsale mentre il tempo sembrava sospeso, in attesa di qualcosa. Si guardò intorno allarmato. Ora non pensava più al suo capufficio o al ritardo o alla riunione. Controllò di nuovo il cestino della spazzatura ma al posto del bambino un anziano signore con il suo bastone contorto sembrava osservarne affascinato il contenuto.

Il sangue iniziò a battergli forte nella testa. All’improvviso scese dalla macchina, lasciando la portiera spalancata, e si diresse a grandi passi verso il cestino. Il vecchio non c’era più ma il contenitore cilindrico era lì, saldo sulla sua base di cemento, quasi lo stesse aspettando. Rallentò il passo e si avvicinò cauto, chinandosi verso la bocca del contenitore; sbirciò dentro, incuriosito. Cartacce di vario tipo giacevano sul fondo, cicche di sigaretta e vecchi chewing gum, la solita spazzatura; ma prima che potesse distogliere lo sguardo un movimento attirò la sua attenzione: le pagine patinate e stropicciate di una rivista tremarono e si unirono gonfiandosi ai lati simulando due gote paffute, una stecca del gelato spezzata strisciò fino a posizionarsi dove avrebbe dovuto essere il naso, due anelli d’alluminio si staccarono con uno schiocco secco da due lattine accartocciate e si mossero lentamente fino ad arrivare ai lati del rozzo naso e da li’, assurde orbite vuote, sembrarono osservare Samuel con morboso interesse. La strana evoluzione del mucchietto di spazzatura ebbe termine quando una bocca appena abbozzata sorrise in modo grottesco verso l’alto. Samuel, che fino a quel momento aveva assistito affascinato alla nascita della caricatura di un viso umano, esitò per un istante, desideroso di tirarsi indietro e fuggire via, ma ormai era troppo tardi. Il taglio della bocca si allargò a dismisura, oltrepassò veloce il bordo del cestino, imbrattandolo di bava biancastra e ingoiò Samuel in un solo boccone.

Dalla strada giunse l’abbaiare dei clacson. Sul fondo del cestino, tra le solite cartacce, giaceva un orologio che segnava le sette e trentuno.

 

Mairi si muove in bilico tra sogno e realtà, a partire dal suo nome che ne nasconde uno vero: Roberta Verrecchia. Laureata in Scienze Naturali, ha collaborato alla realizzazione di uno spettacolo imperniato sulle fate, "Ballate di fate e folletti del parco dell'Acquafredda", allestito lungo un sentiero naturale a Roma e sta lavorando per la realizzazione di un altro spettacolo. Ha pubblicato sulla rivista di fantascienza "Fanucci News"; scrive racconti a cento mani su mailing lists a tema fantasy. Sul suo sito "Somnium" ha creato un mondo incantato dove muoversi tra miti, leggende, racconti, poesie, creazioni artigianali, fate e sogni: www.fdsoftware.it/mairi

 

 

IL BAULE

di Heiko H. Caimi

 

Salgo le scale di legno scricchiolanti, inoltrandomi con passi prudenti sui gradini che conducono alla soffitta. Sono anni che non ci vado: tutte le volte che mi sono recato in visita a mia madre è stato soltanto per una cena, per una commissione, per un saluto volante, per ricordi soprattutto che non ho mai voluto rispolverare – avevo ormai la mia vita, e non volevo ricordare ciò che mi ero lasciato alle spalle.

Raggiungo il pianerottolo in cima alle scale e provo a spingere la pesante porta di legno. Non cede: come avevo immaginato, c’è bisogno della chiave. La estraggo dalla tasca posteriore dei jeans, pensando che mia madre l’ha nascosta proprio bene; peccato che io sia più scaltro di lei!

La mappa gira agilmente nella serratura, e gli scontri non hanno difficoltà ad azionare il meccanismo: quattro mandate e via.

Oltre la porta mi attende una tenebra caligginosa, perforata qua e là da sottili raggi di luce che penetrano da spifferi e interstizi. Fa freddo, ma fortunatamente ho indossato il maglione di lana. E’ quello del liceo, che mi piaceva tanto e che portavo sempre quando andavo in montagna con gli amici. L’avevo abbandonato quanto avevo lasciato casa dei miei, quasi fosse un simbolo del passato che volevo dimenticare.

Brancolo nel buio fino ad avvertire sotto le dita la superficie umida delle pareti, la vernice scrostata che si polverizza al mio contatto, ormai completamente mangiata dal salnitro. Allungo un paio di passi incerti tenendomi sulla sinistra, fino a quando incontro un angolo. Annaspo alla ricerca dell’interruttore, e la luce mi esplode in faccia come il sole dopo il suono della sveglia.

Mi stropiccio gli occhi, e li tengo chiusi per qualche istante, cercando di riabituarmi gradatamente alla luce.

Il locale è corto e stretto, più di quanto ricordassi: probabilmente nella mia memoria sono rimaste impresse le dimensioni dell’infanzia. A sinistra giace una vecchia stufa in ferro battuto che era già inservibile quand’ero piccolo, e accanto una decina di vecchie cornici, che hanno contenuto i quadri di mio nonno – venduti da mia madre in un momento di estrema necessità. A destra, contro la parete che prosegue il breve disimpegno, sono accatastate alcune assi di legno che non ricordo di aver mai visto, e contro la parete in fondo un mobiletto antico che è appartenuto a mia nonna – "lo so che è bello, ma non posso tenerlo in casa, mi ricorda troppo mia madre" – ed il baule.

Le ragnatele si accatastano in una congerie informe attorno e sopra al suo coperchio, e i due anelli ai lati si riescono a scorgere appena. La polvere deve essersi depositata fin da quando l’ho aperto l’ultima volta, il giorno precedente alla mia partenza. Diciassette? No, diciotto anni fa.

Resto ad osservare il baule, con tutto il suo bel ricamo di ragnatele. In quel baule giace tutto il peso della mia oppressione, tutto il retaggio di paure dell’infanzia, e aprirlo significherebbe scandagliare i miei timori più remoti. Gli spettri che vi sono contenuti mi saltellano attorno facendomi boccacce, e sono fin troppo chiari il loro monito e il loro invito.

Abbasso le palpebre sul mio sguardo fisso e mi rendo conto che sto sudando, copiosamente, come se avessi fatto una corsa. Il cuore mi martella all’impazzata nel petto, e non riesco a contenere un tremore alle dita. "Non lo amo, mi dispiace, ma non lo amo. – Che cosa ti impedisce di amarlo? – Non è come lo volevo io". Ma io ti amavo lo stesso, mi bastava vedere il tuo volto, cogliere un sorriso tra le pieghe della tua bocca, lo scintillio di un riflesso nei tuoi occhi. Ero un piccolo re, ero felice, credevo nel tuo amore, e tu mentivi conoscendo il motivo per cui lo facevi.

Mi asciugo gli occhi con le mani, e poi le mani sui calzoni. Devo aprirlo, non ha senso stare qui in piedi ad aspettare: devo affrontare i miei ricordi, qualunque cose troverò – e devo fare in fretta, prevenire il ritorno di mia madre per l’ora di cena.

Stacco il grosso delle ragnatele con una delle assi che sono contro il muro e soffio via il resto alla bell’e meglio; poi resto a contemplare il coperchio istoriato dai tarli. Ho paura, e non riesco a smettere di tremare. Inserisco la chiave nella grossa toppa e le faccio fare uno scatto. Il baule è dissigillato, ora posso aprirlo.

Ora devo aprirlo.

Faccio scattare i lucchetti laterali e inserisco la dita nelle scanalature che vi sono celate: non mi resta che far forza e sollevare il coperchio.

Sollevare il coperchio.

Chiudo gli occhi, e spingo con le braccia, veloce, irruento. Mi risponde un tonfo mentre il legno cozza contro il cemento della parete retrostante.

Riapro gli occhi e la vedo – vedo l’apparizione, il fantasma, quello stesso fantasma che mi perseguitava tutte le notti quand’ero bambino, lo stesso fantasma che le mie angosce hanno generato dopo aver ascoltato le parole che non volevo accettare.

Mia madre si erge dinnanzi a me con sguardo severo, immacolata come la giustizia nel suo abito bianco di seta, ed è bellissima, ma mi ha atteso nel baule e ora ne sta uscendo con la consueta aria di rimprovero. "Io ti odio, piccolo mio, io ti odio e lo sai, ma continuiamo a far finta di niente". So che poi mi darà un bacio, che il suo rossetto rimarrà stampato sulla mia fronte e che per tutto il giorno sarò felice. Per lungo tempo, per lungo tempo ancora non prenderò la carrozza.

Ma no, stavolta non è così, ecco che l’immagine di mia madre già si sta trasformando, mentre i suoi vestiti si sciolgono per lasciare spazio al vuoto oscuro di una presenza che non riesco a decifrare, arcigna, curva, crudele. Per un momento penso a mia nonna, che non ho conosciuto ma che mia madre detestava, poi muovo le mani nel vuoto per dissipare l’incantesimo. Ora mi guarda dal fondo lo sguardo del nonno: lo ricordo ancora, tanto affettuoso ma tanto incredulo, tanto incapace di capire. Afferro il suo cappello, sento che è lui che me lo porge, lo afferro e resto a guardarlo in silenzio. La stoffa è lisa, i bordi consumati, ma conserva ancora una certa miserevole dignità. Me lo calo sul capo, e scopro che affonda: ho la testa molto più piccola di mio nonno.

Un baluginio mi attrae dall’interno del baule. Penso che sia ancora quello sguardo acuto, ma mi accorgo che si tratta di uno specchio, un piccolo specchio tondo con una cornice intarsiata. Mi guardo: è vero quel che diceva papà, assomiglio a mio nonno.

Poso il cappello sul pavimento accanto al baule, in mezzo alla polvere, e ne cade un fazzoletto. So di chi è. Afferro Marta per un braccio: indossa ancora quel suo vestito pesca da bambolina, il suo sorriso ha ancora tredici anni e mi seduce con il suo candore. Mi sorride con uno sguardo senza malizia, e mi sento pervadere dalla gioia. Siamo ancora sul prato, scalzi in mezzo alla rugiada, e ridiamo senza chiedercene il motivo, i vestiti inzaccherati e i piedi sporchi di terra – siamo felici senza sapere perché, siamo insieme, stiamo bene, ci stiamo divertendo e non dobbiamo renderne conto a nessuno. Poi il suo sorriso si spegne, il suo volto si turba, la sua voce si arrochisce e vedo che guarda alla mie spalle. Tocco la sua faccia preoccupato, e in quel momento vedo che un’ombra corta e tozza si avvicina, mi volgo e riconosco sua madre, e dal suo sguardo capisco che da quel giorno Marta e io non ci vedremo più.

L’innocenza finisce quando te la strappano via con la forza. E infatti ecco anche mia madre, furente, con il giudizio già stampato in volto e l’incapacità di rimproverarmi, l’assoluta mancanza di volontà di capirmi. Ma quel fazzoletto, rosa come l’alba di quel mattino, l’ho tenuto sempre con me. E’ l’unica cosa che mi ha regalato, e mi dispiace soltanto che lei non abbia qualcosa di mio.

Ed ecco la carrozza dei pionieri, e i soldatini dei vecchi cowboy. Avanza lentamente nella prateria, e i pellirosse potrebbero arrivare da un momento all’altro. Quello sul tetto, con il fucile spianato, sono io, la difenderò a costo della vita, è la diligenza che mi porterà a destinazione, ed io ho una missione da compiere. I fiori riempiono la vallata che stiamo attraversando, ma non ho tempo per guardarli, sono un uomo duro e devo sorvegliare l’orizzonte. Il sole mi martella sulla testa, e la sete mi toglie l’aria come il cappio di un capestro, ma non ho il coraggio di chiedere acqua, basterebbe un momento di distrazione per ricevere una freccia nel petto. Io lo so, mi è già successo. E ora ho una missione da compiere, un posto dove fuggire. Passato torbido, da pistolero. Passato da dimenticare.

Papà invece se ne sta in panciolle, sempre intento a leggere: quello è il primo libro che mi ha regalato, Alice nel paese delle meraviglie, non mi era piaciuto ma lui insisteva che era un libro bellissimo, che l’avrei capito meglio quando fossi stato più grande. Non l’ho mai riletto. E lui adesso se ne sta lì, con la sdraio a cavallo del baule, con un cappello di paglia in testa e il libro in mano, e continua a ignorarmi, troppo assorto nella lettura, mentre il vento gli scompiglia i pochi peli sul petto nudo e il sole gli arrossa la pelle delicata.

Ripongo mio padre e scavo dentro al baule. Ecco Laviana, la mia prima amicizia femminile, la mia prima dichiarazione, il mio primo anello rifiutato. E’ troppo piccolo, non mi entra nemmeno nel mignolo. Com’era delicata, come sembrava fragile. Piccola, fine, sensibile. Ma così energica nel dire "no". E adesso è lì che mi scruta ancora con il suo sguardo interrogativo, dopo tutto questo tempo non ha capito ancora e Tatiana la prende per mano per portarla via. Eccola lì Tatiana, sempre gentile con me, sempre così presente. Adesso che ha accompagnato Laviana sta tornando, e porta con sé Brown, il mio orsetto di peluche. Me lo ricordo ancora quel Natale: io lo intuivo che non c’era Gesù Bambino, e stavo nascosto dietro la porta a spiare. "Ecco, dovremmo aver finito! – Veramente, signora, ci sarebbe anche questo. – E che cos’è? – Un regalo per suo figlio, signora. Un mio pensiero. – Tu quel bambino lo stai viziando, Tatiana. – Forse è vero, ma gli voglio bene. E’ un bambino delizioso". E io piango, e ritorno a letto con il magone nel cuore: li ho scoperti, ora conosco il loro segreto, e non potranno mai più fare Gesù Bambino.

Poi Tatiana se ne va, prende una carrozza anche lei, ma non va nella stessa direzione. "Adesso sei cresciuto, su, da bravo, e nel pomeriggio hai tante cose da fare, e poi papà è a casa spesso. Vedrai, ti ci abituerai presto".

"Ma io volevo Tatiana!"

I suoi seni sono morbidi mentre l’abbraccio, molto più materni di quelli di mia madre, e le sue lacrime mi bagnano la testa mentre anch’io piango. Poi la mano di mamma sulla spalla, che mi porta via, che ci separa.

Mi sorprendono gli occhi dolci e bonari della professoressa Maffei, mi perdona con lo sguardo anche se non ho fatto i compiti neppure stavolta, sorride e dice che mi promuoverà. Si alza sui suoi tacchi robusti, facendo roteare la gonna marrone, e mentre si allontana le cade da una manica un petalo di crisantemo.

Odo il vento ululare nel cimitero, mi mette a disagio, e il crisantemo secco che conservo in una custodia per gioielli è l’unico ornamento rimasto sulla tomba di mio padre. Mi inginocchio e non riesco a pregare, non trovo le parole, forse le ho dimenticate, e mi vergogno davanti a Dio di non ricordarle più. La mano di mia madre ancora una volta mi porta via.

In fondo al baule c’è anche Sergio, con le sue biglie che barattava continuamente, "tanto mio papà le fa, le biglie", e Giovanni gli fa compagnia con il suo bigliettino: "Buon compleanno da un amico che non dimenticherò mai". I due fratelli mi fanno ancora ciao con la manina dal vetro posteriore dell’auto, si trasferiscono ancora una volta, e se li incontrerò so che non li riconoscerò più.

L’orso bianco sogghigna con la sua bocca spalancata, con le sue fauci rosse pronte a sbranarmi, lo vedo ancora mentre mi insegue nel sonno, io che corro attorno al letto dei miei genitori gridando "aiuto" e loro che continuano a leggere imperterriti senza degnarmi di uno sguardo. Ad ogni passo l’orso sembra raggiungermi, sento le sue fauci chiudersi a vuoto dentro di me, sento il mio fiato farsi sempre più corto, la fatica aumentare, e l’animale che è sempre più vicino mentre fa schioccare la lingua.

Il risveglio non è mai piacevole, e non è piacevole neanche svegliarsi a diciott’anni e scoprire "Tu non sei mio figlio". Le hai voluto bene sempre, l’hai sempre considerata più di papà e scopri che ha mentito sempre. "Mamma, cosa stai dicendo?". "Ti ho voluto io, ho voluto tuo padre… non potevo…".

Il mondo è bello, il cielo è azzurro, l’aria limpida e mite. La valigia è senza chiave, e preparata per un viaggio che farà sembrare inutile e assurdo ogni ritorno.

Ma il ritorno è un tragitto alla Mecca che tutti una volta nella vita compiamo. Chiudo il baule e resto a pensare. Il mio sguardo vaga sul coperchio intarsiato dai tarli in percorsi che paiono simulare cocchi e bacilli, i miei pensieri ripercorrono tutti quegli avvenimenti compiuti e si sciolgono in un brivido di disagio profondo – rumore di passi, su per le scale.

Mi alzo, ritorno nell’ingresso, spengo la luce, esco sul pianerottolo, accosto la porta.

Lei mi fronteggia: -Perché?-.

-Per lo stesso motivo per cui sono ritornato-.

Sono all’ultimo gradino, mi abbraccia, la bacio su una guancia.

–Mamma, tu eri gelosa di Tatiana?–.

Mi guarda, severa. Abbassa lo sguardo, si volta. –Vieni, facciamo cena-.

La luce si assopisce, il cielo si chiude nel crepuscolo e i ricordi sembrano cose lontane. Nell’ombra della sera, scaldato da un maglione che avevo dimenticato di possedere, ripenso a quindici anni di matrimonio, e so che non tornerei indietro mai più.

 

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QUESTIONE DI LIBRI

di Rita Marinelli

 

Prosegue la miniserie di racconti autobiografico–letterari sull’effetto che i libri (e, in questo caso, le mode) possono avere nulle nostre vite.

 

PARTE V – LA BAMBOLA

 

L’amore è stato il leitmotiv di tutte le mie letture.

Da bimba leggevo libri intrisi d’affetto ed amicizia. Da adolescente iniziai ad amare me stessa ridendo dei miei problemi attraverso i libri umoristici. Crescendo cercai l’amore degli uomini nelle pagine dei libri che parlavano di passione amorosa. Infine trovai amicizia, risate e amore concentrate in un fumetto (Lupo Alberto, vedi la scorsa puntata, ndr).

Fino ad allora avevo fatto il pieno di emozioni. Forse proprio per questo ebbi un totale rigetto verso le storie d’amore. Cambiai genere, così, di punto in bianco.

La spinta me la diede un film.

Era una serata speciale, una di quelle fra sole donne. Non tante, solo tre ma eccezionali. Caso volle, o forse fu istinto, che, recandoci in un multisala, scegliessimo di vedere Il Diario di Bridget Jones. Fu un’illuminazione. Scoprimmo che avevamo una precisa connotazione sociale. Comprendemmo che i tempi stavano cambiando. Fu lampante per noi che non ci saremmo più sentite additare come quelle che non avevano un marito. Eravamo meglio di una costola d’Adamo dimessa: eravamo singles.

Cominciai a recarmi con una certa frequenza nelle librerie. I volumi che trattavano di singles prolificavano sugli scaffali, probabilmente sull’onda del fenomeno Bridget Jones. Acquistavo in continuazione romanzi, saggi e manuali sull’argomento. Da ogni libro traevo quello che mi interessava per costruirmi questo nuovo personaggio.

La protagonista, in ogni romanzo, aveva vissuto momenti di totale sconforto dovuto alla incapacità di incontrare il grande amore. Stanca e frustrata, decideva di ribellarsi allo stereotipo che la costringeva a vivere in funzione del sentimento. Cominciava a vivere per sé. Da principio i risultati non erano molto positivi. Ma con l’impegno e la volontà riusciva a superare, apparentemente, il proprio vuoto affettivo. Diventava forte e autonoma. Lei si bastava, non aveva più bisogno di avere un uomo a fianco per sentirsi completa.

La trama si sarebbe rivelata perfetta se gli autori non avessero commesso tutti lo stesso banale errore: non è concepibile che una donna lotti durante tutto il romanzo nel tentativo di liberarsi da uno stereotipo così limitante, ed alla fine finisca per coronare il suo vecchio sogno d’amore rientrando nuovamente in quello stesso stereotipo. È quantomeno masochistico. E’ come se un impiccato scampato al cappio con mille peripezie, una volta in salvo dicesse "scusatemi, preferirei tornare indietro per farmi impiccare". Originale ma inverosimile.

Forse a causa di questa bizzarra scelta narrativa, interpretai il mio personaggio in modo altrettanto bizzarro. E sono convinta che, come me, tante altre donne lo fecero.

Indossai la stupenda maschera della donna che si basta. Dimostravo di poter dominare il mondo, anche se solo il mio piccolo mondo. Riuscivo a prendermi cura di ogni aspetto della mia vita. O quasi, dato che dal punto di vista affettivo continuavo ad essere carente.

Ero padrona di me stessa agli occhi degli altri. Ma l’immagine che avevo di me era quella di una bambina spaventata rannicchiata in un angolo.

Gli uomini che mi incontravano restavano affascinati da tanta e tale sicurezza. Se avessero saputo che mi tremavano le ginocchia sarebbero scappati a mille miglia di distanza.

Strani gli uomini. Restano affascinati dalle donne forti, fanno di tutto per entrare nei loro cuori e poi se ne vanno lasciando solo un gran disordine. Il primo uomo che restò affascinato da me fece così, come pure il secondo.

Presi a chiedermi come mai. La risposta fu: questo modo di essere donna non è sufficiente per trattenerli.

Cosa cercavano gli uomini? Dopo aver posto questa domanda ad un numero imprecisato di uomini (internet è una fucina inarrestabile di informazioni) e dopo decine di manuali su come conquistare un uomo, conclusi che questi volevano accanto il loro sogno.

Eh, già. Pure gli uomini hanno dei sogni. Soprattutto quando si tratta di donne. Perché tutti gli altri desideri possono realizzarli con le loro forze: la carriera, i soldi, la macchina potente, i muscoli. Tutte cose che possono acquistare con il denaro o con la fatica fisica. Ma la donna come la desiderano loro, no. Anche se sono quasi tutti convinti che un ingente conto corrente aiuti a realizzare anche questo sogno.

Qual è la donna dell’immaginario maschile? Fisicamente cambia in base al gusto personale. Così le povere donne del 2000 passano il loro tempo a patire la fame per essere dei grissini poiché agli uomini piacciono magre. L’uomo odia la cellulite: liposuzione o massaggi per eliminarla. La scorsa estate amavano le donne con i capelli corti e biondi: tutte dal parrucchiere a farsi omologare la testa. Ma l’inverno successivo già le desideravano coi capelli neri e lunghi: va bene la tinta scura, ma prova a farli crescere di 30 centimetri in un mese. Così tutte di nuovo dal parrucchiere per le extensions (veri capelli finti di nailon). Gli uomini desiderano grandi tette e le donne a riempirsi di silicone. Ma a volte si incontra qualcuno che le ama piccole come le coppe di un bicchiere da champagne: di corsa a togliere il silicone. Ed hanno pure il coraggio di dire alla loro compagna che non si accorgono affatto dei piccoli difettucci che il corpo di lei può avere, tanto la amano comunque.

Caratterialmente invece le desiderano sicure de sé, serene, non appiccicose, che non diano problemi, che li lascino liberi di frequentare altri o altre, che siano ottime casalinghe per gustarsi i loro manicaretti, comprensive e compassionevoli (ma solo con loro), materne, campionesse di ginnastica a corpo libero quando sono nel letto, autonome e possibilmente che sporchino poco. Forse una bambola gonfiabile sarebbe più opportuna.

Dopo varie consultazioni con altre amiche singles tentai anch’io, come già facevano loro, di trasformarmi in una bambola gonfiabile.

Non fisicamente, non sono mai stata stupenda. Solo se avessi potuto restituire il vuoto avrebbero potuto darmi un corpo migliore. Ero abituata a mettere in evidenza quel che avevo e lo facevo nel migliore dei modi.

Ma caratterialmente mi resi speciale. Adeguavo il mio modo di essere in base alle esigenze del mio partner di turno. Del resto le regole sancite nei libri erano chiare: bisognava essere uniche, perfette, un sogno ad occhi aperti. Lui doveva rimanere ammaliato da questa donna che gli rendeva tutto semplice. Se tutti lo caricavano di problemi, la donna aveva il compito di farglieli dimenticare. Renderlo felice era lo scopo. Per questo motivo era severamente vietato pronunciare parole stressanti quali matrimonio, impegno, figli, mutuo ecc. e sostituirle con altre rasserenanti quali complicità, spazio, divertimento, amici, sesso e così via.

Le singles si stavano trasformando in mostri ed io con loro. Eravamo donne piene di energie, di forza interiore, con il sorriso stampato in faccia, ma incredibilmente infelici.

Infelici a causa dell’egoismo degli uomini che ci accettavano così come eravamo solo per poterci cambiare a loro piacimento. Deluse perché la scelta di vivere per se stesse passava comunque attraverso l’approvazione e l’amore di un uomo.

Libri, riviste e televisione ci indicavano la via per diventare donne desiderabili, donne da amare, il cui unico scopo era essere la docile e vuota costola di Adamo.

Fu troppo persino per me. Per la prima volta mi resi conto che avevo un mondo immenso dentro di me, e che non avevo affatto bisogno di vivere la vita come l’eroina di un libro. Paradossalmente la spinta a dare una svolta, al mio atteggiamento verso la vita e verso me stessa, me la diede un uomo.

Mi parlò a lungo di quanto unica io fossi, di quanto potevo dare a me stessa, di come potessi smetterla di essere autolesionista e di come far emergere la mia personalità.

Parlò a lungo di me insieme a me, per giorni e per mesi. Poi, con mio stupore, mi consigliò di leggere un libro. Ma questa è un’altra storia, come al solito, e ve la racconterò un’altra volta.

 

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MONDO NUVOLA

Viaggi nell’universo delle nuvole parlanti

 

PROFILI: Gioma ed il suo Ulisse

 

Questa volta vi presento due strisce di Ulisse, il personaggio di cui vi ha parlato Antonio Zappetti nello scorso numero. Nelle prossime edizioni alterneremo profili e recensioni.

 

 

 

 

Ulisse e Gioma sul web:

http://digilander.libero.it/ulissestrips/

www.ragnacci.net (sezione comic-strips)

www.linguaggioglobale.com (sezione artisti)

www.komix.it/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=26 (indirizzo di una pagina interna di Komix)

www.ilfoglioletterario.it/instant_book.htm (anche la copertina di "Pilvio Tarasconi" è mia...)

www.segnalidifumo.it (sezione autori)

 

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IL CERCHIO MAGICO

Rubrica su fiabe, miti, leggende e dintorni

a cura di Fabiana Gambardella

 

Nella scorsa puntata abbiamo parlato dei fairies diffusi in Irlanda, ma il mondo celtico non ha una sorta di monopolio su queste creature, protagoniste più che di grandi storie di piccole vite quotidiane. Anche in Italia esistono queste creaturine cui attingere per costruire nuove favole, o comunque da tutelare e conservare a futura memoria del modo di vivere antico.

Ve ne diamo un assaggio.

 

In provincia di Bergamo si narra di un folletto che è solito nascondersi sotto i comignoli e si diverte a far impazzire le massaie facendo cadere, attraverso la canna fumaria, nella polenta o nella minestra erbette e ramoscelli secchi. In provincia di Brescia lo stesso folletto è chiamato Ana Sonana.

 

Il Barabanèn, folletto Bolognese, alto dai 40 ai 50 centimetri, è sempre vestito con un berretto ed un saio rosso, simile a quello dei vescovi: per questo motivo è conosciuto anche come Cardinalèn. E’ dispettoso ed impertinente: ama nascondere gli oggetti di casa e costruire ostacoli invisibili in cui far inciampare ignari malcapitati. E’ uno specialista nel costruire situazioni imbarazzanti e nel suggerire sogni bizzarri ed inquietanti.

 

Il Barbaso è un folletto veneto. Viveva in campagna e trovava dimora nelle grandi case dei contadini. Ha una faccia brutta e piena di peli, indossa abiti vecchi e rammendati, ai piedi porta enormi zoccoli e, per finire, se ne va in giro con un cappello rosso a cono. Era un gran lavoratore e, se veniva trattato bene dalla famiglia, l’aiutava nei lavori più duri della campagna, anche per molti giorni, ma se trattato senza rispetto diventava dispettoso e cattivo. Nessuna leggenda chiarisce perché un giorno abbandonò il mondo degli uomini, ma viene ancora evocato dai genitori per quietare i bambini. In provincia di Treviso è conosciuto come Barbarù.

 

Sempre in Veneto si narra dei Massariol, folletti dall’aspetto massiccio e gioviale che si nascondono nella stanza dei giovani sposi per rovinare con i loro scherzi le notti d’amore dei due.

 

Gli Incubi, impropriamente chiamati folletti dalla notte, sono piuttosto dei demoni incaricati di turbare il sonno degli uomini. Alcuni di loro, per provocare i brutti sogni, si siedono sul petto delle persona prescelta, altri invece rubano il respiro di vecchi e bambini. Nell’antica Roma era diffusa la credenza che ’Incubo (entità soprannaturale) fosse custode di enormi ricchezze.

 

In provincia di Taranto si narra di una tribù di folletti domestici, i Lauri, d’aspetto molto gradevole, piccolini (una trentina di centimetri) e con l’aspetto tenero e aggraziato di bambini di un paio d’anni: paffutelli e con un sorriso dolce. Sono però dispettosi; infatti si divertono a creare nodi inestricabili nelle criniere e nelle code dei cavalli, per non parlare dei capelli delle belle ragazze. Si dice che talvolta appaiano alle persone chiedendo se desiderano una pentola d’ora o un cestino di carbone. Indovinate un po’ che cosa bisogna rispondere per avere l’oro? Che si vuole il carbone: così, pur di fare un dispetto, consegneranno un tesoro.

 

E per finire una nota di colore su uno degli spiritelli più famosi di Napoli (ricchissima di questo tipo di tradizioni): ‘o Munaciello. Nel "Pragmatica de locato et conduco" (Raccolta di leggi sulle locazioni in vigore nel 1587) si legge che, qualora l’affittuario di un alloggio venga assalito dagli spiritelli detti Monacelli, può abbandonare l’abitazione senza pagare la pigione. Come farebbe comodo se ci si credesse ancora oggi!

 

 

Fabiana Gambardella è una strana creatura che si aggira con circospezione per le strade di Milano, alla ricerca di una fiaba o una creatura mitica che ne abitino i misteriosi vicoli. Ha pubblicato il libro per ragazzi "Lo specchio magico" e collabora in veste di insegnante con Magnolia Italia: www.magnoliaitalia.com

 

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CINEMA E LETTERATURA

Una breve lettura di un rapporto complesso

di Davide Venturi

 

QUARTA PARTE – LO SPIRITO LEGGIBILE, LO SPIRITO VISIBILE E L’AURA

 

Nella complicata storia della letteratura e del cinema possiamo distinguere un momento in cui ciascuna delle due arti è stata coinvolta in un cambiamento radicale e tutto sommato simile: la riproducibilità. Mi riferisco rispettivamente alla stampa e all'invenzione stessa del cinema. Ovviamente se l'una ha determinato la riproducibilità della scrittura e di conseguenza della letteratura come arte, cioè di qualcosa già esistente in precedenza, il cinema è invenzione dell'arte stessa, arte predisposta alla riproducibilità.

Faremo ricorso alle posizioni di Bela Balazs e di Walter Benjamin per avere una buona lettura delle problematiche sorte con queste due invenzioni. Balazs afferma che con l'invenzione della stampa viene perduto lo spirito visibile per passare allo spirito leggibile, "la cultura visiva si è trasformata in concettuale". Questo ha implicato un primato della parola utilizzata come "ponte" nei rapporti umani andando contro la natura stessa dell'uomo: "Il movimento della lingua e delle labbra è, insieme ai gesti, spontaneo come qualsiasi altro movimento espressivo del corpo; che ne sorgano suoni è un fenomeno collaterale, valorizzato praticamente in un secondo tempo. Lo spirito immediatamente visibile è poi tradotto in spirito immediatamente udibile; e nella traduzione, come sempre, qualcosa va perduto. Ma il linguaggio dei gesti è la vera lingua materna dell'umanità". Infatti, Balazs non ha la pretesa di giudicare quale delle due "lingue" sia la migliore, ma è sua intenzione evidenziare la perdita della cultura visiva e gestuale a danno della parola. Mettendone in luce la diversità e l'esistenza individuale non si auspica un sostituzione ("non voglio affatto sostituire alla cultura verbale la cultura dei gesti e della mimica. La prima non è in grado di sostituire la seconda e viceversa"), bensì auspica una coesistenza.

La "macchina cinema" darà di nuovo vita alla cultura visibile e allo spirito visibile favorendo una nuova svolta alla civiltà pari all'invenzione della stampa; il cinema, però, facendosi carico del linguaggio mimico (quando Balazs scrive il saggio, nel 1922, si riferisce al cinema muto) possiede un'intelleggibilità globale che la letteratura non ha, così "contribuendo alla creazione di un tipo umano internazionale".

Balazs mette in evidenza una condizione radicale del cinema: il suo essere diretto, ma non argomentando tale tesi con la posizione di Epstein, ovvero il cinema è percezione di una percezione, ma rilevando la sua natura di linguaggio mimico gestuale che si dà per immagini.

L'analisi proposta da Benjamin ne L'opera d'arte nell'epoca della tecnica ruota attorno al concetto di riproducibilità. Come abbiamo già detto, la stampa permette la riproducibilità della scrittura, ma a parere di Benjamin la fotografia, ed ancor più il cinema, modificarono la percezione dell'arte tutta. Secondo l’analisi di Benjamin le tecniche di riproduzione fotografico-cinematografica presentano certamente degli aspetti negativi accanto a quelli positivi: ciò che verrà perduto dall'arte con l’introduzione di queste nuove tecniche sarà quella che Benjamin definisce "aura", ovvero il concetto di autenticità di un'opera: "l'hic et nunc dell'opera d'arte - la sua esistenza unica è irripetibile nel luogo in cui si trova". L'autenticità di un'opera e la sua unicità saranno concetti aboliti dalla fotografia e dal cinema: di una foto e di un film potranno farsi mille e una copia tutte uguali, senza contraffazioni, imitazioni o falsi. Tuttavia, accanto a queste considerazioni, Benjamin mette in rilievo gli aspetti positivi di questa trasformazione tecnologica. Il cinema modifica il rapporto delle masse con l'arte, infatti "da un rapporto estremamente retrivo, per esempio nei confronti di un Picasso, si rovescia in un rapporto estremamente progressivo, per esempio nei confronti di un Chaplin. […] Al cinema" continua l'autore "l'atteggiamento critico e quello del piacere del pubblico coincidono".

Benjamin paragona il cinema all'architettura o all'epopea: come queste esso ha la facoltà di offrirsi alla ricezione collettiva simultanea, ha il potere di insinuarsi distrattamente nella mente dell'osservatore, producendo delle modificazioni nello stato d'animo e nel pensiero senza catturare un'attenzione concentrata nel fruitore, al quale si impone con una forza di convincimento che non esige concentrazione o contemplazione poiché interviene nella mente sollecitando uno spazio inconscio. Nella situazione cinematografica agiscono delle dinamiche psicologiche che influenzano la percezione, la comprensione e la partecipazione degli spettatori, determinando l’immedesimazione o la distanza dagli eventi rappresentati. Attraverso la riproduzione di ambienti e di particolari nascosti, la natura che parla dall'occhio della cinepresa appare diversa da quella dello sguardo superficiale del quotidiano e la comprensione che si ha della nostra esistenza aumenta. Il pubblico è un "esaminatore distratto" che è indotto dal cinema a un atteggiamento valutativo, il quale, però, non implica raccoglimento e allo stesso tempo svaluta ogni valore culturale.

Come abbiamo scritto in precedenza, Magny, comparando cinema e romanzo, evidenziava per entrambi la capacità di soddisfare un desiderio di massa. Probabilmente su questa questione bisogna fare un'ulteriore distinguo, per giunta già fatto, ma aggiungendo anche le posizioni di Balazs e Benjamin. Il cinema si dà come arte diretta, più diretta rispetto alla letteratura per le seguenti ragioni:

1. Al cinema uno spettatore non percepisce un oggetto, ma una percezione che qualunque fruitore può per lo meno "leggere", perché una non conoscenza della grammatica e della sintassi cinematografica non corrisponde ad un'impossibilità di "lettura".

2. Il cinema utilizza "la lingua materna dell'umanità": il gesto e questo lo rende intelleggibile.

3. Il cinema non esige concentrazione allo spettatore chiamato da Benjamin "esaminatore distratto" proprio per questo motivo.

Alla fine di quest'analisi c'è una domanda che merita un ultimo spazio: il romanzo è da ritenersi ancora arte di massa nell'epoca contemporanea (o se si preferisce post-contemporanea)? Probabilmente sì, perché i caratteri di soddisfazione dei bisogni popolari sono radicati nel romanzo, in altre parole lo è per natura arte di massa, ma probabilmente ha perso l'effettiva capacità di soddisfare i bisogni di massa, terreno rubatogli dal cinema. Anche se, come ha ipotizzato Benjamin, anche la letteratura tende a far scomparire la tradizionale distanza che separava chi scrive da chi legge scorgendo l’origine del processo di scambio reciproco nell’abitudine che andava allora diffondendosi di manifestare il proprio pensiero non professionale per mezzo delle lettere al direttore dei quotidiani.

Comunque, parafrasando Benjamin, probabilmente il romanzo ha perso l'"aura" (qui più che mai tra virgolette) di opera d'arte di massa conquistata nel post-contemporaneo dal cinema.

 

FINE

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CONCORSI

a cura di Luigi Pennino

 

In questa rubrica segnaliamo (e segnaleremo) concorsi letterari, cinematografici e di interesse vario dei quali verremo a conoscenza.

Sul nostro sito è presente una pagina con i concorsi in scadenza, per ordine di data:

www.magnoliaitalia.com sezione: CONCORSI.

I concorsi di cui diamo notizia in questa newsletter saranno inseriti sul nostro sito soltanto la settimana successiva alla pubblicazione.

 

 

XX PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA ALFONSO GATTO

 

Scadenza: 30 marzo 2004

Organizzazione: Lions Club Salerno Hippocratica Civitas

Sezioni: Due una dedicata ad un’Opera di poesia e l’altra ad un’Opera Prima di poesia

Copie da inviare: 6 (sei) di cui una con firma autografa ed indirizzo dell’autore

Partecipazione; Gratuita

Premi: prima sezione 4.500 euro; seconda sezione 1.500 euro

Premiazione: 7 maggio 2004

Patrocinio: Parlamento Europeo; Presidenza della Repubblica.

Sponsors: Regione Campania, Provincia di Salerno, Comune di Salerno

Giuria: In corso di costituzione.

Per quanto concerne Opera di poesia si intende una raccolta di poesie pubblicata in qualsiasi

momento.

Per Opera Prima di poesia si intende una raccolta di poesie pubblicata per la prima volta dopo il

1 gennaio 2003.

 

Per tutte le altre informazioni sul concorso è sufficiente consultare il nostro sito (www.magnoliaitalia.com) nella sezione: CONCORSI.

 

 

 

LO SPAZIO COMICO
CONCORSO PER RACCONTI, SCENEGGIATURE E CORTOMETRAGGI

"Lo spazio comico" è un concorso per racconti, sceneggiature e cortometraggi inediti (o editi, ma comunque svincolati da cessione dei diritti d'autore) in lingua italiana organizzato da Magnolia Italia.

La logica del concorso è quella di raccontare storie umoristiche SENZA ALCUNA PRECLUSIONE DI GENERE. Il tema può cioè essere svolto all’interno o all’esterno di qualsiasi genere letterario e cinematografico: dal racconto autobiografico alla situation comedy, dal giallo alla fantascienza e così via. Sono ammesse commistioni di genere.

Il concorso è suddiviso in 3 sezioni:
LO SPAZIO COMICO SCRITTO
LO SPAZIO COMICO SCENEGGIATO
LO SPAZIO COMICO CORTO

LO SPAZIO COMICO SCRITTO 
Si partecipa al concorso con testi narrativi non più lunghi di venticinque (25) cartelle ciascuno: per cartella si intendono 30 righe per 60 battute, cioè 1800 battute per pagina (inclusi gli spazi vuoti), per un totale di 45.000 caratteri. Le singole pagine devono essere numerate, e su ognuna di esse deve essere indicato chiaramente il titolo del racconto.
Si può partecipare con più racconti. 

LO SPAZIO COMICO CORTO 
Si partecipa al concorso con cortometraggi non più lunghi di quindici (15) minuti ciascuno, esclusi i titoli di coda. I cortometraggi devono essere rigorosamente presentati in vhs, e devono recare sull’etichetta SOLO ED ESCLUSIVAMENTE il titolo del cortometraggio.
Si può partecipare con più cortometraggi. 

LO SPAZIO COMICO SCENEGGIATO
Si partecipa al concorso con sceneggiature non più lunghe di quaranta (40) pagine ciascuna. Le singole pagine devono essere numerate, e su ognuna di esse deve essere indicato chiaramente il titolo della sceneggiatura.
Si può partecipare con più sceneggiature. 
N.B. Si può partecipare anche alla sezione letteraria (LO SPAZIO COMICO SCRITTO) con una "novelization" della sceneggiatura, purché inviata separatamente.

NORME GENERALI 
I testi vanno spediti in cinque copie, i cortometraggi in una copia vhs, entro e non oltre il 30 gennaio 2004 (farà fede il timbro postale, ma in ogni caso non si accetteranno racconti pervenuti oltre il 15 febbraio 2004), a:
Magnolia Italia – via Paolo Mantegazza 25/2 – 20156 Milano 

PER LE MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE ED OGNI ALTRA INFORMAZIONE è sufficiente consultare il nostro sito (www.magnoliaitalia.com) nella sezione: CONCORSI.

 

 

 

RIFF – TERZA EDIZIONE
CONCORSO PER RACCONTI, SCENEGGIATURE E CORTOMETRAGGI

 

Roma, Italia -- 2 Ottobre 2003 – Il Roma Independent Film Festival (RIFF) annuncia oggi il Bando di Concorso per la terza edizione del RIFF che si terrà a Roma dal 24 al 29 Febbraio 2004. Fino al 15 Novembre 2003 è possibile iscriversi al concorso.  

 

Le sezioni in concorso:

Feature Films (lungometraggi)

New Frontiers (opera prima) *new!

Short Films (cortometraggi)

Digital Video (digitale)

International Student Films (per studenti scuole cinema) *new!

Documentary Films (documentari)

Animation (animazione)

Screenplays (sceneggiature)

 

Per tutte le altre informazioni sul concorso è sufficiente consultare il nostro sito (www.magnoliaitalia.com) nella sezione: CONCORSI.

 

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SEGNALAZIONI

a cura di Luigi Pennino

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo quanto segue.

 

 

ALAN MOORE: ON LINE ASTA DI BENEFICENZA PER LA LOTTA ALL’ALZHEIMER

Decine di tavole di fumettisti italiani e stranieri per aiutare l'AIMA e l'ADI

Un' asta on line di beneficenza, gestita in due fasi, con parte delle illustrazioni originali (e altri pezzi speciali) presenti nel volume "Alan Moore: Ritratto di uno Straordinario Gentleman" (Black Velvet) sarà ospitata su eBay all’ URL:
http://members.ebay.it/aboutme/aimacagliari/. La prima fase si è conclusa, la seconda fase avrà inizio il 6 Ottobre e si concluderà il 16 Ottobre.

L’asta avrà il supporto di Tiscali (today at http://arte.tiscali.it/

, tomorrow on the portal www.tiscali.it) che ospiterà sulle sue pagine una mostra virtuale (http://arte.tiscali.it/fumetto/200309/asta_gr.html

). Tutti i profitti derivanti dall’asta, come nel caso del libro, saranno donanti ad associazioni che si occupano della malattia d’Alzheimer, l’Italiana AIMA e l’Inglese ADI. Un ringraziamento particolare a tutti gli artisti che hanno sostenuto questo progetto.

A seguire la lista dettagliata di tutti i "pezzi" offerti all’asta

Dal 6 Ottobre al 16 Ottobre 2003
ALBERTO PONTICELLI, Supreme & New Youngblood
CARMINE DI GIANDOMENICO, Miracleman
CHARLIE ADLARD, Lega degli Straordinari Gentiluomini
EDUARDO RISSO, Ritratto Moore
FRANCESCO MATTIOLI, Ritratto Moore
GIANLUCA COSTANTINI, Ritratto Moore / Moore's Portrait
LUCA ENOCH, V for Vendetta
LUIGI SINISCALCHI, Watchmen
MASSIMO GIACON, Ritratto Moore
MICK GRAY, Promethea
NABIEL KANAN, Ritratto Moore
OTTO GABOS, fumetto Lega
STEFANO RAFFAELE, Ritratto Moore
WALTER SIMONSON, Rorschach/Moore

-----SPECIAL -----
Una copia speciale di 16 pagine della biografia di Alan Moore realizzata a fumetti da Gary Spencer Millidge (pag. 11-22 dell’AMPoEG). In formato 21,5 x 20,5 cm con l’impaginazione della tavola resa con una griglia di 9 vignette (contro le 12 dell’edizione stampata). Copia firmata da Gary Spencer Millidge.

-----SPECIAL -----
Dedica scritta a mano dall’acclamato scrittore Brad Meltzer sia in italiano (su carta semplice) e in Italiano (su cartoncino).

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DAVIDE VERAZZANI – SCRIVERE IL CINEMA – Corso di sceneggiatura cinetelevisiva

 

Docente: Davide Verazzani –Per notizie sul docente, consultare la pagina: http://www.magnoliaitalia.com/Curriculum%20Davide.htm

PRESENTAZIONE DEL CORSO:

GIOVEDI' 9 OTTOBRE E GIOVEDI' 16 OTTOBRE ALLE ORE 20.00

 

STRUTTURA DEL CORSO:  

INTRODUZIONE
. La sceneggiatura come narrazione per immagini
. Differenze tra sceneggiatura, romanzo e racconto
. I generi e i sottogeneri cinematografici
. Sceneggiatura originale e adattamenti  

I TAPPA: L'IDEA
. La creatività
. Il pensiero per immagini
. Tipi di idea  

II TAPPA: IL CONFLITTO (IL "COSA")
. Classificazione dei conflitti
. La story line
. Analisi della story line  

III TAPPA: IL PERSONAGGIO (IL "CHI")
. Protagonista - antagonista - deuteragonista
. Configurazione del personaggio
. Componenti drammatiche
. Il soggetto (il "dove", il "quando", il "perché")
. Analisi dell'efficacia del soggetto
. Contenuti del soggetto  

IV TAPPA: L'AZIONE DRAMMATICA (IL "COME")
Dal soggetto alla scaletta
. La struttura
. Le anticipazioni
. La suspence
. L'inversione delle aspettative
. Il plot
. Diagrammi di struttura
. Curva drammatica del film
Dalla scaletta al trattamento

. Le scene come unità drammatica
. Scene essenziali
. Scene di transizione  

V TAPPA: IL TEMPO DRAMMATICO ("IL QUANTO")
. Raccontare per immagini
. Retorica della narrazione cinematografica
. I dialoghi
. Qualità dei dialoghi
. Problemi nella costruzione dei dialoghi 

Ogni lezione avrà la durata di circa 2 ore, parte delle quali dedicate al commento delle esercitazioni svolte a casa dagli allievi.
Durante le lezioni saranno visionati spezzoni di film (da definire) che puntualizzeranno il discorso del docente.
Si cercherà poi di leggere spezzoni di sceneggiature esistenti, come esempi, positivi e negativi, dell'applicazione dei principi del corso.

Al termine del corso seguiranno 5 incontri mensili per mettere a punto le sceneggiature di goni singolo allievo

 

Per maggiori informazioni: www.magnoliaitalia.com

 

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ULISSE by Gioma

 

ULISSE by Gioma"
Euro 3,00 - Pagine 20 - 60 Daily Strips


il libro/non libro con 80 strisce di Ulisse edito da "Il Foglio", già in tutta Italia con Panini Distribuzione, adesso è distribuito anche dalla Star Shop.

 

ULISSE non è un fumetto, un fumetto vive dentro una storia... invece ULISSE non ha una storia e ogni volta vive in appena quattro vignette... quindi ULISSE non ha mai fine e come tale vive... ma è anche vero che ogni striscia ha una fine, proprio come un fumetto... eppure ULISSE non è un fumetto, perchè un fumetto vive dentro una storia... invece ULISSE non ha una storia e ogni volta vive in appena quattro vignette... quindi ULISSE non ha mai fine e come tale vive... ma è anche vero che... e adesso, se vuoi, continua tu...

 

Per le strisce di Ulisse: http://digilander.libero.it/ulissestrips/ 

                                                

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ANOMALIE DI OTTOBRE

 

E' uscito il quinto numero di AnomaliE, fanzine di fumetti, animazione e sklero! 
       Questa volta AnomaliE vi parla del proprio concetto di bellezza, ma non solo. Ammirerete il secondo capitolo della storia della donna che amava i cavalli, un altro fumetto scoperto quasi per caso da un gruppo di eroi durante una trasferta ad una meravigliosa fumettoteca di Darzo, l’orrore dell’olocausto secondo Spiegelmann, cos’è la bellezza applicata alla moda, come diventare bravi critici cinematografici e perché anche gli uomini possono essere belli. (Luber)

        Trovate AnomaliE presso la Fumettoteca Mad e le fumetterie di Trento.
 

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 - Il programma di Lucca Comics.

    La partenza è fissata sabato 1 novembre 2003 (è festa, quindi niente scuola!) alle 6.00, davanti alla stazione FFSS di Trento. Si effettua una tappa a Rovereto per chi vuole salire lì. Alle 11.00 si arriva alla Lucca Comics, e si potrà rimanere all'interno della fiera fino alle 18.00, ora in cui ci troveremo fuori dai cancelli per ripartire verso Trento.

    L'iscrizione costa solo 25.00 euro (meno dell'anno scorso!) e si può effettuare presso:

- la Fumettoteca Mad c/o Informagiovani in via Roma 60 a Trento, il mercoledì 20.00-22.00, il venerdì e il sabato 16.00-19.00

- la Libroteka di via Mazzini 14 a Trento, tutti i giorni

    Le iscrizioni chiudono il 20 ottobre.

    Seguirà a breve una mail con ulteriori dettagli, ma per avere altre informazioni potete scrivere sin da ora a ladynera@anomalie-net.com.

 

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MORTEROTICA ON LINE

 

Sono stati messi on line sul sito http://www.LaTelaNera.com nella pagina dedicata al concorso altri 7 racconti in gara. Si tratta di:

 

Quando la Morte vuol farsi desiderare - di Univers

Lovin' Dead Body - di RadioDiable

Con le dita e con la lingua - di Ivo Torello

Incontri Clandestini - di Francy Loy

Prima tu o prima loro - di Francesco La Cava

La mia mamma diceva sempre che - di Rupert

Satirismo - di Vincenzo Palermo

 

Sono gli ultimi racconti ad essere stati autorizzati alla pubblicazione.

 

L'appuntamento è per lunedì prossimo, per la premiazione.

 

 

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ITINARRARI

 

Vi diamo notizia delle nostre prossime iniziative narrative. Da quest'anno Le Città Invisibili collabora con la neonata associazione palermitana "Gli amici di Oblomov" .

 

L'idea è quella di creare una rete di collegamento fra diverse realtà che si occupano di narrazione in Sicilia, in modo da ampliare il ventaglio delle proposte e arricchirsi nell'integrazione e nello scambio.

 

Vi comunichiamo inoltre che fra un paio di settimane sarà attivo il nostro sito, attualmente in fase di allestimento: www.lecittainvisibili.com

 

Ed ecco alcuni tra i prossimi "itinarrari" (itinerari del narrare, ma anche, in siciliano: "andate a narrare"):

 

Farsi di / versi: la parola che trasforma

Laboratorio di poesia

 

Un viaggio attraverso la scrittura e la lettura poetica, con l'ausilio del colore, del ritmo, della musica, e la saltuaria partecipazione di poeti ospiti che verranno a leggere i loro versi e a raccontarne la genesi. 

Il percorso prevede tre incontri al mese, di cui due dedicati alla produzione dei testi poetici sperimentando la relazione fra la parola poetica  e altri codici espressivi, mentre il terzo saraà dedicato a un lavoro artigianale di ascolto, riflessione, affinamento, sviluppo di ogni singola poesia.

 

Gli incontri si terranno il primo, il secondo e il quarto mercoledì del mese alle 21.00, a partire da novembre, presso la Cooperativa Azzurra di Via Sammartino 10, fino a fine marzo (quindici incontri).

A cura di Leonora Cupane.

Costo: 45 euro al mese.

 

La lingua creata:

Laboratori di narrazione e poesia per bambini.

 

Uno spazio e un tempo in cui far nascere storie e poesie non soltanto per i bambini ma con i bambini, a partire dai loro desideri ed esperienze. Si solleciterà l’invenzione e la narrazione interattiva e collettiva, con l’ausilio del disegno, del gioco, del movimento, per rendere i bambini inventori di fiabe secondo propri gusti e criteri, non più solo fruitori ma attivi creatori di storie, capaci di narrare e narrarsi, e di attuare, giocando con la lingua, processi riflessivi e trasformativi.

 

Date, costi, conduttori e luogo sono da stabilire.

 

Per le iscrizioni agli itinarrari o per maggiori informazioni mandare una mail o telefonare: al 339-6587379 oppure allo 091-333840.

e-mail: cinvisibili@yahoo.it

 

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PER/CORSI A CURA DEGLI AMICI DI OBLOMOV

Sede dei per/corsi: parco Letterario Tomasi di lampedusa, Vicolo della Neve all'Alloro, 2):

 

L'arte di raccontarsi:

Itinerario di scrittura autobiografica
Si sperimenteranno i diversi modi e tempi della scrittura di sé:  scrittura diaristica, autobiografica, epistolare, con riferimenti alla poesia, alla fotografia, alla musica e alla fiaba.

Sarà un viaggio attraverso i territori delle memorie (sensoriale, riflessiva, narrativa, emozionale) volto a scoprire nuove possibilità rappresentative e nuovi linguaggi per raccontarsi.

 

Un incontro a settimana, ogni lunedì alle 19.00, dalla prima settimana di novembre. Sono previsti sedici incontri.

Costo: 55 euro al mese.

Condotto da Leonora Cupane con la supervisione della LIbera Università dell'autobiografia di Anghiari.

 

Incontri e laboratori con scrittori e docenti di scrittura creativa
Già in programma incontri con Giulio Mozzi, Carola Susani, Francesco Piccolo, Stas Gawronski, Evelina Santangelo, Matteo Bianchi, Antonella Cilento. 
Il primo sarà il laboratorio con lo scrittore Giulio Mozzi,

13, 14 e 15 dicembre 2003. Costo: 100 euro (80 per i partecipanti ai nostri itinarrari e a quelli degli Amici di Oblomov)

Le iscrizioni sono aperte.  

 

Per le iscrizioni o per maggiori informazioni mandare una mail o telefonare: al 339-6587379 oppure allo 091-333840.

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FABIANA GAMBARDELLA – UN MONDO DI FIABE
Corso di scrittura creativa a tema fiabesco

 

Come inventare e raccontare storie ricche di magia e di mistero e costruire un mondo popolato dalla creature della propria fantasia. Il corso si sviluppa partendo dalla struttura della fiaba, attraversando i mondi immaginati e immaginabili e  giungendo alla creazione delle nostre fiabe. Gli iscritti parteciperanno alle selezioni per la pubblicazione di una raccolta di fiabe inedite, "Un mondo da favola". 

 

Durata: 20 lezioni settimanali
Inizio: mercoledì 29 ottobre 2003

Sede: Magnolia Italia – Via Paolo Mantegazza 25/2 – Milano – tel. 02/39257430 – e-mail: magnoliaitalia@libero.it

 

Docente: Fabiana Gambardella - Scrittrice e autrice teatrale, ha collaborato ad alcune iniziative culturali nell'ambito associativo trevigiano. E' stata tra le fondatrici del "Gruppo Alpha" e ha co-sceneggiato il cortometraggio "Orbite perdute". Allieva di Giulio Mozzi, ha pubblicato nel 2001 la fiaba "Lo specchio magico". Attualmente sta scrivendo una commedia teatrale e un nuovo libro di fiabe.

 

PRESENTAZIONE DEL CORSO:

GIOVEDI' 9 OTTOBRE E GIOVEDI' 16 OTTOBRE ALLE ORE 20.00

 

Per maggiori informazioni: www.magnoliaitalia.com

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PONTE DELLE GABELLE – INCONTRO CON SCENEGGIATORI E DISEGNATORI

 

Alla mostra "Nuovo Fumetto Italiano" al CTS "PONTE DELLE GABELLE", in Via San Marco 45 a Milano
l'ultimo giorno di esposizione, Venerdì 10 Ottobre, si potranno incontrare (dalle 17 a chiusura, intorno alle 18.30)

gli autori dei fumetti qui esposti:

Gli sceneggiatori Giovanni Gualdoni ("Akameshi", "Glauco", "L'anello dei Settemondi") e Gino Udina ("Tao");

i disegnatori Stefano Turconi ("Akameshi") e Cristian "Steve" Cari ("Glauco").

Un'occasione per conoscere e capire meglio i meccanismi del fumetto oggi, sopratutto in ambito Europeo, e come presentare un progetto che funzioni ad un editore straniero.

Al termine verrà regalata ai presenti, fino ad esaurimento scorte, una copia del Tao.

Per informazioni: CTS "Ponte delle Gabelle" - Via San Marco 45, Milano -
TEL: 02.88455322
(dalle 14.30 alle 18.30)

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Andrea Consonni - WRONG

 

E' in libreria Wrong di Andrea Consonni - euro 8,00 – pag. 220

 

La storia di Andrea e del suo inferno quotidiano: vivere. Un nugolo di personaggi che gli si muovono intorno su di uno sfondo urbano degradato arrangiandosi alla meno peggio per sopravvivere, per cercare un’improbabile via di fuga. Una madre e un padre che hanno perso ogni interesse per la famiglia; Sarah, la sorella, che cerca in tutti i modi di arginare il proprio malessere autodistruggendosi; Simone, il fratello perfetto che rinnega le sue origini; gli amici traditi e l’amore disilluso… una spirale di volti ed eventi destinata ad involversi su sé stessa fino al tragico epilogo.

 

Andrea Consonni è nato nel 1979 e abita in Brianza. Ha già pubblicato "Settantanove punti di fuga" (Besa, 2001). Per contatti: infinitejesst@libero.it .

Il primo capitolo

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Non me ne frega un cazzo del mio futuro, di quello che farò da grande, di quello che ho fatto, di quello che fanno gli altri, del cognome che porto, dell’Italia, dell’Europa unita, dell’Africa, dell’America Latina, dei disoccupati nel Sud Italia, del mio orticello, dei girotondi, della maggioranza, dell’opposizione, di che tempo farà domani, di quanto costa un litro di benzina, dello sciopero generale in aprile, della guerra in Palestina, di Bin Laden, del mullah Omar sfuggito in motocicletta ai marines addormentati tra le macerie di una scuola, di quello che scrivono sui giornali, di Bush, di Pippo Baudo, di Fabio Fazio, di Biagi, di Luttazzi, dei Pokemon, degli Oscar, degli Afterhours, di quelli che vogliono mettere in piedi qualcosa, degli attivisti politici, dei volantini di incontri formativi per giovani manager con le braghe già abbassate, dei Verdena, delle conseguenze dell’abuso di droghe pesanti, delle polemiche su Sgarbi, dell’inchiesta su Vanna Marchi, delle letterine, delle veline, degli ospiti del Grande Fratello, dei presentatori, delle presentatrici, del nuovo bidone targato Fiat, della pizza surgelata, delle balene, dei canguri, dei capelli grigi, del singolo di Sanremo al primo posto in classifica, della cravatta abbinata alla giacca, dei cortometraggi, degli amici, dei nemici, dell’Equosolidale, della forma fisica perfetta, dei consigli dei parenti scritti sui biglietti d’auguri arrivati in ritardo, dei missionari in Africa, dei sogni di fare carriera che le persone mi vomitano sul maglione usato, delle scarpe pulite, delle scarpe rotte, dei pantaloni stirati, dei capelli con la riga da parte, lunghi, sporchi, corti, rasta, a spazzola, rasati, tinti, stirati, delle camicie a quadri, dei jeans rotti, di quelli a vita bassa, dei sacchi a pelo, delle borse firmate, dei barboni, degli indagati di Tangentopoli morti suicidi, di Craxi e del suo diabete e delle lacrime di quella nevrotica di sua figlia Stefania, delle tende, dei fornelletti da campeggio, delle strette di mano, degli opuscoli sulla dieta perfetta da seguire, del buco dell’ozono, delle magliette con le scritte giuste, della musica giusta, di quella sbagliata, dell’Università, delle cure per il tumore, di conoscere altre persone, dei gruppi d’ascolto, dei genitori morti, di quelli vivi, della fidanzata col culo perfetto, dell’amica del cuore, della cugina col naso rifatto, dell’amico strano, dello schifoso underground musicale italiano di Due di due e di tutti i libri di merda come quello che nessuno si azzarda a dire che fanno schifo, dello zio divorziato, della nonna puttana, delle vacanze in Egitto, dei viaggi negli Usa, degli autografi, della pensione minima, delle canne, dei sindacalisti, dei padrini, delle madrine, delle liti condominiali, del telefonino, della spider turbo-diesel a trentamila euro, della prima comunione, della cresima, del corso per fidanzati, del matrimonio in chiesa, del matrimonio in comune, delle famiglie allargate, della convivenza, dei sabato sera, dei concerti imperdibili, dei centri sociali, degli ospizi, di Lenin, di Mao, di Hitler, di Lady Diana, del Chiapas, di Topolino, della pena di morte, del divorzio, degli anarchici, dei comunisti, dei fascisti, dei democristiani, dei ribelli per forza, delle persone mature, di quelli che cambiano, di quelli che non cambiano mai, dei malati di Alzheimer, di Blob, dei musei, delle fanzines, delle mostre del cinema, degli eroi senza macchia, del giorno dei morti, di quello dei caduti, dell’ultimo dell’anno, del passato, del presente, del futuro, delle case occupate, di San Patrignano, della riforma della scuola, di Don Mazzi, di Don Gallo, del Cardinale Maria Martini, delle malattie del Papa, dei rifiuti atomici, delle guerre giuste, di quelle sbagliate, dello sbarco sulla Luna, dei viaggi in India, delle comuni, di un bicchiere bevuto in compagnia, degli extraterrestri, del concorso di Miss Italia, del racconto pubblicato su una rivista per soli uomini, di un cantante morto con un colpo di fucile in bocca, dell’indulgenza plenaria, dei miracoli, dei santi, dei morti delle Torri Gemelle, di Naomi Klein, di quello stupido martire di Sofri, delle rivendicazioni dei brigatisti, dei siti internet, dei fiori al cimitero, del cd dance di una lolita brasiliana che ho trovato nel sacchetto di patatine, di che malattia morirò, del nuovo film campione d’incassi, di quell’idiota di Nanni Moretti che si scopa la Vespa mentre arringa il popolo dal suo balcone di Nutella, di quello scassapalle di Ermanno Olmi, delle vite di sconosciuti di merda che come una telenovela mi perseguitano a tutte le ore del giorno con i loro successi sul lavoro, dei morti sulle strade, dei bambini assassinati, delle mamme che piangono per la strada e che vorrei vedere morte e ora se ti guardo Sarah e penso a tutte le cose che mi hai detto in questi giorni ti vorrei spaccare la testa e buttare giù dalla finestra, perché mi fai sentire ancora più una merda quando spari quelle stronzate! La televisione è lì, in mezzo al soggiorno, finalmente spenta con tu che fissi a bocca aperta lo schermo vuoto senza la forza di parlare facendo la figura di una drogata di programmi preserali andata in overdose. Avrei dovuto fare la spesa, cucinare, passare in farmacia, ci ho rinunciato, sono rimasto qui ad aspettare che ti svegli perché anche se non voglio parlare è impossibile restare zitti. 

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E' un libro delle Edizioni Il Foglio: www.ilfoglioletterario.it

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INSIDE ALTRENOTIZIE

numero tre ottobre

 

trimestrale d’avanguardia che gioca sul rapporto immagine/parola 

 

A ottobre esce il TERZO numero di INSIDE ALTRENOTIZIE rivista trimestrale d'avanguardia, costruito sul leitmotiv superficialità e leggerezza.

Il periodico è "materializzazione" espressiva della filosofia editoriale Shin orientata sull'avanguardia, sul connubio arte-industria, con una particolare attenzione al rapporto immagine- parola, alla dinamica delle forme, alla tendenza del design  contemporaneo, alla cultura artistica, musicale, teatrale, ai luoghi d'incontro, ai locali, ai festival, muovendo i contenuti con una grafica coloratissima coordinata da un art director pittore ed esperto di estetica.

E’ nostro intento comunicare la concretezza estetica e la realtà culturale proponendo i circuiti più interessanti di arte, musica, teatro, tecnologia, architettura, per mettere in contatto chi vuole intervenire personalmente nella cultura contemporanea.

Non si tratta di un periodico contenitore bensì di un organismo costruito con una sorta di montaggio cinematografico, un’architettura di linguaggi e di codici comunicativi aperti, anche il lettore può diventare scrittore partecipando al concorso letterario Shin edizioni che nel numero due ha riscontrato un inaspettato interesse.

 

GRAZIE a: leggera profondità, superficiale pesantezza, oscar wilde, poesia nuda, arancia meccanica, l’urlo di munch, morgan, ironia socratica, spiriti liberi, kundera, divertissement, fnac, aerodinamica, san giorgio e il drago, architettura, nuotare, vetrate gotiche, il settecento , meglio muti che idioti , i pittori, la psicanalisi. 

La rivista è distribuita a livello nazionale nelle librerie e nelle edicole di alcuni capoluoghi di provincia. Inoltre è presente su: aerei di linea, navi da crociera, associazioni di categoria, ordini professionali, hotel, aziende.

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RAPPORTO SULLO STATO DI LETTURA IN ITALIA

- I dati del Primo rapporto sullo stato della lettura in Italia
- I dati del Secondo rapporto sullo stato della lettura in Italia
- Le domande dell'edizione 2004. Terzo rapporto sullo stato della lettura in Italia.

a cura di Andrea Giannasi

Nel 2002 Prospektiva rivista letteraria ha varato il Sondaggio sullo stato della lettura in Italia coinvolgendo nella compilazione dei moduli scuole in tutto il paese.
Lo scopo del lavoro è quello di scandagliare il settore dei giovani italiani tra i 12 ed i 18 anni per verificare, oltre allo stato della lettura, il grado di conoscenza e l'interazione tra i mass media, i libri ed i giovani lettori.
Abbiamo deciso dalla Seconda edizione di utilizzare l'invio elettronico delle schede compilate per facilitare l'invio e aumentare il numero degli aderenti al sondaggio. Dunque anche via email (ma con precise regole e certificazioni), si può partecipare al sondaggio.
Rimane forte comunque l'intenzione da parte di Prospektiva di sottolineare quanto sia indispensabile per una paese civile avere una scuola forte, con un corpo docente propositivo e ben preparato. Per questo cogliamo l'occasione di ringraziare tutti i docenti (moltissimi) che hanno aderito sia con metodo tradizionale (Ancona, Lucca, Caserta, Rieti, Roma, Siena, Milano, etc.) sia con metodo elettronico.

Per informazioni stampa:
Prospektiva Rivista letteraria - Via Terme di Traiano, 25 - 00053 Civitavecchia Roma.
Tel. e fax 0766 544240 - 0766 23598 - e-mail:  prospektiva@iol.it

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Magnolia news
è una newsletter settimanale curata da Heiko H. Caimi

edita da Magnolia Italia – Via P. Mantegazza 25/2 – 20159 Milano

Tel. 02/39257430 – e–mail: magnoliaitalia@libero.it – sito: www.magnoliaitalia.com

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