Magnolia news
Settimanale di letteratura, cinema e cultura varia
Anno 1 – Numero 2
Giovedì 11 settembre 2003
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IN QUESTO NUMERO
Lettori avvisati, mezzo salvati: i contenuti di questo numero, che si presenta particolarmente ricco, sono oltremodo corposi.
Nell’apposita sezione segnaliamo numerosi CONCORSI letterari, poetici e cinematografici particolarmente stuzzicanti.
Nella sua rubrica, Mairi fa una panoramica sul genere fantastico di notevole interesse.
Nella rubrica "Making Movies" Davide Verazzani ci parla del film vincitore della 60° Mostra del Cinema di Venezia e della pellicola di Marco Bellocchio. Inoltre, segnaliamo tutti i premi del Festival.
Susanna Bonaventura, questa volta, si cimenta con un racconto ispirato ad "Almost Blue", mentre Rita Marinelli ci rivela di essere la quinta delle sorelle Marsh.
Fabiana Gambardella ci introduce al mistero di Morgana, mentre Chiara Milillo, oltre ad ammettere di essere una gran golosa, ci delizia con un’arguta recensione di una pizzeria piemontese.
Sono numerose anche le segnalazioni di eventi culturali di vario genere.
Inauguriamo inoltre, in questo numero, alcune nuove rubriche:
INCONTRO CON LA POESIA, di Gabriella Valera Gruber, che questa prima volta ci parla un po’ di sé;
MONDO NUVOLA, che fa una panoramica sul mondo del fumetto;
MAGNOLIA
M@IL, lo spazio nel quale rispondiamo ai nostri lettori.
La rubrica "I fanciulli del sottosuolo", invece, tornerà a farci compagnia la prossima settimana.
Un ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile questo nuovo numero di "Magnolia news".
Buona lettura,
Heiko H. Caimi
P.S.
11 settembre 2001 – 11 settembre 2003
Riteniamo che i morti, tutti i morti, meritino rispetto.
E che la migliore forma di rispetto sia il silenzio.
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L’ANGOLO DELLE CITAZIONI
a cura di Vincenzo Corvo
Il peggior peccato che potete commettere come scrittori è quello di mettervi in una posizione di superiorità morale rispetto ai vostri personaggi. (David Leavitt, Martin Bauman)
Gesù, come si fa a scegliere di guadagnarsi da vivere in questo modo? (…) Scrivere deve essere una forma di pazzia. (Ramsey Campbell, The Nameless)
Credo che il punto di partenza sia ogni volta diverso. Io ragiono in rapporto al cinema e credo che il punto comune tra i miei diversi film sia il risultato delle riflessioni su altri film esistenti e anche su quelli che ho girato io. (François Truffaut, regista)
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Circuiti integrati, fatine e teste mozzate
a cura di Mairi
"Dio muove il giocatore e questi il pezzo. / Quale Dio dietro a Dio la trama ordisce / di polvere e tempo e sogno e agonia?"
E’ la parte finale di una poesia di Jorge Luis Borges, scrittore visionario, che paragona la vita allo svolgersi di una partita a scacchi, dove il giocatore è un Dio che decide le mosse e dietro il quale c’è un altro Dio che muove il giocatore.
Lo scrittore è un po’ come il giocatore davanti alla scacchiera: muove i propri pezzi, ordisce tattiche e mosse, osserva, rielabora, agisce scrivendo. E’ un demiurgo che crea mondi utilizzando le proprie osservazioni dirette della realtà, fisica, morale o psicologica. Qualche volta crea veramente qualcosa di nuovo, più spesso rielabora materiale preesistente preso in prestito dalla storia, dalla geografia, dalla letteratura, dalla mitologia. Capita che alcune opere si somiglino molto, che vengano accusate di plagio, senza pensare che tutti noi attingiamo a piene mani da una fonte comune: l’immaginario collettivo, con il suo vasto contenuto di archetipi. Dov’è allora la genialità degli scrittori? Forse nel trattare per primi certi temi e, soprattutto, nel saperli esporre in un modo nuovo, coinvolgente e gustoso. Già, perché un racconto o un romanzo devono essere "gustosi", devono colpire i cinque sensi e toccare l’anima, altrimenti nel mare magnum della letteratura si corre il rischio di scomparire o di non venire per nulla a galla. Ma è poi così importante emergere? Cosa ci spinge a scrivere e, in particolare, cosa ci spinge a scrivere di cose, situazioni, mondi che non esistono nella realtà, che sono così lontani, onirici e inarrivabili?
Fantasy, Fantascienza ed Horror sono generi letterari recenti ma che affondano le radici nel passato, nei racconti fatti attorno al fuoco, nei poemi epici e che si sono poi evoluti per sfociare nel sociologico, come la Fantascienza, o nel divertimento puro e semplice, come spesso si pensa per Fantasy ed Horror. Eppure quel giocatore demiurgo che è lo scrittore non si limita a muovere dei pezzi inanimati su una scacchiera, lui crea interi mondi, fa vivere tanti personaggi e li fa entrare dentro di noi fino a farcene innamorare alla follia. Per quanto bene o male si è parlato di Tolkien, per esempio, non si può certo dire che non fosse un demiurgo. Già dalle prime righe del Silmarillion si assiste alla nascita di un intero universo, con i suoi dei, la sua mitologia, i suoi linguaggi, la sua morale e, in seguito, il clima, la topografia, il Bene, il Male ed ogni sfumatura tra i due. Leggendo il Signore degli Anelli, ad un certo punto, sembra quasi di sentire l’amaro dell’acqua che Frodo e Sam bevono tra le montagne vicino i cancelli di Mordor, di capire benissimo che il sapore amaro è dovuto alla presenza di sostanze solforose di cui è pieno quel terreno vulcanico, che l’acqua ha sì un sapore strano ma è potabile, che… Ehi ma qui si sconfina nella scienza! Cosa c’entra la scienza pura con un romanzo Fantasy?
Attenersi a grandi linee alle leggi fisiche del nostro mondo significa dare credibilità al mondo di fantasia che uno scrittore costruisce, dargli basi solide dalle quali partire per poi creare sul serio qualcosa di nuovo, di onirico. Dietro il Signore degli Anelli c’è sicuramente un lungo e attento studio filologico, topografico, climatico, addirittura botanico. Gli scrittori del fantastico, molto più degli altri scrittori, hanno bisogno di far vivere i loro mondi impossibili, di renderli reali, credibili, anche se ciò può sembrare una contraddizione.
I vessilli, le usanze, le casate, le armi e armature che compaiono nelle pagine dei libri delle "Cronache del ghiaccio e del fuoco" di George R.R. Martin, si basano sicuramente sullo studio di usi e costumi della storia passata, come il clima e la vegetazione dell’intero continente in cui si muovono i personaggi di quella saga. Stessa cosa accade in molti libri e racconti di fantascienza, come ad esempio nella saga dei Dragonieri di Pern di Anne McCaffrey, nella quale la scrittrice racconta di mutazioni genetiche, draghi in contatto telepatico con i loro cavalieri, un mondo desolato in cui l’uomo può vivere solo a determinate latitudini e in cui il passaggio periodico dei "Fili" (una sorta di spore aliene) obbedisce alle leggi di Newton.
Di esempi ne potrei portare molti altri, a centinaia, forse uno per ogni libro scritto, ma perché privarvi del piacere di scoprire da soli quali contatti tra realtà e fantasia sono nascosti tra le righe dei romanzi fantastici? Spesso quando un libro ci piace e ci prende diciamo che è scritto bene, e queste due semplici parole racchiudono l’enorme lavoro di ricerca e studio che un bravo scrittore compie per portare a compimento la sua opera, ma noi non ce ne rendiamo conto, perché il libro lo viviamo, lo gustiamo e tanto più il lavoro dietro è accurato e la lettura scorrevole, tanto più siamo rapiti e trasportati su altri mondi. Certo, la grande mole di ricerca e studio che si nascondono dietro un libro non sono garanzia di successo, soprattutto per racconti e romanzi fantastici, ma penso siano molto preziosi.
Se provassimo a prestare più attenzione ai libri che leggiamo, ad andare oltre la riga scritta, a vedere e capire il mondo che c’è dietro, senza cadere nei preconcetti o nei luoghi comuni, forse riusciremmo a scorgere il demiurgo che, seduto davanti la sua scacchiera, muove la penna come fosse una bacchetta magica; o forse è meglio limitarsi a leggere per il semplice gusto di farlo, per vivere emozionanti avventure in mondi fantastici, per sfuggire alla noiosissima realtà del quotidiano. Sì, meglio godersi il libro e non porsi troppe domande…
Ma, secondo voi, di quale materiale è fatta quella benedetta scacchiera?
Mairi si muove in bilico tra sogno e realtà, a partire dal suo nome che ne nasconde uno vero: Roberta Verrecchia. Laureata in Scienze Naturali, ha collaborato alla realizzazione di uno spettacolo imperniato sulle fate, "Ballate di fate e folletti del parco dell'Acquafredda", allestito lungo un sentiero naturale a Roma e sta lavorando per la realizzazione di un altro spettacolo. Ha pubblicato sulla rivista di fantascienza "Fanucci News"; scrive racconti a cento mani su mailing lists a tema fantasy. Sul suo sito "Somnium" ha creato un mondo incantato dove muoversi tra miti, leggende, racconti, poesie, creazioni artigianali, fate e sogni: www.fdsoftware.it/mairi
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MAKING MOVIES
a cura di Davide Verazzani
Bilancio veneziano
Il Leone d'Oro è andato, quest’anno, a THE RETURN, di Andrej Zvjagintsev. E, al di là delle polemiche sul mancato premio a Bellocchio, questa vittoria è davvero una sorpresa: l’opera prima del regista russo, infatti, è davvero un film che meritava di vincere. La sorpresa sta proprio nel fatto che abbia vinto una pellicola così straordinariamente bella ed indimenticabile: raramente accade, e troppo spesso i premi sembrano pilotati. Non è così, secondo me, in questo caso, e l’assegnazione del Leone d’Oro ci permetterà di veder proiettato nelle sale nostrane un’opera che, altrimenti, avrebbe rischiato di essere esclusa dalla programmazione per motivi commerciali.
La recensione di Davide Verazzani (scritta prima dell’assegnazione del premio) vi darà delle valide motivazioni per andarvelo a vedere.
Aggiungiamo, per equità, la recensione di BUONGIORNO, NOTTE, di Marco Bellocchio, vincitore del "Premio per un contributo individuale di particolare rilievo" con la sceneggiatura del film. Inoltre, di seguito, tutti i vincitori della 60° Mostra del Cinema di Venezia.
Andata e ritorno
Il film: The Return - Regia: Andrey Zvyagintsev. Sceneggiatura: Vladimir Moiseenko – Alexandre Novototsky. Fotografia: Mikhail Kritchman. Interpreti: Vladimir Garin – Ivan Dobronravov – Konstantin Lavronenko. Anno: 2003. Durata: 105'
Per leggere la recensione aprite l’allegato: ANDATA E RITORNO
La notte delle coscienze
Il film: Buongiorno, notte – Regia, soggetto e sceneggiatura: Marco Bellocchio Fotografia: Pasquale Mari; Montaggio: Francesca Calvelli; Interpreti: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia Roberto Herlitzka
Per leggere la recensione aprite l’allegato: LA NOTTE DELLE COSCIENZE
Questi sono i premi ufficiali della 60a mostra del cinema di Venezia.
Davide Verazzani
è sceneggiatore, scrittore, critico, poeta e musicista, ma nella vita, per sopravvivere, fa tutt’altro. Insegna sceneggiatura a Magnolia Italia, e collabora con i siti www.16noni.it e www.mymovies.it
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INCONTRO CON LA POESIA DI…
Gabriella Valera Gruber
Per questa volta, solo per questa volta, permettetemi di parlare brevemente di me. Per raccontarvi come ho personalmente "incontrato" la poesia.
E’ stato un martedì verso la fine di gennaio del 1996. Già da tempo scrivevo qualcosa che poteva somigliare a dei versi: fogli accumulati, appunti buttati giù senza darvi importanza, apparentemente dimenticati. Ma ogni volta che mi capitava di rileggerli riaffiorava l’esatta memoria della voce che mi era risuonata dentro, del nodo alla gola, del sorriso, di tutto ciò che me li aveva suggeriti.
Quel martedì ho deciso di partecipare al laboratorio di poesia che si teneva presso un’associazione di volontariato. Timorosa, seduta nell’angolo più piccolo della stanza, ascoltavo. Erano all’incirca quindici persone di età, culture, esperienze diverse. Leggevano i loro testi, in italiano o in dialetto; qualcuno si commuoveva, qualcuno non riusciva a nascondere una certa vanità; c’era chi leggeva con la voce strozzata dall’emozione e chi recitava compiaciuto. Qualche commento. Poi ognuno riceveva il suo applauso e sorrideva. Molte delle poesie che avevo sentito erano veramente belle. Tutte avevano almeno un nucleo di verità; tutte contenevano almeno qualche verso, leggendo il quale la voce del suo autore aveva tremato. Me ne sono andata emozionata, con il batticuore.
La settimana seguente anche io sono stata invitata a leggere: mi sono commossa e per la prima volta ho avuto la sensazione di "concedermi" la poesia. Ora sono io ad occuparmi del laboratorio, come parte di un impegno di volontariato; ho pubblicato una piccola raccolta e partecipo volentieri a readings che mi danno grande emozione. Dopo ogni incontro, torno a casa, ancora adesso, col batticuore.
Per proseguire nella lettura dell’articolo, aprite l’allegato INCONTRO CON LA POESIA
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EMOZIONI OLTRE I CONFINI
di Susanna Bonaventura
Ispirata da "Almost Blue", splendido e stranoto romanzo di Carlo Lucarelli, Susanna questa volta prova a scrivere un racconto ispirandosi alle atmosfere del romanzo. Con romanticismo.
La notte arriva, nonostante tutto.
Oggi ho parlato con lui. Sì, so che è una scemata quando lo dico. E anche questa lo è. Perché, in effetti, io non sento e non parlo. Posso solo leggere. Ecco cosa intendevo. Ho parlato con lui, nel senso che ho letto ciò che mi ha detto e gli ho risposto allo stesso modo. Via e-mail. Un rapporto strano, il nostro, ma di una dolcezza infinita. Potrei vederlo, e magari un giorno lo farò, ma ora no. Non me la sento. Perché quando accadrà sarà tutto diverso.
A volte sulle riviste ci sono articoli sui di noi. I disabili, ci chiamano. Quasi fosse un’abilità quella di sentire e parlare dalla nascita. Dicevo (e va bene, permettetemi questo termine, anche se non so esattamente come sia) che ci sono articoli in cui si evidenzia come una mancanza sensoriale sia supplita con maggiori sensibilità. Forse è vero, ma io non so certamente giudicare. Come posso sapere se ho maggiore abilità con altri sensi? E come posso valutare se ciò è preferibile a sentire e parlare? Io non so che cosa significhi, quindi lo accetto. E basta. Anzi, quando m’imbatto su giornali che ne parlano (e sia, ancora questa parola!) faccio spallucce e vado oltre.
Per proseguire la lettura di questo racconto, aprite l’allegato EMOZIONI OLTRE I CONFINI
Susanna Bonaventura è sposata, ha due figli ed un lavoro da impiegata di banca. Si dice che il raggiungimento dei fatidici 40 anni porti a riflettere. Anche a lei è successo, e la cosa positiva è che le ha fatto scoprire la voglia di scrivere. Attualmente pubblica racconti brevi su vari siti letterari, tra cui
www.ioscrivo.net , www.scrivi.com e www.nneteditor.it con lo pseudonimo di Kim H.
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MONDO NUVOLA
Viaggi nell’universo delle nuvole parlanti
Inauguriamo in questo numero una rubrica dedicata ai fumetti. Lo facciamo con una serie di recensioni.
DYLAN DOG n° 204 – RESURREZIONE
Sergio Bonelli Editore – 98 pagine – 2,20 euro – in edicola
L’antagonista dell’indagatore dell’incubo è, questa volta, una specie di Punitore non–morto che fa giustizia là dove la giustizia non arriva. Una storia con molti colpi di scena, ben congegnata dallo sceneggiatore Tito Faraci e illustrata efficacemente dallo stile chiaroscurale di Daniele Bigliardo. Ma la trama è esile, quasi banale, e se la soluzione dell’enigma non è evidente grazie alla perizia di Faraci, resta comunque l’amaro in bocca: è da molto tempo che in questa serie a fumetti non possiamo goderci un’avventura degna dei vecchi tempi.
(Massimiliano Morelli)
JULIA n° 60 – LA GRANDE BURLA
Sergio Bonelli Editore – 130 pagine – 2,50 euro – in edicola
Berardi e Mantero orchestrano una buona trama nella quale un dinamitardo ricatta la città con bombe–burla che non fanno danni, però seminano il terrore. Ma il gioco è fin troppo scoperto, e si intuisce già a pagina 107 ciò che dovrebbe essere la rivelazione di pagina 124. Inoltre, quando troppi indizi pesano su un personaggio, si informa indirettamente il lettore che l’indiziato non può essere il colpevole. Chi legge lo cercherà tra gli altri personaggi, e di alternative non ce ne sono. Peccato, perché l’idea era buona, e i disegni realistici di Lucio Leoni e Alberto Macagno molto in sintonia con la storia narrata. Un’occasione sprecata
. (Luigi Pennino)
NICK RAIDER n° 184 – AMORE E RABBIA
Sergio Bonelli Editore – 98 pagine – 2,20 euro – in edicola
Tito Faraci, già autore della sceneggiatura di Dylan Dog di questo mese, mette in atto un conggno ad orologeria che mischia atmosfere noir ad una storia di amour fou con elementi da gangster story, a tratti quasi pulp. Sembrerebbe un chiaro esempio di indecisione, ma lo sceneggiatore riesce a mischiarli così bene che ne esce un ottimo prodotto, complice anche il disegnatore Massimiliano Leonardo: tratto realistico, chiarezza nei segni, sufficiente senso del dinamismo. E da quello che poteva essere un miscuglio di luoghi comuni esce invece un’avventura degna di essere letta, nella quale Nick Raider fa quasi solo da testimone e lascia spazio, finalmente, ad altri personaggi. Uno dei migliori numeri della serie
. (Massimiliano Morelli)
JOHN DOE n° 4 – IL MARE DENTRO
Eura Editoriale – 98 pagine – 2,40 euro – in edicola
Giunta al quarto numero, questa serie a fumetti rispetta le premesse. Bartoli e Recchioni girano attorno al mito di Moby Dick per imbastire una storia ai confini della realtà che, se non aggiunge nulla a ciò che già sappiamo sul misterioso protagonista della serie, ci regala una mezz’ora di evasione di buona qualità. I disegni orrendi dei primi due numeri sono soltanto uno spiacevole ricordo, e i tratti di Farinelli e Bertelè, anche se non molto accurati, conferiscono il giusto tono alla storia. Affascinanti i personaggi e buona la sceneggiatura
. (Michele Andromeda)
DAMPYR n° 42 – L’UOMO DI BELFAST
Sergio Bonelli Editore – 98 pagine – 2,20 euro – in edicola
Un’avventura densa di storia irlandese, questo quarantaduesimo numero di Dampyr. La sceneggiatura è poco dinamica ed eccessivamente verbosa (ricorda, nella struttura, alcune storie di Martin Mystère), la storia vampirica poco originale, il sottofondo storico–politico molto ben documentato, i colpi di scena piuttosto prevedibili. Peccato, perché le atmosfere sono affascinanti, ma l’Irlanda finisce per essere più interessante ed appassionante del protagonista della serie e delle sue avventure. I disegni di Giovanni Bruzzo sono molto funzionali, senza particolari picchi, ma Kurjak assomiglia più a Mister No che a se stesso, e non basta qualche citazione da Steranko per renderlo memorabile.
(Massimiliano Morelli)
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QUESTIONE DI LIBRI
di Rita Marinelli
Inauguriamo una miniserie di racconti autobiografico–letterari sull’effetto che i libri possono avere sulle nostre vite.
PARTE I – LA QUINTA SORELLA
Vi è mai capitato di inciampare e ritrovarvi stupiti e perplessi, lunghi distesi per terra, ad altezza dell’asfalto? Avete provato a vincere l’imbarazzo che vi spinge a rialzarvi immediatamente e restare invece a terra per guardare il mondo da un’altra prospettiva?
Io l’ho fatto: inconsciamente l’ho fatto. Avevo sette anni e la più grande delle mie sorelle mi regalò il mio primo libro: Piccole Donne di Louisa May Alcott.
L’impatto fu forte come inciampare: possedevo un romanzo e non sapevo che cosa farmene. Mi chiedevo perché dovessi leggere qualcosa di diverso dal mio libro di lettura delle elementari o dal sussidiario. Imbarazzata e perplessa stavo lì, distesa sul pavimento, a cercare di decidere che cosa fare. Deludere mia sorella e rialzarmi da terra restituendole un regalo che non mi serviva? Oppure vincere la mia perplessità e restare a guardare il mondo da un’altra prospettiva?
Restai dov’ero ed aprii quel libro. Fu amore a prima vista, o meglio a prima pagina, dapprima per quel libro in particolare e poi per tutti gli altri che lo seguirono negli anni.
Timida ed introversa com’ero, chiusa in un guscio talmente stretto da farmi soffocare, scoprivo con emozione l’esistenza di storie fatte di parole e di personaggi reali ed unici, e ad ogni nuova parola che leggevo i personaggi diventavano più vivi che mai nella mia mente.
Mi lasciai avvolgere dall’emozione: mi sentivo parte di quell’emozione; l’emozione era stare nel libro: io ero parte del libro, quindi ero la quinta delle sorelle Marshall.
Per proseguire nella lettura di
questo racconto aprite l’allegato: LA QUINTA SORELLA
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IL CERCHIO MAGICO
Rubrica su fiabe, miti, leggende e dintorni
a cura di Fabiana Gambardella
Morgana: fata o strega?
Morgan Le Fay fa la sua comparsa sul panorama letterario nel "Vita Merlini" di Goeffrey: in questa storia essa fa parte di un gruppo di nove fate benevole che vivono ad Avalon ed aiuta Artù a guarire da ferite mortali.
Passando, nello scorrere del tempo, di racconto in racconto, Morgana diventa sempre più parente stretta di Artù e sempre più cattiva. Prima ne è la nipote e poi, nel tardo medio evo (versione più conosciuta), ne diviene la perfida sorellastra. In veste di seduttrice sarà capace di irretire Artù nei suoi incantesimi fino a concepire con lui Mordred, il cavaliere che porrà fine alla Tavola Rotonda uccidendone il Re.
L’evoluzione del personaggio di Morgana è quanto mai affascinate: da fata amorevole e benevola a strega infida, ingannatrice e traditrice.
Geoffrey, per creare il suo personaggio, attinse, come molti altri, alla tradizione orale della sua epoca e, in questo caso, alla divinità Morrighan. Questa dea era una delle tante raffigurazioni della Grande Madre celtica; forse il gruppo delle nove fate era misteriosamente collegato a quel culto. Le tradizioni si sono stratificate sovrapponendosi le une alle altre ed alcuni elementi sono andati perduti per sempre nell’oblio del tempo.
La tradizione cristiana, in particolare, si impose sovrapponendo alla forza naturale e selvaggia della Grande Madre quella ordinata del Dio creatore. La Chiesa del medio evo demonizzava e bollava come eretiche tutte le antiche credenze e le pratiche apparentemente magiche; ma queste erano dure a morire, specie negli animi semplici dei contadini dell’epoca, e quindi sopravvissero sotto forma di racconti e storie: l’arcaico pantheon si trasformò in una schiera di personaggi.
Più profondamente una credenza era radicata nell’animo del popolo, più difficile era sradicare il personaggio che la simbolizzava. In alcuni casi i personaggi non cedettero all’oblio e si trasformarono, per effetto delle stratificazioni, in qualcosa di affine ma nello stesso tempo differente: è il caso di Morgana. Da eterea fata guaritrice si trasformò via via in una donna bruna, molto bella e appassionata, perfino lussuriosa: il prototipo di tutte le caratteristiche femminili castigate nel medio evo (e che si sarebbe trasformato, in epoca moderna, nel personaggio ambiguo della "dark lady", tipica della narrativa e del cinema "noir").
Naturalmente questi cambiamenti nel carattere dei personaggi avvengono nel giro di molti anni, se non di secoli, e noi ne possiamo registrare le fasi solo quando il protagonista di un racconto orale fa capolino in quella parte della letteratura che si è trasmessa, intatta, fino a noi. I racconti intorno ai personaggi del ciclo della Tavola Rotonda si sono stabilizzati nel tardo medio evo, e la loro immagine è immortalata nei racconti di Malory e Chrétien de Troyes. Vale a dire che hanno cessato di essere racconti popolari narrati di bocca in bocca nelle sere d’inverno per trasformarsi in capolavori scritti e ormai immutabili. Anche se molti autori, ancora oggi, si ispirano a quelle storie nella speranza di creare qualcosa di nuovo.
Fabiana Gambardella è una strana creatura che si aggira con circospezione per le strade di Milano, alla ricerca di una fiaba o una creatura mitica che ne abitino i misteriosi vicoli. Ha pubblicato il libro per ragazzi "Lo specchio magico" e collabora in veste di insegnante con Magnolia Italia:
www.magnoliaitalia.com
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Magnolia m@il
la posta dei lettori
Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla vostra iniziativa. Mi è sembrata gradevole ed abbastanza completa, andando a toccare i punti principali o, almeno, quelli più interessanti di diverse forme culturali ed artistiche. Rimane un po' oscuro come fare (e se è possibile farlo) per collaborare con voi alle varie rubriche. E poi, capisco che come usanza è logora, ma piccoli concorsi letterari interni sono sempre graditi, soprattutto per coloro come me a cui piace cimentarsi con i bandi a tema (trovo stimolante l'idea di avere un tot di spazio per esprimermi su un determinato argomento). Ma questa rimane un'idea personale. Vi faccio ancora i miei complimenti.
Nicola Della Pergola
Ringraziamo, innanzitutto, per i complimenti. Siamo appena all’inizio, e gli incoraggiamenti fanno bene. Almeno quanto le critiche, che aiutano a migliorare.
Cogliamo l’occasione per informare tutti i lettori che, per collaborare alla varie rubriche (ma anche con contributi occasionali), basta inviarci per posta elettronica un testo autografo, che verrà attentamente valutato dalla redazione ed, eventualmente, pubblicato insieme ad alcune note biografiche dell’autore ed agli eventuali link sui quali siano pubblicati altri testi dello stesso.
Per il momento non abbiamo in progetto concorsi letterari interni, ma la prossima settimana verrà varato un nuovo concorso nazionale a tema che riguarderà scrittori, registi e sceneggiatori.
La redazione
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LA FIERA DEL GUSTO
a cura di Oreste Colombo
Il gusto del Tiglio
di Chiara Milillo
Ristorante-pizzeria
IL TIGLIOPiazzale della Stazione, Varallo Sesia (VC)
I tigli frondosi circondano l’ingresso di questo ristorante, dinanzi al quale è comodo parcheggiare e piacevole sostare. Si tratta di una nuova gestione, inaugurata da poco. Entriamo circospetti, come sempre di fronte al nuovo.
Un’ampia vetrata illuminata dal giorno ci accoglie con i suoi tavolini, mentre una sala più grande ci attende all’interno. La giornata è soleggiata, così scegliamo di restare all’esterno, anche perché se il sole bacia i belli non possiamo scegliere le penombra. Il tempo di sedersi e di scambiarsi qualche sguardo ed arriva la cameriera. Cortese, disponibile, con i menù in mano. Ci immergiamo nella lettura dell’interminabile elenco di pizze che ci fanno la corte procurandoci l’acquolina in bocca. Ne ordiniamo alcune con qualche boccale di birra alla spina. La cameriera è sempre molto gentile, fin troppo, dimostra perfino un’eccessiva affettazione. Ma le pizze, quando arrivano, hanno un profumo delizioso, e, una volta assaggiate, fanno rimpiangere di non avere due stomaci.
Il posto è spartano, carino, riverniciato di fresco. Il servizio… eccessivamente servizievole. I prezzi nella media. Ma la pizza… un piccolo capolavoro.
Chiara Milillo non ama parlare di sé, ma di una cosa si dice certa certa: che, dopo la vita, finirà nel girone dei golosi.
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CONCORSI
a cura di Luigi Pennino
In questa rubrica segnaliamo (e segnaleremo) concorsi letterari, cinematografici e di interesse vario dei quali verremo a conoscenza.
Sul nostro sito è presente una pagina con i concorsi in scadenza, per ordine di data:
www.magnoliaitalia.com sezione: CONCORSI.
I concorsi di cui diamo notizia in questa newsletter saranno inseriti sul nostro sito soltanto la settimana successiva alla pubblicazione.
RACCONTI DI GUERRA
– Ultimi giorni per partecipare al concorso
"Racconti di guerra" è un concorso per racconti inediti in lingua italiana organizzato da Magnolia Italia.
La logica del concorso è quella di raccontare storie di guerra, o attorno alla guerra, SENZA ALCUNA PRECLUSIONE DI GENERE. Il tema, reso più che mai attuale dagli ultimi accadimenti internazionali, può cioè essere svolto all’interno o all’esterno di qualsiasi genere letterario: dal giallo alla fantascienza, dal racconto di spionaggio a quello storico, dalla memoria personale alla forma diaristica e così via. Sono ammesse commistioni di genere.
Si partecipa al concorso con testi narrativi non più lunghi di venticinque (25) cartelle ciascuno: per cartella si intendono 30 righe per 60 battute, cioè 1800 battute per pagina (inclusi gli spazi vuoti), per un totale di 45.000 caratteri.
Se, a insindacabile giudizio della giuria, perverrà una quantità di materiale di buona qualità (leggi: pubblicabile) sufficiente a stampare un’antologia dei migliori lavori, tale antologia verrà pubblicata da Magnolia Italia o da altro editore. Nel caso non vi sia materiale sufficiente, i racconti vincitori e meritevoli verranno pubblicati sul sito di Magnolia Italia (
www.magnoliaitalia.org), previa richiesta di autorizzazione agli autori. Si intende che i diritti d’autore dei racconti pubblicati restano di esclusiva proprietà degli autori dei racconti stessi, che non pretenderanno, però, alcun compenso economico per l’inserimento nell’antologia (fatti salvi i premi per i primi tre classificati).Il testo va spedito in cinque copie, entro e non oltre il 15 settembre 2003 (farà fede il timbro postale, ma in ogni caso non si accetteranno racconti pervenuti oltre il 30 settembre 2003).
Per maggiori informazioni e per il bando completo:
http://www.magnoliaitalia.com/concorsi.htmAssociazione Culturale Magnolia Italia – tel. 02/39257430 – email:
magnoliaitalia@libero.it
Biennale del Cinema per la Pace – VII Edizione
Pisa – 13-15 Novembre
La Biennale del Cinema per la Pace è organizzata dalla Stazione Leopolda di Pisa e dal Gruppo "F. Jägerstätter" per la Nonviolenza di Pisa, in collaborazione con il Comune e la Provincia di Pisa, ed è patrocinata dal Corso di Laurea in Cinema Musica e Spettacolo e dal Centro Interdipartimentale di Scienze per la Pace (Università di Pisa).
La Biennale del Cinema per la Pace è un festival che si propone di ricercare, valorizzare, promuovere e stimolare la produzione di opere "cinematografiche", video e multimediali aventi come tema il rapporto dell’uomo con il concetto di Pace e con il contesto umano e ambientale in cui vive; opere in grado di suscitare negli spettatori stimoli alla ricerca, all’approfondimento e al confronto su questi temi.
La manifestazione si articola in due iniziative congiunte:
La VII Edizione della Biennale del Cinema per la Pace avrà luogo presso la Stazione Leopolda di Pisa, dal 13 al 15 Novembre 2003.
Sezioni del Concorso
Il Concorso della Biennale del Cinema per la Pace è aperto ad autori italiani e stranieri di cortometraggi girati in qualsiasi formato. Si compone delle seguenti sezioni:
Per ciascuna delle sezioni sono ammesse le opere prodotte tra il 2000 e il 2003 di tutti i generi (fiction, documentario, spot, di animazione, etc.). Si concederà priorità alle opere inedite. La presentazione dei video a qualsiasi altro festival non comporterà l’esclusione dalla Biennale.
La richiesta di ammissione alla Biennale del Cinema per la Pace avviene tramite compilazione e spedizione della scheda di iscrizione ufficiale alle sezioni in concorso, unitamente ad una copia dell’opera in videocassetta VHS (Pal), DVD o CD-ROM (solo per le opere iscritte alla sezione E-peace) per la pre-selezione, entro e non oltre il 15 Ottobre 2003 (farà fede il timbro postale) a:
Festival del Cinema per la Pace
c/o Stazione Leopolda di Pisa
P.za Guerrazzi 2,
56125 Pisa
Per saperne di più, e-mail:
biennale@leopolda.it – www.leopolda.it/biennale
LAMA E TRAMA.
Un concorso per racconti gialli e noir molto particolare
Lama e trama
è un concorso letterario molto particolare. Non solo perché riservato esclusivamente a racconti gialli e noir, ma perché i concorrenti dovranno ricorrere ad armi precise e affilate, per costruire le loro storie: armi da taglio, o qualunque genere di lama. Coltelli di ogni tipo, forbici, temperini, tagliacarte, bisturi e via di seguito, potranno essere le armi del delitto, strumenti di minaccia, di scasso o di offesa, o anche solo dei semplici oggetti d’uso nelle mani dei personaggi, purché - dentro la finzione narrativa - assumano sempre un ruolo decisivo.Per saperne di più:
promaniago@libero.it
CONCORSO LETTERARIO NeroPremio
Il NeroPremio è un concorso letterario dedicato a racconti di tipo
horror, mystery, noir, e thrilling organizzato dal sito La Tela Nera
(http.//www.latelanera.com).
Il concorso è completamente GRATUITO e vi possono partecipare opere
inedite su carta, di lunghezza inferiore ai 30.000 caratteri (spazi inclusi), e
mai premiate in altri concorsi.
Il NeroPremio è un concorso aperiodico: sarà effettuata una premiazione ogni 30
racconti ricevuti in 'redazione'. Questo concorso non ha quindi termine o
scadenza!
GLI AUTORI POSSONO SEMPRE SPEDIRE LE LORO OPERE, al raggiungimento di 30
racconti ricevuti si provvederà a designare i vincitori per quella edizione.
Ogni autore partecipa con UN SOLO RACCONTO PER OGNI EDIZIONE del
concorso; ogni racconto inviato 'in più' verrà considerato in gara a partire
dall'edizione successiva.
Per inviare un racconto basta spedire un'email all'indirizzo
Le spese di spedizione e dei libri sono a carico dell'organizzazione.
I partecipanti verranno avvisati dell'avvenuta premiazione via email.
Potete spedire i vostri racconti fin da oggi.
Concorso Letterario "Sette autori, sette commedie"
La Biblioteca Internazionale per ragazzi E. De Amicis, il Centro Studi di Letteratura Giovanile e l’Associazione Culturale Compagnia del Banco Volante bandiscono la terza edizione del concorso letterario (biennale) "Sette autori, sette commedie".
Il concorso è finalizzato alla valorizzazione e alla diffusione della drammaturgia per bambini e ragazzi.
Le sette commedie vincitrici del concorso verranno pubblicate e avranno diffusione nazionale.
Gli scrittori interessati invieranno il testo della commedia in quattro copie a: Biblioteca De Amicis, Magazzini del Cotone – Porto Antico 16126 Genova
Il bando scade il 30 ottobre 2003.
Le copie inviate non verranno restituite.
Sono ammessi testi di commedie già allestite a livello professionistico o amatoriale, purché non siano state già pubblicate.
Informazioni:
Compagnia del Banco Volante
Piazza Paolo da Novi 10/10 16129 Genova
Tel. 010 570 49 77 e-mail :
bancovolante@libero.itsito:
www.bancovolante.8m.com
Concorso Letterario "SHIN"
Prima edizione concorso letterario in tre sezioni: poesia, racconto, articolo
Shin edizioni 2003
con pubblicazione su rivista INSIDE ALTRENOTIZIE
SCADENZA 15 OTTOBRE 2003
POESIA- Poesia a tema libero di non più di 36 versi.
RACCONTI - I testi devono essere in lingua italiana e inediti. Non sono ammessi testi che siano già stati premiati in altri concorsi. Possono partecipare autori italiani e stranieri ovunque residenti. Tema libero massimo 4 cartelle
ARTICOLO
- Una recensione relativa ad un evento segnalato sul numero di INSIDE ALTRENOTIZIE.I concorrenti devono inviare due copie di cui una con nome cognome, indirizzo, numero di telefono e sezione del Concorso cui partecipano.
Spedire gli elaborati entro il 15 ottobre 2003 a: "Prima edizione concorso letterario SHIN edizioni" - via Malta, 12 - 25124 Brescia
PREMI Ai primi classificati delle tre sezioni- Pubblicazione sulla rivista INSIDE ALTRENOTIZIE e sul sito Internet con possibilità di proposta editoriale sulla collana "Il Riciclo".
ANTOLOGIA - Si prevede la realizzazione di un'antologia del premio in cui saranno raccolte le opere migliori.
Per saperne di più,
www.shin.com.fr. – e-mail: info@shin.com.fr
Concorso Internazionale di Poesia "MONTAGNA VIVA"
La Comunità Montana Valtellina di Morbegno, in collaborazione con la "Bottega letteraria del Gazetin", in occasione dell’Anno internazionale dell’acqua dolce bandisce il Concorso internazionale di poesia "Montagna viva" – 2ª edizione – «Chiare, fresche e dolci acque…» – Scadenza: 30 settembre 2003
SEZIONE UNICA: Si partecipa con una sola poesia in lingua italiana,
inedita, che abbia come tema la montagna, con particolare riferimento alle sue
acque. I testi non dovranno superare i 32 versi e dovranno pervenire in cinque
copie dattiloscritte (non saranno accettati elaborati scritti a mano), di cui
solo una firmata e contrassegnata con nome, cognome, luogo e data di nascita,
indirizzo, recapito telefonico ed eventuale e-mail.
Non è prevista alcuna quota di partecipazione.
Per saperne di più,
Tel. 0342-610861 (h 16-19) – E-mail: labos@novanet.it
RIFF AWARDS ’04
RIFF AWARDS '04 con il patrocinio di: UNICEF, Ministero degli Affari Esteri,
Regione Lazio, Comune di Roma, Provincia di Roma.
RIFF Awards '04 - Roma International Independent Film Festival
BANDO DI CONCORSO per la terza edizione del RIFF che si terra' a Roma dal 24 al
29 Febbraio 2004.
Le sezioni in concorso:
Feature Competition - New Frontier (opera prima) - Short Competition - Digital
Video - Student Competition (new!) - Documentary Competition - Animation
Competition - Screenplay Competition
Registi e sceneggiatori da tutto il mondo sono invitati a partecipare.
La scheda d'iscrizione con le info relative al bando sono on line sul sito
ufficiale del festival:
www.riff.it - www.romafilmfestival.org
SCADENZA BANDO DI CONCORSO: 1
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SEGNALAZIONI
a cura di Luigi Pennino
Riceviamo e volentieri pubblichiamo quanto segue.
ACCADEMIA GENOVESE DI SCRITTURA - "IL CIRCOLO PIQUICK"
Per dare corpo ad un’esigenza molto sentita sul territorio della nostra
regione, da qualche anno l’Associazione Culturale Kinoglaz, in collaborazione
con il "Teatro della Tosse", la "Scuola D’Arte Cinematografica" il "Festival
Internazionale di Poesia Genova 2002" e "Liberodiscrivere", il sito della
scrittura, ha dato vita alla "Accademia Genovese di Scrittura".
L’Accademia si è da poco trasferita in una nuova prestigiosa sede, in palazzo
d'epoca nel centro storico di Genova (Via Mascherona 6 a, tel. 010
2530643), parte integrante del Centro Polivalente per il Cinema e la Fotografia
"L'Occhio" di prossima apertura (alleghiamo una breve presentazione); e, dalla
prossima sessione, l’accademia di scrittura cambierà nome e diventerà: "Il
Circolo Piquick".
I corsi ripartono nel mese di novembre 2003 con la seguente programmazione:
*Tecnica di scrittura per la narrativa
*Scrittura giornalistica
*Scrivere per la televisione
Docenze e seminari:
Riccardo Aprile (sceneggiatore), Arnaldo Bagnasco (autore televisivo), Maurizia Burlando (attrice), Milena Buzzoni (saggista), Giuseppe Conte (poeta e romanziere), Tonino Conte (autore e regista teatrale, direttore del teatro della Tosse), Paolo Gentiluomo (poeta), Laura Guglielmi (giornalista), Maurizio Gregorini (autore e regista televisivo), Laura Guglielmi (saggista e giornalista),Sergio Maifredi (autore e regista teatrale), Francesca Mazzuccato (romanziere), Bruno Pampaloni (autore tv), Claudio Pozzani (direttore Festival di Poesia di Genova e poeta), Sandra Verda (romanziere), Aldo Viganò (critico teatrale-Teatro Stabile di Genova).
Al termine del corso gli scritti degli allievi confluiranno in una speciale antologia edita in collaborazione con Liberodiscrivere, il sito della scrittura. Gli iscritti al corso di scrittura per la televisione potranno proporre le loro opere ai più importanti produttori del settore TV, attraverso la Scuola D’Arte Cinematografica di Genova.
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LUCCAUTORI 2003
LuccAutori 2003 -
www.luccautori.itSei racconti sono stati scelti dalla giuria formata dagli utenti del sito
www.luccautori.it , i restanti diciannove dalla commissione cultura di LuccAutori e Newton & Compton.Dopo una attenta analisi di tutti i racconti in concorso da parte della commissione cultura di LuccAutori e della casa editrice Newton & Compton, comunichiamo gli altri 19 testi che completeranno l'antologia 2003.
Bowling di Aldo Selleri (Milano), Una lontana estate di Adriano Barghetti (Viareggio), Il leone blu di Rossella Pirillo e Stefano Ruggiero (Prato), Il Mob-budù di Annalisa Macchia (Firenze), La minestra di Giuliana Vercesi (Milano), Appunti di un addio di Antonio Deruda (Roma), Nicola Kafakis di Alessandro Lucchi (Modena), Fado dell'angelo caduto di Luca Soverini (Livorno), Capodibomba di Igor Legari (Lecce), Mie agonie di Tatiana Giovazzini (Cosenza), Magari non succede niente di Daniela Rossi (Viareggio), Replay di Romina Pepe (Milano), Sullo stesso treno di Marco Bottoni (Rovigo), Diario Minimo di Luca Basile (Pietrasanta), Il progetto di Eleonora Sottili (Marina di Carrara), La castagna di Barbara Rosenberg (Milano), La donna nella stampa di Matteo Carlesi (Pontedera), Morire per vivere di Lorenzo Lunelli (Trento), Un giorno a Dublino di Silvia Seracini (Ancona).
L'antologia verrà presentata ufficialmente in occasione della rassegna letteraria "LuccAutori" in programma il 24,25 e 26 ottobre al Palazzo Ducale di Lucca con il patrocinio di Regione Toscana, Provincia di Lucca,Comune di Lucca, Apt Lucca.
La copertina dell'antologia 2003 edita da Newton & Compton è opera del Maestro Antonio POSSENTI.
tel.0584.961169 www.luccautori.it
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CORSO DI SCRITTURA CREATIVA (CSC)
Venerdì 19 settembre 2003 inizia in sede (viale privato Comola Ricci, parco Maria Cristina di Savoia, isolato B; Napoli)
il Corso di Scrittura Creativa (CSC) dell’
Istituto Italiano di Cultura di Napoli (Ente di rilievo della Regione Campania, riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali), che si terrà per 8 mesi ogni venerdì dalle ore 18,30 alle 20,30.Alla fine del Corso viene rilasciato un Diploma di Scrittura Creativa, dopo il superamento di un Esame finale.
Il programma è articolato in 8 moduli autonomi: Teoria e prassi della Scrittura creativa; La narrativa; La poesia; La Scrittura scientifica; La Scrittura giornalistica; Il lavoro redazionale; Il lavoro editoriale; La lettura.
I docenti sono professori universitarii di letteratura e psicologia e scrittori.
Comitato scientifico: Alberto Bevilacqua, Constantin Frosin, Antonio Illiano, Roberto Pasanisi, Maria Luisa Spaziani, Mario Susko, Násos Vaghenás e Nguyen Van Hoan.
Per informazioni ed iscrizioni: tel. 081 / 546 16 62 - fax 081 / 220 30 22 - tel. mobile 339 / 285 82 43 - URL
www.istitalianodicultura.org - posta elettronica CSC@istitalianodicultura.org;
Per saperne di più: direzione@istitalianodicultura.org
; URL www.istitalianodicultura.org_____________________________________________________________________________________________________
IDEABIOGRAFICA
www.ideabiografica.com accoglie idee, scritti, immagini, pensieri, parole di quanti vogliano partecipare a un'iniziativa innovativa, creativa, culturale, per inventare insieme un nuovo "luogo" di incontro sul web. Ideabiografica è un ambito di relazione intellettuale e di comunicazione culturale, tramite argomenti di carattere umanistico a tutti i livelli, dalla saggistica alla narrativa, dalla poesia alle arti visive. Ideabiografica diviene un "luogo" effettivo di confronto e conversazione tra persone, e tra coloro che inviano il proprio prezioso - e sempre ben accetto - intervento, con collaborazioni aperte.
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FERNANDEL – Presentazioni e incontri
Ecco l'elenco delle presentazioni e degli incontri previsti per settembre.
Mercoledì 17 –
Alla Biblioteca Olindo Guerrini di Sant’Alberto (RA) in via Olindo Guerrini, 60 (sotto la palma), alle ore 21 Michele Governatori presenta Venere in topless.
Giovedì 18 –
All’osteria "I Fanti" di Ravenna in via dei Fanti, alle ore 21 Michele Governatori presenta Venere in topless. Introduce Francesco Della Torre
Domenica 21 –
Al pub Discanto di Sottomarina di Chioggia (VE) sul Lungomare Adriatico c/o Park Hotel, alle ore 21.30, reading di Marco Rossari che presenta il suo Perso l’amore (non resta che bere)
Mercoledì 24 –
Alla Biblioteca Olindo Guerrini di Sant’Alberto (RA) in via Olindo Guerrini, 60 (sotto la palma), alle ore 21 Gianluca Morizzi e Giorgio Pozzi presentano variazioni su Anime al neon di Piersandro Pallavicini: letture e musica dal vivo. Introduce Primo Fornaciari
Giovedì 25 settembre –
All’osteria "I Fanti" di Ravenna in via dei Fanti, alle ore 21 Gianluca Morozzi presenta i suoi tre libri, Despero, Luglio, agosto, settembre nero e Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte e anticipa alcune pagine del suo prossimo romanzo, Accecati dalla luce (che sarà pubblicato da Fernandel nel 2004). Introduce Francesco Della Torre
Giovedì 25 settembre –
Alla Libreria Archivi del 900 di Milano alle ore 18 Marco Rossari presenta Perso l’amore (non resta che bere). Introduce Lucio Trevisan
Fernandel – via Col di Lana, 23 - 48100 Ravenna – Tel./Fax 0544 401290
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SCRITTURA CREATIVA – CORSO A VIAREGGIO
seminario di scrittura creativa su: scrittura e coscienza emotiva al B&B biologico "La Casa nei Pini" di Viareggio (LU): un intero
week-end per avvicinarsi al piacere di scrivere, per pescare le emozioni e ancorarle sulla carta, alla ricerca del proprio stile.
Esercizi con musica, letture, movimento corporeo, escursioni in spiaggia e in pineta
quota di partecipazione: 80 euro (corso 15 ore + 2 pranzi biologici), da 105 euro anche con pernottamento e colazione bio
Info: 0584-383404,
info@BBViareggio.itGabriele.Bindi@TraTerraeCielo.it – www.BBViareggio.it
Per saperne di più: info@BBViareggio.it
– Gabriele.Bindi@TraTerraeCielo.it – www.BBViareggio.it
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OzBlogOz
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SEMINARIO – LA CUCINA DEL PAESE DI CUCCAGNA
Venerdì 12 settembre 2003 alle ore 18,30 presso la Fnac di Napoli – Via Luca Giordano 39 un appuntamento gustosissimo:
Loredana Limone presenterà La cucina del Paese di Cuccagna – Passeggiate gastronomiche con Matilde Serao (Il leone verde Edizioni).
Una passeggiata nel pittoresco e variegato mondo della gastronomia napoletana alla ricerca e alla riscoperta di antiche ricette.
Una fuga tra i sapori ottocenteschi per la quale l’autrice si avvale di una guida d’eccezione: Matilde Serao, che amò con passione e fierezza i sapori, l’estro e le tradizioni di questa città, raccontandone la vita quotidiana anche a tavola.
Loredana Limone ha scelto e commentato i passi più significativi delle sue opere e, coadiuvata dalla sorella Antonella, si è messa alla ricerca delle origini gastronomiche di questa città, tra le depositarie dei dogmi della cucina napoletana: anziane signore o religiose di antichi conventi, custodi gelose di ricette tramandate verbalmente nel tempo.
Per rendere tutto ciò un’eredità attuale negli ingredienti e nelle modalità di preparazione e soprattutto realizzabile anche dalle moderne appassionate di cucina, interverrà Daniele Passariello della pasticceria Cream (
www.pasticceriacream.com).E’ previsto infatti un dibattito gastronomico anche per il palato con l’assaggio dei suoi capolavori: pastiera e limoncello.
La presentazione sarà condotta da Agnese Palumbo. Stralci del volume saranno letti dal noto attore napoletano Sasà Trapanese.
La Fnac offre ai visitatori il parcheggio convenzionato.
Per info: Moon Communication – 328 1317095
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Magnolia news è una newsletter settimanale curata da Heiko H. Caimi
edita da Magnolia Italia – Via P. Mantegazza 25/2 – 20159 Milano
Tel. 02/39257430 – e–mail: magnoliaitalia@libero.it – sito: www.magnoliaitalia.com
I diritti sui testi sono dei singoli autori
Tutti i diritti sulla pubblicazione sono di Magnolia Italia
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Qui di seguito, il contenuto degli allegati segnalati nella rivista
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Andata e ritorno
The Return
Regia: Andrey Zvyagintsev. Sceneggiatura: Vladimir Moiseenko – Alexandre
Novototsky. Fotografia: Mikhail Kritchman. Interpreti: Vladimir Garin – Ivan
Dobronravov – Konstantin Lavronenko. Anno: 2003. Durata: 105'
La vita di due fratelli, l'uno adolescente, l'altro poco più che bambino, che
vivono con la madre in un desolato villaggio della Russia, viene sconvolta dal
ritorno del padre, assente da casa per dodici anni. Di lui i due hanno solo
vaghi ricordi, tanto che sospettano che sia un impostore; ciononostante, il
giorno dopo il suo arrivo il padre decide di portare i figli in gita a pescare.
I ruvidi modi di fare dell'uomo portano il figlio maggiore a riconoscerne
l'autorità e sottostarvi di buon grado, mentre il piccolo si ribella
ostinatamente anche se è costretto a subire l'umiliazione di dovergli ubbidire.
Dopo un cambiamento di prOgramma in seguito ad una strana telefonata compiuta
dal padre, il trio giunge in un'isola sperduta in mezzo a un enorme lago; i
figli giocano e finalmente possono provare a pescare, mentre il padre raggiunge
una costruzione in rovina, dove recupera sottoterra uno scrigno sigillato che
nasconde, senza aprirlo, nella barca. Ma la tragedia è in agguato: per un banale
ritardo, il figlio maggiore viene severamente punito dal padre, che arriva
persino a minacciarlo con un'ascia; il piccolo allora, sconvolto, scappa nella
foresta, salvando il fratello dalla violenza paterna, e si nasconde in cima ad
una torre di ferro. Nel tentativo di farlo scendere, il padre muore. Ai
ragazzini non resta che riaccompagnare il cadavere sulla terraferma, dove
scoprono, all'interno dell'automobile, la prova che lui è il loro vero padre:
una foto che li ritrae da piccoli con la madre. La barca, male ancorata alla
riva, viene spinta dalla corrente verso il largo, ed affonda lentamente portando
con sé il suo carico di morte e mistero.
Quando si vive l'atmosfera di un festival cinematografico, con un susseguirsi
schizofrenico di visioni di pellicole diverse come genere e provenienza, si fa
fatica a raccapezzarsi e dare una valutazione davvero oggettiva di quanto si è
visto, e spesso si preferisce ripiegare su formule di giudizio mediane, per non
farsi troppo sbilanciare dall'emozione. Non faremo così con questo film russo,
opera prima del russo Andrey Zvyagintsev, che possiede i crismi per essere
definito un capolavoro.
La visione del film assicura una doppio binario di lettura. Da un lato, un
road-movie a tinte fosche, strutturalmente lento ma di godibile visione, dove è
soprattutto il mistero a farla da padrone, e l'impossibile rapporto padre-figli
si tramuta quasi in una lotta per la sopravvivenza e per la propria
affermazione; non è un caso, infatti, che il film si apra con una sequenza in
cui il figlio più piccolo, salendo su una torretta davanti al mare, si condanna
agli scherni degli amici per la mancanza di coraggio nel tuffarsi, ed ha il suo
climax, nel sotto-finale, con una scena identica, che però è la possibile
salvezza sia dall'inevitabile punizione per la fuga, sia dalla presenza
incombente di un padre-padrone. D'altra parte, è evidente nelle intenzioni del
regista una trasfigurazione mitologica della vicenda, dove l'afflato
mistico-religioso della raffigurazione diventa paradigma delle vicende umane e
familiari, attraverso l'uso di tecniche narrative che mostrano esplicitamente i
riferimenti alla Bibbia ed alle più cupe tragedie greche: il padre, appena
tornato, dorme nel suo letto nella stessa posa del Cristo del Mantegna,
l'uccisione sfiorata del figlio somiglia al mancato sacrificio di Isacco
(salvato dall'angelo, in questo caso impersonato dal bambino che infatti, subito
dopo, risale verso l'alto, verso la cima di quella torre che è la salvezza), il
conflitto fra i sentimenti e la legge, rappresentata dalla figura paterna, è
sottolineato dal contrasto fra una macchina da presa che insiste su inquadrature
dall'alto ed una sceneggiatura che ci impone una visione molto spesso simile a
quella dei due ragazzi. Vicende di così turgida importanza necessitano di una
mano ferma e polsi saldi: Zvyagintsev se la cava più che egregiamente, inserendo
le vicende in un paesaggio di selvaggia bellezza, fotografato con i colori
lividi e spettrali delle albe del Nord, e soprattutto soppesando alla perfezione
i toni della tragedia, senza indulgere in magniloquenze eschilee ma
contemporaneamente senza mai dimenticare la grandiosità dei temi trattati. Al
termine della pellicola, il regista ci mostra le foto scattate durante il
viaggio dai due ragazzi, ed un'ultima foto, disvelatrice, che mostra il padre,
da giovane, con in braccio uno dei due figli. Molte domande rimangono senza
risposta: da dove arriva veramente il padre? Chi lo manovra? Perchè è ritornato?
E cosa contiene lo scrigno che l'uomo ha dissotterrato? Le acque del gigantesco
lago che circonda l'isola si portano con sé il segreto (così come all'inizio,
con gli straordinari titoli di testa, hanno permesso l'aprrirsi della pellicola
facendo riemergere i nomi dei protagonisti dai loro abissi), mettendo una pietra
tombale sulla nostra razionale ansia di conoscenza. "Qualcosa" è ritornato da un
mondo lontano ed oscuro, ed è scomparso per sempre nell'arco di pochi giorni:
quel momento, vero e proprio giro di boa esistenziale, impone di lasciarsi alle
spalle i giochi dell'infanzia e di scegliersi il proprio posto nel mondo.
Raramente, la rappresentazione di questa ancestrale "frattura" è stata di tale
spettrale e raggelante bellezza; sarebbe davvero un delitto se non venisse in
qualche modo premiata dalla Giuria veneziana.
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La notte delle coscienze
Buongiorno, notte
Regia, soggetto e sceneggiatura: Marco Bellocchio Fotografia: Pasquale Mari;
Montaggio: Francesca Calvelli; Interpreti: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier
Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia Roberto Herlitzka
Aldo Moro, dopo il rapimento, venne rinchiuso per circa due mesi in una
piccola cella ricavata all'interno di una grande appartamento di Roma, guardato
a vista da un gruppo di carcerieri i cui nomi (Gallinari, Moretti, Maccari) sono
ormai tristementE passati alla Storia. Il film ripercorre gli avvenimenti
succedutisi nell'arco della prigionia dello statista, assumendo il punto di
vista di Chiara, una brigatista alla prima esperienza che vive nell'appartamento
e, non avendo incarichi "politici", è l'unica del gruppo ad avere una vita
"normale" ed è impiegata in un Ministero.
Insieme alla televisione, perennemente accesa, è lei l'unico contatto che gli
irriducibili terroristi hanno con il mondo esterno, ed è lei l'unica che si pone
seriamente domande sull'importanza di ciò che stanno facendo e sulla correttezza
delle loro decisioni. I suoi giorni trascorrono nelle ritualità dell'ufficio, in
cui un giovane collega le fa discretamente la corte, dichiarandosi fra l'altro
scrittore di sceneggiature (come per un tragico presagio, una di queste, che ha
il medesimo titolo della pellicola ed un andamento ad essa molto simile, verrà
ritrovata dai brigatisti nella borsa di Moro, evidentemente a lui inviata in
lettura dal ragazzo stesso o da suoi conoscenti). Le sue notti sono popolate di
sogni in cui ripercorre i trionfi del realismo sovietico e gli eccidi dei
partigiani da parte dei nazisti. Ma più il tempo passa, più i sogni si
focalizzano sulla figura di Moro, spesso spiato da Chiara nella sua cella mentre
scrive e si dispera, finché arrivano ad immaginare una sua impossibile libertà,
proprio quando invece è giunta l'ora fatale del suo assassinio. Il film di
Bellocchio, salutato alla proiezione e, successivamente, alla conferenza stampa
da una lunga e convinta standing ovation che ne fanno il candidato numero uno
alla vittoria del Leone d'Oro, parte da un punto di vista storico (il
riferimento, citato nei titoli di coda, è il libro "Il prigioniero" con cui la
brigatista Braghetti ripercorre i giorni della prigionia), ma volutamente
tralascia ogni indagine politica e sociale sul periodo, preferendo soffermarsi
sui valori umani che fuoriescono dalla rappresentazione degli avvenimenti. Il
punto di vista è quindi "familiare", nel senso che all'interno
dell'appartamento si svolgono le più trite e banali quotidianità (i pasti, le
notti sul divano a guardare la tv, le letture dei libri) proprio mentre, a pochi
metri di distanza, il carcerato vive i suoi ultimi giorni. Potrebbero sembrare
indiscutibili le proiezioni psicanalitiche che la figura di Moro riveste nella
vicenda: il suo ruolo di "padre" sembra evidente sia nella sua figura ieratica e
nei suoi calmi ragionamenti, sia nelle discussioni che ha con Moretti e poi, in
maniera mediata, con la stessa Chiara; in questo senso, la sua uccisione
potrebbe essere vista come l'affrancarsi dagli orpelli e dai pesi del proprio
passato, oltre che della società borghese in cui comunque i personaggi del film
sono inseriti, e rappresenterebbe una sorta di "chiusura del cerchio" dopo la
figura della madre de "L'ora di religione".
Nonostante questo, ci sembra che il regista si sia ormai affrancato dagli
ingarbugli psicanalitici che ne avevano condizionato negativamente l'opera verso
la fine degli anni '80, e che riaffiorano momentaneamente solo nei sogni di
Chiara, dove Moro, alla stregua di una figura paterna, circola liberamente
nell'appartamento durante la notte. Pertanto preferiamo, tutto sommato,
sottolineare il percorso umano della giovane protagonista (interpretata con
splendida intensità da Maya Sansa, forse la migliore fra le giovani attrici
emergenti del nostro cinema), che la porta a rivendicare il suo ruolo di
"soldato della rivoluzione" per poi porsi i dubbi derivanti da un assassinio a
freddo che non le appare più così necessario. Peraltro, la Storia, scaraventata
fuori dalla porta, rientra prepotente (e come potrebbe essere altrimenti?) dalla
finestra: Bellocchio ha uno sguardo niente affatto indulgente verso i
carcerieri, i cui slogan vengono demoliti dallo stesso statista democristiano
con una semplicità disarmante, e verso l'intera classe politica dell'epoca, cui
Moro lancia pesantissimi strali nell'ultimo colloquio con Moretti, in cui cerca
con ogni mezzo di salvarsi la vita, ed i cui volti sono mostrati, impietriti, in
un filmato di repertorio durante i funerali dell'uomo politico che chiude,
drammaticamente, il film. Importante anche il parallelismo fra le lettere di
Moro e le missive dei condannati a morte della Resistenza, che ne hanno lo
stesso dolente andamento che fa sobbalzare non solo Chiara, quando se ne
accorge, ma anche noialtri spettatori.
Non tutto è riuscito in questa pellicola che farà discutere anche da un punto di
vista politico (anche se un importante e positivo imprimatur è giunto dal figlio
di Moro, che in una lettera ha sottolineato l'umanità della rappresentazione e,
una volta di più, rimarcato le contraddizioni della classe politica nella
mancata liberazione del padre): la figura del giovane collega di Chiara ha i
contorni eccessivamente sfumati, e l'inserimento della sceneggiatura da lui
scritta sembra vagamente pretestuoso; qua e là affiorano ricostruzioni d'epoca
lacunose, e l'insistita colonna sonora dei Pink Floyd, ancorché drammaticamente
precisa, sembra a volte inserita a forza; i caratteri dei brigatisti stessi sono
lasciati in disparte, e talora stereotipati.
E d'altronde bisogna pur sempre ricordare che si tratta di un film "su
commissione", richiesto a Bellocchio da Rai Cinema. Nonostante ciò il regista
opera una ricostruzione seria e rigorosa, che per fatalità si inserisce in un
rinnovato filone di "impegno" del nostro cinema che sembra incontrare i favori
di produttori, distributori e pubblico, e merita indubbiamente un riconoscimento
per la complicata e riuscita obliquità dell'operazione. E anche se, in cuor
nostro, riteniamo siano altri i migliori candidati alla vittoria finale, non ci
sentiamo di non potere, in fondo, tifare per lui.
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Incontro con la poesia di…
Gabriella Valera Gruber
per questa volta, solo per questa volta, permettetemi di parlare brevemente di me. Per raccontarvi come ho personalmente "incontrato" la poesia.
E’ stato un martedì verso la fine di gennaio del 1996. Già da tempo scrivevo qualcosa che poteva somigliare a dei versi: fogli accumulati, appunti buttati giù senza darvi importanza, apparentemente dimenticati. Ma ogni volta che mi capitava di rileggerli riaffiorava l’esatta memoria della voce che mi era risuonata dentro, del nodo alla gola, del sorriso, di tutto ciò che me li aveva suggeriti.
Quel martedì ho deciso di partecipare al laboratorio di poesia che si teneva presso un’associazione di volontariato. Timorosa, seduta nell’angolo più piccolo della stanza, ascoltavo. Erano all’incirca quindici persone di età, culture, esperienze diverse. Leggevano i loro testi, in italiano o in dialetto; qualcuno si commuoveva, qualcuno non riusciva a nascondere una certa vanità; c’era chi leggeva con la voce strozzata dall’emozione e chi recitava compiaciuto. Qualche commento. Poi ognuno riceveva il suo applauso e sorrideva. Molte delle poesie che avevo sentito erano veramente belle. Tutte avevano almeno un nucleo di verità; tutte contenevano almeno qualche verso, leggendo il quale la voce del suo autore aveva tremato. Me ne sono andata emozionata, con il batticuore.
La settimana seguente anche io sono stata invitata a leggere: mi sono commossa e per la prima volta ho avuto la sensazione di "concedermi" la poesia. Ora sono io ad occuparmi del laboratorio, come parte di un impegno di volontariato; ho pubblicato una piccola raccolta e partecipo volentieri a readings che mi danno grande emozione. Dopo ogni incontro, torno a casa, ancora adesso, col batticuore.
Perché ho raccontato tutto ciò?
Abituata al rigore della ricerca scientifica e della filologia ho sempre amato lettura e scrittura; conosco le densità dei linguaggi, il fascino dei significati nascosti, delle tensioni simboliche. Non ingenuamente dunque partecipavo a quel primo incontro. Ma ho imparato, allora, ad ascoltare: nel senso più letterale del termine. Credo fermamente che la poesia debba essere scoperta nel luogo del suo nascere e che questo luogo sia la voce dell’autore, quella voce che nei momenti di grazia ci detta, dentro, esattamente le parole che dobbiamo scrivere, quelle e non altre. E’ quella voce che dà senso al linguaggio, che lo materializza e lo rende veramente poetico: cioè personale, concreto e quindi creativo. Anche quando non conosco l’autore di un testo io cerco la sua voce nel ritmo del suo verso, ne condivido il respiro prima ancora che le parole, perché in quel respiro le parole hanno un significato diversamente necessario e tutte le stratificazioni di sensi che la storia ha accumulato sul linguaggio diventano percepibili. La poesia è comunicazione profonda fra popoli e generazioni.
Da questa convinta adesione al valore dell’ascolto è ispirato il mio impegno nei laboratori del Club Zyp (è il nome dell’associazione per cui lavoro). Oltre ai settimanali "incontri fra poeti", durante i quali tutti coloro che lo desiderano possono leggere i propri testi ed ascoltare quelli degli altri (non tralasciando i commenti di ordine contenutistico e linguistico in assoluta libertà), mi sforzo di portare la poesia nei luoghi dove più ve ne è bisogno: nei luoghi del silenzio, tra gli anziani, che rimangono incantati dai nostri versi e ci chiedono poesie d’amore, ma anche poesie dello spirito, o di riflessione, o della memoria; nei luoghi dove il linguaggio fa le sue prime importanti prove, tra i bambini, ai quali abbiamo dato la gioia della danza delle parole e lo stimolo a ripensare contenuti complessi in forma di semplici immagini o storie; nei luoghi dove il linguaggio comincia ad affrontare le asperità della vita, fra gli adolescenti. E poi abbiamo portato la poesia nelle strade, "regalando" a tutti la nostra voce e i nostri versi: mamme e papà si fermavano volentieri ad ascoltare con i loro bambini e portavano con sé quel dono (forse avranno riletto a casa, forse avranno da quel momento amato la poesia!). L’abbiamo portata nei teatri, nei caffè storici, ma anche nei ricreatori, facendola conoscere a chi non la conosceva affatto, coniugandola con la solidarietà e parlando di grandi problemi.
Ormai a Trieste molti conoscono "i poeti del Club Zyp". Ragazzini e adulti sembrano scoprire improvvisamente che la poesia è fatta di carne e di ossa, da persone che vivono; sembrano comprendere che tutti possono, forse, scrivere almeno qualche verso. Così è accaduto, per esempio, che, ascoltandoci, abbia cominciato a scrivere le sue storie una nostra amica di 85 anni ed abbia pubblicato un libro di racconti andato esaurito nella prima edizione e più volte ristampato. Così è accaduto, che dopo avere ascoltato "i poeti" i ragazzini della scuola media abbiano tirato fuori in gran fretta i loro quaderni. Così accade che non vi sia nulla che separa il critico letterario di professione, profondo conoscitore di testi complessi, dagli altri interlocutori del gruppo, quando presentiamo i "nostri" percorsi di lettura attraverso le opere dei grandi. E accade che stiano gli uni accanto agli altri i versi di chi, intellettualmente e culturalmente più scaltrito, adopera il linguaggio con consapevolezza e pregnanza filosofica, e quelli di chi investe la parola soltanto della pienezza dei suoi sentimenti. Né è detto che questi debbano cedere a quelli.
In breve: a me, che sono avvezza a sondare le ardue organizzazioni del pensiero logico, il molto ascoltare ha insegnato che nella poesia si incontrano uomini e donne e che molta poesia si trova dove non ci si aspetterebbe di incontrarla.
I primi versi che ho scritto (e che anche ho pubblicato come primi) suonavano: "Ti voglio raccontare/ il giorno che ho vissuto sulla luna/ fra ombre bianche e primavere ghiacciate/ guardando dietro di me/ il tempo che andava/ di mondo in mondo/ verso un sorriso…" . Anche adesso, rileggendoli, istintivamente si ripete in me un gesto del capo che si volge a guardare… A distanza mi sembra di cogliere un valore programmatico in quelle parole. Guardando di mondo in mondo, in un cammino a ritroso nella vita e fra i suoi simboli, quel sorriso lo trovo ogni volta sulle labbra di chi, anche uscendo da un bagno di dolore, trova le parole di un mondo nuovo.
Molte e diverse sono le forme della poesia; ma Poesia è per me essenzialmente questo: intuizione in controluce di un mondo che indefinibilmente ci chiama col chiarore della sua inestinguibile purezza.
Gabriella Valera Gruber
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EMOZIONI OLTRE I CONFINI
di Susanna Bonaventura
La notte arriva, nonostante tutto.
Oggi ho parlato con lui. Sì, so che è una scemata quando lo dico. E anche questa lo è. Perché, in effetti, io non sento e non parlo. Posso solo leggere. Ecco cosa intendevo. Ho parlato con lui, nel senso che ho letto ciò che mi ha detto e gli ho risposto allo stesso modo. Via e-mail. Un rapporto strano, il nostro, ma di una dolcezza infinita. Potrei vederlo, e magari un giorno lo farò, ma ora no. Non me la sento. Perché quando accadrà sarà tutto diverso.
A volte sulle riviste ci sono articoli sui di noi. I disabili, ci chiamano. Quasi fosse un’abilità quella di sentire e parlare dalla nascita. Dicevo (e va bene, permettetemi questo termine, anche se non so esattamente come sia) che ci sono articoli in cui si evidenzia come una mancanza sensoriale sia supplita con maggiori sensibilità. Forse è vero, ma io non so certamente giudicare. Come posso sapere se ho maggiore abilità con altri sensi? E come posso valutare se ciò è preferibile a sentire e parlare? Io non so che cosa significhi, quindi lo accetto. E basta. Anzi, quando m’imbatto su giornali che ne parlano (e sia, ancora questa parola!) faccio spallucce e vado oltre.
Sono qui, stesa sul mio letto. Solitaria, come sempre. È molto bello avere un gran letto a disposizione, tutto per sé. Altro luogo comune. Coniato da chi il letto non lo ha mai tutto per sé.
Non guardo (stavolta sì, questo è un termine che posso usare a pieno titolo) mai la televisione la sera. Forse se alle immagini si aggiungesse dell’altro, quegli spettacoli avrebbero un altro gusto. Io non li capisco, ma devono essere divertenti. C’è un’alternanza di inquadrature: una persona sul palco muove la bocca, fa delle moine. E poi ecco lo stacco sul pubblico. Che ride (lo vedo dalla bocca allargata e dai denti in primo piano) e che applaude. A volte le risate sono davvero di forte intensità. Lo desumo da come si vede oltre la bocca, oltre la fila di denti, giù fino ad arrivare quasi alle tonsille. Se la spassano davvero, quelle persone. Ma io no. Allora sintonizzo ugualmente il canale televisivo sugli spettacoli e poi mi stendo a letto con un libro.
Leggere mi fa volare con la fantasia, la TV accesa mi dà l’impressione d’essere meno sola, con quelle persone che si muovono avanti e indietro.
Una luce intermittente mi segnala che qualcuno suona alla porta. È un modo che usiamo noi "non udenti" per sapere quando è azionato il campanello. Ho una luce in ogni stanza: una piccola lampadina posta in un angolo del soffitto, non collegata alla rete elettrica ma ad un piccolo gruppo elettrogeno autonomo. In questo modo non rischio di essere "tagliata fuori del mondo".
Non aspetto nessuno, quindi non mi alzo. Sarà qualcuno che ha sbagliato appartamento. Ma il segnale continua, e quella lampadina rossa che continua a pulsare nell’angolo della stanza inizia a darmi i nervi.
Afferro il telecomando della TV e pigio il tasto del volume. Sullo schermo appare il segnale in sovrimpressione che m’indica che dall’apparecchio non esce nessun rumore. Una volta, senza rendermene conto, avevo schiacciato il tasto sbagliato e il volume di una scatenata trasmissione di musica si era diffuso per tutto il palazzo. Non era stato facile spiegare ai vicini che quello non voleva essere un segno di mancanza di rispetto alle regole condominiali.
Niente. La luce continua. Decido di alzarmi e mi dirigo verso la porta. Lo spioncino è l’unico mezzo che mi può aiutare a capire chi si trova dall’altra parte della porta. Spero non ci siano impedimenti alla visione, altrimenti me ne tornerò tranquilla a letto senza più badare alla luce che mi scuote.
Un uomo. Non giovane, certamente di almeno una ventina d’anni più di me. Sulla bocca un sorriso, ma la tensione che traspare dal suo viso è palpabile. Si guarda attorno, sbircia la targhetta davanti al mio campanello, a fianco alla porta. Vedo il suo braccio muoversi, e la lampadina lampeggia. Di nuovo. Non pare abbia intenzione di andarsene. Ma io non lo conosco, quindi torno sui miei passi.
Sul letto, il mio libro, il cellulare e il computer portatile. Ho usato il PC solo un’ora fa, per parlare con lui. Mi sono sfogata, e nello scrivere ho pure pianto. Beh, nulla d’eccezionale, in effetti. Solo la consapevolezza d’essere sola, anche quando avrei voglia d’affetto, di un contatto umano. Continuo a tenere PC e cellulare vicino a me, nella speranza che lui mi avverta dicendomi "mail in arrivo". Ma ancora nulla.
Il vibracall mi fa sussultare. Guardo il display: un messaggio non letto. Il mio pollice si muove veloce sui tasti e appare per prima cosa il mittente. È lui. Ma al posto della frase attesa, delle parole nuove: apri la porta, sono io.
Istintivamente controllo l’angolo in alto della stanza. Sì, lampeggia ancora. Schizzo su dal letto, senza badare all’abbigliamento, e corro all’ingresso.
Lui è qui, in piedi, davanti a me. I miei occhi entrano nei suoi. Verdi come una serena e tranquilla prateria nel Vermont. Il mio sguardo entra in lui, e attraversando nella sua testa dolci pensieri e piacevoli parole, mi avvicino al suo cuore, bianco, puro, delicato. Andando oltre arrivo lì e sulle gote sale un rossore, mentre il cuore accelera e la mia mano si allunga in cerca della sua.
Per la prima volta non rimpiango la mancanza di parole, non servono. Lui mi parla con gli occhi, con il cuore, con il corpo. E mi lascio guidare docilmente in un vortice di emozioni.
Sento le sue labbra avvicinarsi alle mie, il calore del suo bacio si diffonde sul mio corpo. Non so quando è successo, ma non ho più nulla addosso: c’è solo il suo corpo che, seguendo le mie curve, mi riscalda. Una pelle profumata, la sua, di una fragranza che sa da bosco.
Sento che mi accarezza e che riempire il cuore con quell’amore che sempre ho desiderato avere. Ha un suono dolce, il suo corpo, così come immagino debba essere la sua voce: carezzevole, piena, forte, rassicurante. E colma d’amore. Per me.
Il mio respiro accelera, e anche il suo. Lo sento fremere mentre il suo piacere si unisce al mio. Voliamo assieme, e non serve dire nulla.
Quando riapro gli occhi, sono sola sul letto. Alla TV non c’è più il varietà, ma un mezzobusto che, con lo sguardo fisso e l’espressione monotona, muove le labbra emettendo suoni che io non posso udire né comprendere. Il libro è ancora aperto vicino a me.
Il cellulare, appoggiato sul cuscino, mi accarezza con la sua vibrazione. Un altro messaggio per me: Buona notte, piccola. Io ti sono vicino.
Lo so, amico mio. Buonanotte.
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LA QUINTA SORELLA
di Rita Marinelli.
Vi è mai capitato di inciampare e ritrovarvi stupiti e perplessi, lunghi distesi per terra, ad altezza dell’asfalto? Avete provato a vincere l’imbarazzo che vi spinge a rialzarvi immediatamente e restare invece a terra per guardare il mondo da un’altra prospettiva?
Io l’ho fatto: inconsciamente l’ho fatto. Avevo sette anni e la più grande delle mie sorelle mi regalò il mio primo libro: Piccole Donne di Louisa May Alcott.
L’impatto fu forte come inciampare: possedevo un romanzo e non sapevo che cosa farmene. Mi chiedevo perché dovessi leggere qualcosa di diverso dal mio libro di lettura delle elementari o dal sussidiario. Imbarazzata e perplessa stavo lì, distesa sul pavimento, a cercare di decidere che cosa fare. Deludere mia sorella e rialzarmi da terra restituendole un regalo che non mi serviva? Oppure vincere la mia perplessità e restare a guardare il mondo da un’altra prospettiva?
Restai dov’ero ed aprii quel libro. Fu amore a prima vista, o meglio a prima pagina, dapprima per quel libro in particolare e poi per tutti gli altri che lo seguirono negli anni.
Timida ed introversa com’ero, chiusa in un guscio talmente stretto da farmi soffocare, scoprivo con emozione l’esistenza di storie fatte di parole e di personaggi reali ed unici, e ad ogni nuova parola che leggevo i personaggi diventavano più vivi che mai nella mia mente.
Mi lasciai avvolgere dall’emozione: mi sentivo parte di quell’emozione; l’emozione era stare nel libro: io ero parte del libro, quindi ero la quinta delle sorelle Marshall.
Ogni volta che sfogliavo quelle pagine ero lì con loro. Le osservavo muoversi intorno a me nei loro fruscianti abiti di fine ottocento.
Meg si aggirava per la casa con gli occhi dolci e luminosi, mentre il suo cuore batteva già per l’aitante Mr Brooke. Con quale grazia faceva scivolare l’ago sul tessuto, con quale amore rammendava le gonne bruciate di Jo che, distrattamente, si avvicinava sempre troppo al fuoco che ardeva nel camino.
Ascoltavo Beth suonare il pianoforte nella sala da pranzo. Osservavo le sue piccole mani accarezzare i tasti avorio e neri stupendomi della sua capacità di dare intensità alla musica. Mi pareva quasi di udirla, quella musica, mi sentivo trascinare dalla melodia. Lasciavo che mi accarezzasse le orecchie e mi entrasse nell’animo. Nota dopo nota la facevo mia, mi apparteneva totalmente, come se la melodia suonata da quella piccola donna l’avessi composta io. Avrei voluto poter cantare su quelle note, io bimba stonata a cui tutti dicevano "smettila di cantare, ti prego" ogni qual volta intonavo una canzone, mentre invece udivo una serie di sinfonie sovrapporsi ed entrare in armonia con me.
Amy, la vanitosa Amy, aveva la passione per il disegno. Era davvero molto brava, come io non sarei stata mai. Non riuscivo a comprendere l’uso dei colori: vivevo in un mondo monocromatico dove il grigio era l’unica tonalità prevista. Io ero grigia e spenta, incapace di dare vita alle mie emozioni, di farle risplendere intorno a me, di avvolgere il mio spirito di verdi smeraldo e di rossi intensi. Ah se lei mi avesse prestato quei pastelli colorati! Avrei incominciato a dipingere me stessa, avrei colorato le mie mani così che potessero essere prese da altre mani. Avrei colorato i miei occhi così che parlassero di me al mondo, dato che la mia gola non ne era capace. Avrei usato il rosso carminio per colorare il mio cuore, così che, nel mio grigio diffuso, si vedesse chiaramente che batteva. Ah, quanto ho atteso nella mia vita che mi regalassero delle matite colorate!
Josephine, Jo, era speciale, la mia preferita: così forte e determinata e così fragile e dolce allo stesso tempo. Lei prendeva la mia mano e mi portava con sé in quella soffitta piena di segreti. Scriveva ogni volta che poteva, leggeva (a me? ) i suoi racconti d’amore e tormento ad alta voce, e li recitava mutando la voce e l’intonazione ogni qual volta cambiava il personaggio. La osservavo leggere e vedevo le sue guance rigarsi di lacrime, e mi commuovevo per la sua struggente passione. Aveva un mondo immenso nascosto in sé, lo stesso che palpitava in una me stessa ancora incapace di esprimersi, ma che aveva già, in sé, la stessa vocazione di quel meraviglioso personaggio.
Le sorelle Marshall, le mie eroine, unite contro il mondo, erano così vitali e felici anche nella disgrazia, che io potevo sentirmi una di loro. Leggevo e prendevo consistenza attraverso quelle vite inventate: la solitaria e silenziosa Rita viveva in quelle pagine ed incominciava a scoprire, almeno intuitivamente, se stessa. Lì iniziai ad interpretare la mia esistenza. Forse fu lì che nacque il mio gusto per il melodramma, il piacere di recitare una vita non mia e di interpretarla teatralmente. Non che io sia mai stata un’attrice da palcoscenico, ma ogni emozione la esprimevo con veemenza ed usavo il mio corpo teatralmente per dare enfasi alle parole. Recitare me stessa era solo l’inizio: altri libri dovevano passare nella mia vita (ed io nella loro) perché Rita si sentisse libera di essere e di esprimersi.
A quattordici anni inciampai di nuovo lunga distesa e feci una scoperta stupefacente: esistevano luoghi in cui potevo entrare e perdermi nei libri, come Alice nel paese delle meraviglie. Quegli strani luoghi, dove tutto era possibile, avevano un magico nome dal suono arcano che solo al pronunciarlo mi attirava a sé come avvolta in un dolce incantesimo. Bastava sussurrarlo e la magia si sarebbe compiuta: biblioteche.
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