Magnolia news
Settimanale di letteratura, cinema e cultura varia
Anno 1 – Numero 1
Giovedì 4 settembre 2003
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IL NUMERO UNO
Il numero zero, uscito la scorsa settimana, ha ricevuto numerosi commenti: alcuni lusinghieri, altri di critica, altri ancora, infine, con suggerimenti per migliorare la nostra newsletter; alcuni da persone esterne alla nostra newsletter, altre dai collaboratori del numero zero. Abbiamo valutato attentamente i consigli ricevuti, e ne abbiamo ricavato alcune modifiche che già noterete in questo numero.
Un grazie particolare, dunque, a Giulio Mozzi, Julio Monteiro Martins, Luca Lorenzetti, Marco Motta, Paolo Angeloni, Fabrizio Leonardi, Luca Liguori.
In questo numero abbiamo deciso di lasciare ampio spazio ai film usciti alla 60° Mostra del Cinema di Venezia. Troverete quindi numerose recensioni, elencate nella rubrica "Making Movies" ed allegate in un unico file.
Si riconferma Marco Motta, con la sua rubrica "I fanciulli del sottosuolo", che questa volta ci parla di uno scrittore decisamente anomalo: Giordano Teboldi.
Ritorna anche Susanna Bonaventura, con un altro dei suoi ritratti letterari. Questa volta in due parti.
E Fabiana Gambardella ci allieta con una nuova puntata del "Cerchio magico" dedicata alle streghe.
Abbiamo inoltre deciso di inaugurare una rubrica dedicata al genere fantastico, "Circuiti integrati, fatine e teste mozzate", a cura della misteriosa e affascinante Mairi. E la rubrica "La fiera del gusto", che si occuperà di recensire locali più o meno alla mano nell’Italia della ristorazione.
Esordiscono in questo numero Rita Marinelli, con un racconto molto divertente sui traumi (pre)adolescenziali, e Giulia Castelli, con una polemica recensione sull’ennesimo romanzo di Banana Yoshimoto.
Naturalmente non mancano le segnalazioni di alcuni interessanti concorsi letterari, dell’uscita del numero 21 del Foglio Letterario, di un incontro modenese, di un corso base di sceneggiatura e di un laboratorio di scrittura creativa.
Un ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato a realizzare questo numero di "Magnolia news".
Buona lettura,
Heiko H. Caimi
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L’ANGOLO DELLE CITAZIONI
a cura di Vincenzo Corvo
Ho calcolato che ogni secondo su questa terra vengono battezzati due o tre personaggi inventati. E’ per questo che sono sempre in imbarazzo quando devo andare a unirmi a questa innumerevole folla di Giovanni Battisti. Ma che fare? Devo pure dare un nome ai miei personaggi. (Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio)
La scienza "crea" fantascienza e viceversa, e il rapporto fra le due sembra quello fra il sognatore e il suo sogno. (Giuseppe Lippi, 1952 & 2002)
E’ un lusso di chi scrive quello di mettere in bocca ad altri cose che noi non avremmo mai la follia di dire. (Dylan Kidd, regista)
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Circuiti integrati, fatine e teste mozzate
a cura di Mairi
La presentazione di una rubrica sul genere fantastico che prenderà il via la prossima settimana.
Vi è mai capitato di camminare per le strade di città affollate e rendervi conto che sotto il velo sporco di smog che le ricopre vive un’anima a più strati il cui richiamo echeggia inascoltato tra i vostri pensieri finché, solo durante la notte, riemerge nei vostri sogni?
Vi è mai capitato di avanzare veloci nel sottopassaggio della metropolitana e vedere sul muro il manifesto del film "Il Signore degli Anelli", che vi chiama ed è come una porta che attira verso un’altra realtà e fa sentire il clangore delle spade che cozzano nell’infuriare della battaglia? O di fermarvi ad osservare le circonvoluzioni grigie delle sopraelevate e vederle all’improvviso contorcersi e cambiare, fino ad assumere la forma di nastri trasportatori sovrastati da file di piccole astronavi? O sentirvi aggrediti da forze invisibili che minano la vostra stabilità mentale e risucchiano ogni vostra energia psichica? E dopo tutto ciò accorgervi che no, non avete assunto alcuna sostanza strana, siete perfettamente sani di mente e avete i piedi ben piantati a terra?
Ci sono generi letterari che vivono ai limiti della letteratura concepita in senso classico, che "bivaccano" ai confini dell’arte e si muovono caoticamente nell’ambito del fantastico. Con sé recano una corte di giochi, fumetti, modellini tridimensionali, immagini in continua evoluzione.
Fantascienza, Fantasy e Horror sono generi spesso bistrattati, su cui molto si è parlato, forse troppo, e che raramente si è cercato semplicemente di assaporare; i cui autori semisconosciuti si divertono ad "acchiappare" i sogni, le paure, i miti dell’umanità e a modellarli in forme sempre diverse, in barba a qualsiasi schema o regola.
Questa rubrica muoverà i suoi passi su un terreno minato: leggerla e seguirla significherà spogliarsi dei preconcetti, dimenticare ogni punto di riferimento e lasciarsi trasportare in mondi strani ed affascinanti, un po’ come volare sopra terre sconosciute senza bussola.
Se vorrete seguirmi in questo spericolato volo non dovrete fare altro che prendere la mia mano, chiudere gli occhi ed arrendervi alla Fantasia.
Mairi si muove in bilico tra sogno e realtà, a partire dal suo nome che ne nasconde uno vero: Roberta Verrecchia. Laureata in Scienze Naturali, ha collaborato alla realizzazione di uno spettacolo imperniato sulle fate, "Ballate di fate e folletti del parco dell'Acquafredda", allestito lungo un sentiero naturale a Roma e sta lavorando per la realizzazione di un altro spettacolo. Ha pubblicato sulla rivista di fantascienza "Fanucci News"; scrive racconti a cento mani su mailing lists a tema fantasy. Sul suo sito "Somnium" ha creato un mondo incantato dove muoversi tra miti, leggende, racconti, poesie, creazioni artigianali, fate e sogni: www.fdsoftware.it/mairi
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MAKING MOVIES
a cura di Davide Verazzani
Continuiamo con le recensioni dei film proiettati a Venezia durante la 60° Mostra del Cinema.
Macchie difficili da raccontare
Delude l'atteso adattamento del romanzo di Roth, sospeso fra la lotta ai pregiudizi ed il rinascere della passione
Il film:
The Human Stain – USA 2003 - di Robert Benton, con Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Gary Sinise, Ed HarrisSotto l'asfalto c'è la spiaggia
Bertolucci ritorna, con convinzione ed eleganza, ai "grandi temi", con una pellicola che narra l'iniziazione di tre giovani alla vita e al sesso sullo sfondo dei moti del maggio '68 a Parigi
Il film:
The Dreamers – GB/FRA/ITA 2003 - di Bernardo Bertolucci, con Michael Pitt, Louise Garrel, Eva Green
Presentato fuori concorso l'ultimo sagace tuffo nella commedia sofisticata da parte di James Ivory, che modernizza il suo stile grazie ad un gruppo di interpreti di valore e ad un intreccio che ne esalta la classe.
Il film:
Le divorce – USA/FRA 2003 - di James Ivory, con Kate Hudson, Glenn Close, Naomi Watts, Matthew Modine, Jean Marie LhommeSigarette e lucertole
Il film:
Last life in the universe – THAILANDIA 2003 - di Pen-ek Ratanaruang, con Asano Tadanobu, Sinitta Boonyasak
Il viaggio di una giovane donna verso i luoghi d'infanzia del fidanzato defunto: un'opera di struggente poesia.
Il film:
Floating Landscape – THAILANDIA 2003 - di Carol Lai Miu Suet, con Karena Lam Ka–Yan, Liu Ye, Ekin Cheng, Yee–KinL’elusione della verità
Il regista Benvenuti indaga, la verità scompare e riappare come in un gioco
di prestigio
Il film:
Segreti di Stato
– ITALIA 2003 - di Paolo Benvenuti, con Antonio Catania, David Coco, Aldo
Pugliesi
La pornografa della Storia
Non un film pornografico, né un film sulla pornografia: soltanto grande cinema
Il film:
Pornografia – POLONIA 2003 - di Jan Jakob Kolski, con Krzysztof Majchrzak, Adam Ferency, Krzysztof Globisz
Un film leggero per una grande lezione di vita
Il film:
Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran – FRANCIA 2003 - di François Dupeyron, con Omar Sharif, Pierre Boulanger, Gilbert Melki, Isabelle Renauld, Isabelle Adjani, Lola Naymark.Il miracolo che non accade
Una conferma il regista Winspeare
Il film:
Il miracolo – ITALIA 2003 - di Edoardo Winspeare, con Claudio D'Agostino, Carlo Bruni, Anna Ferruzzo, Stefania Casciaro, Angelo Gamarro, Rosario Sambito
Un film confuso e imprevedibile intriso di cultura giapponese
Il film:
Antenna – ITALIA 2003 - di Kazuyoshi Kumakiri, con Kase Ryo, Kobayashi Akemi, Kizaki Daisuke, Koichi Mantarò
Davide Verazzani
è sceneggiatore, scrittore, critico, poeta e musicista, ma nella vita, per sopravvivere, fa tutt’altro. Insegna sceneggiatura a Magnolia Italia, e collabora con i siti www.16noni.it e www.mymovies.it
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IL RACCONTO
TRATTATO SEMISERIO SULLE ZITELLE ED I TRAUMI ADOLESCENZIALI
di Rita Marinelli
In redazione abbiamo ricevuto questo racconto che, anche se non parla di letteratura né di cinema, ci è molto piaciuto. Così abbiamo deciso di pubblicarlo.
Nella mia famiglia è un rito, una tappa irrinunciabile.
Puoi tentare in mille modi di scappare, cercare mille strategie per porre rimedio, ma non c’è possibilità di salvezza. Ti tocca passarci e far buon viso a cattivo gioco.
Quante povere fanciulle pre-adolescenti sono cadute nella trappola? Si vocifera almeno una decina, tra le persone che conosco; ma verificabili non più di quattro, le mie sorelle; ed è certo che ce ne sia caduta almeno una… la sottoscritta.
Tutto comincia in una assolata giornata primaverile, finestre spalancate, il profumo dei gerani in fiore che inonda la casa, la luce del sole che illumina le stanze, una sottile polvere che vola nell’aria e che si nota solo quando viene colpita dai raggi del sole, un grande specchio nella camera dei miei genitori, ed io che attraverso la stanza. Mi volto verso lo specchio, come altre mille volte, ed improvvisamente eccolo là: enorme, rosso, sul punto di esplodere! Il terrore accende il mio sguardo, lo stupore lo spegne subito dopo… "CHE E’ QUELLO????!!!!".
Per proseguire nella lettura del racconto aprite l’allegato TRATTATO
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UNA TRISTEZZA A LIETO FINE
di Giulia Castelli
BANANA YOSHIMOTO – PRESAGIO TRISTE
Edizioni Feltrinelli – 127 pagine - prezzo: 7,50 euro
La trama di questo romanzo ruota intorno alle terrificanti premonizioni della protagonista, Yayoi, ed alla figura solitaria e sfuggente della zia Yukino, che vive di ricordi nel silenzio inquietante di una casa buia e abbandonata e che, nel corso della narrazione, si scoprirà essere sorella della protagonista.
Le premonizioni di Yayoi avrebbero dovuto conferire al racconto un alone di mistero, incertezza e patimento emotivo, creando così un clima di angosciosa tensione che, invece, finisce per cedere il posto alla prevedibilità degli eventi nell’intera loro sequenza.
L’interesse di Yayoi per suo fratello Tetsuo appare da subito equivoco e, infatti, la successiva scoperta della mancanza di un legame di sangue tra loro genera nella protagonista, più che frastornamento e confusione, un immediato sentimento d’amore per il presunto fratello, oltre alla "incestuosa" speranza di un futuro insieme, da amanti.
I sentimenti delle persone sono lasciati molto al caso, spesso ignorati e talvolta trascurati in quella che avrebbe dovuto essere la naturale irruenza delle loro reazioni. Verità così lungamente taciute non scatenano in Yayoi alcun moto di rabbia, nessun senso di momentaneo smarrimento: al contrario, tutto viene sacrificato in virtù dell’interesse amoroso.
In definitiva, una favoletta a lieto fine nella quale tutti sopravvivono al terremoto emozionale che, nella totale noncuranza dei protagonisti, accenna appena ad infuriarsi e muore.
Un romanzo di grandi pretese nel quale, con disarmante superficialità, vengono prima sollevate e poi lasciate in sospeso tematiche importanti come l’improvvisa scoperta della non-appartenenza alla propria famiglia d’origine, l‘agghiacciante rivelazione di radici differenti, il conseguente sgomento per l’appresa novità e il sofferto adattamento alla recente, inimmaginata realtà.
Giulia Castelli è un’accanita esploratrice della pagina stampata; vive in Campania ed ama i viaggi: sia quelli letterari che quelli alla scoperta di luoghi sconosciuti. Tra un’escursione e l’altra trova persino il tempo di scrivere. E, come ogni buona esploratrice, indaga con occhio critico anche le opere altrui.
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I FANCIULLI DEL SOTTOSUOLO
piccola rubrica di letteratura ultra–contemporanea
a cura di Marco Motta
Questa rubrìca (non rùbrica) vorrebbe tentare di promuovere scrittori ancora per lo più sconosciuti. Una cosa che di questi tempi sembrano voler far tutti –a volte mi domando perché.
Diciamo però: invece che il solito spazio dove codesti scrittori possano dimostrare al mondo di avere doti di grandi artisti e d’essere perfettamente in grado di inserirsi correttamente nella grande e iperplastica macchina della letteratura italiana, vorremmo (tanto perché bisogna sempre trovare un modo nuovo di far sciroppare all’utenza le solite vecchie cose) tentare di scrivere specie di recensioni di singoli autori che sono parsi (mi sono parsi) rilevanti, dando poi all’utenza stessa i modi e i mezzi per andarsi a visionare da sé, chi lo vorrà, i testi dei di cui sopra, tanto per vedere se chi scrive questa rubrìca dice cose più o meno sensate.
Riguardo al nome della rubrìca non chiedetemi spiegazioni perché non ne do mai.
Giordano Tedoldi ha il maledetto difetto di scrivere soltanto di sé, e di scriverne molto bene.
Lui è uno di quelli che non hanno sparpagliato racconti dappertutto sulla rete. Uno di quelli che scrivono tristemente poco. E io in prima persona me ne cruccio per lui.
Per quanto, come si diceva poc’anzi, il suo assortimento di personaggi sia quasi esclusivamente limitato a questo character autobiografico, prepotentemente egomaniaco e schizzinoso, va detto però che i suoi racconti sono, su un piano stilistico, quanto di meglio e di più originale ci sia in rete di questi tempi (assolutamente intrisi, i tempi, di una sconsolante maniera post-gioventù cannibale): Giordano Tedoldi riesce inaspettatamente a conferire naturalezza a pensieri e frasi spesso non del tutto lineari, a far suonare bene la proposizione anche quando parla di filosofia.
Per di più egli possiede una singolare bravura nella costruire i suoi racconti in modo che tutto torni, e non centra il plot: la trama è per lo più debole e poco significativa. Tutto dipende invece dai singoli elementi, come fossero parti di un pensiero non di una storia, dal ricorrere di questi elementi all’interno della narrazione. E la bravura anche qui sta nella naturalezza con cui questi elementi vengono inseriti, nel modo in cui questi elementi, questi nuclei, sembrano perdere il proprio peso come singolarità e fondersi in maniera plastica con la narrazione tutta.
Eppoi: la cosa che più di tutte trovo rilevante in Giordano Tedoldi è come nei suo racconti si incarni un modo di pensare la realtà che discende direttamente dalla filosofia della prima metà del novecento (Nietzsche, Heidegger, Wittgestein –se mi passate quest’ammucchiata un po’ approssimativa), una concezione nihilistica, quasi antidemocratica che finalmente rifiuta quella triste nozione ancora attualissima di letteratura come onnifruibile.
Una piccola biografia di Giordano Tedoldi è reperibile su:
http://www.maltesenarrazioni.it/maltese/maltese.php?page=racconti
Alcuni racconti di Giordano Tedoldi sono pubblicati su:
http://www.bookcafe.net/maltesenarrazioni/inanimati.htm
http://www.municipio.re.it/manifestazioni/ricercare99/Tedoldi.html
http://www.maltesenarrazioni.it/maltese/maltese.php?page=outtakes
Una rubrica di Giordano Tedoldi intitolata "Meglio soli" è pubblicata su:
http://www.kwlibri.kataweb.it/meglio/meglio_somma.shtml
Marco Motta è autore di racconti e direttore di una sua fanzine via mail (o off-line come a lui piace di più dirla –perché fa molto fashion).
Décadance è la suddetta fanzine off-line di racconti inediti. E’ gratuita e viene distribuita via mail ai soli iscritti. Per maggiori informazioni potete scrivere a
decadance_narrazioni@hotmail.com o dare un’occhiata sul sito www.cadnet.org/decadance
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IL CERCHIO MAGICO
Rubrica su fiabe, miti, leggende e dintorni
a cura di Fabiana Gambardella
Continuiamo il nostro discorso sulla strega dove l’abbiamo abbandonato la settimana scorsa, cioè dai legami che alcuni studiosi di folclore hanno ravvisato tra questo personaggio e l’antico, misterioso culto della Grande Madre.
Si ritiene che questo culto, coltivato nell’Europa neolitica, esprimesse la venerazione per la natura e per la sua fertilità. La figura principale di questa religione era femminile: la generatrice di tutte le creature viventi, appunto la Grande Madre, simbolizzava al tempo stesso l’aspetto benigno della natura che dà vita e sostentamento a tutte le creature, e la sua immane quanto crudele forza. Sintesi perfetta di vita e di morte.
Che c’entra con le streghe? Secondo autorevoli studiosi del folclore la figura della strega sarebbe ciò che resta della Grande Madre nella memoria collettiva.
Nelle varie fiabe in cui appare il personaggio della strega non si ottiene un suo ritratto preciso, ma piuttosto un insieme di dettagli, a volte anche contrastanti: esaminandoli in modo slegato si trovano diversi rimandi al culto della Grande Madre.
Vediamone qualcuno.
La strega è sempre femmina. Il ruolo narrativo del personaggio strega non potrebbe essere occupato da uno stregone o da un mago. La sua connotazione come essere femminile è forte ed indispensabile.
In alcune fiabe la strega appare come donatrice di un mezzo magico e si comporta come se potesse disporre degli animali e delle loro caratteristiche magiche. Questo fa pensare che abbia su di loro qualche potere: la potestà di una genitrice, appunto la Grande Madre.
La strega ha sempre tutti gli attributi necessari alla maternità, a volte anche esagerati, ma non ha marito. In qualche occasione, nella sua casa nel folto del bosco, abita con una figlia (anch’essa sempre femmina), ma mai con un uomo; l’unico uomo che osa avvicinarsi è l’eroe. Questi elementi sono ricollegabili alla Grande Madre che, secondo le antiche credenze, genera i suoi figli magicamente senza bisogno dell’intervento del maschio.
Nelle fiabe il regno dei morti è stato simbolizzato come il regno in capo a mondo nel quale l’eroe deve recarsi. Spesso la strega possiede un oggetto o un’informazione necessaria a raggiungere quel regno e tornare indietro sani e salvi. La strega sembra fare da ponte tra i due mondi non solo grazie alla sue conoscenze, ma anche con il suo aspetto: è vecchia, ha i piedi scheletrici, è curva, etc. Questo suo legame con il regno dei morti la ricollega al lato oscuro della Grande Madre.
Ancora, la strega che cerca di ghermire l’eroe per mangiarlo è la rappresentazione della natura crudele in cui la morte dell’animale rappresenta la vita per l’uomo che si ciba del suo corpo.
Tutti questi dettagli del personaggio della strega ci rimandano ad un universo di credenze in cui la vita e la morte non sono i due estremi lontanissimi di una retta, come siamo abituati a concepirli noi uomini moderni, ma due poli contigui dell’eterno cerchio della vita.
Fabiana Gambardella è una strana creatura che si aggira con circospezione per le strade di Milano, alla ricerca di una fiaba o una creatura mitica che ne abitino i misteriosi vicoli. Ha pubblicato il libro per ragazzi "Lo specchio magico" e collabora in veste di insegnante con Magnolia Italia:
www.magnoliaitalia.com
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UN PERSONAGGIO CHE NON SI DIMENTICA
di Susanna Bonaventura
Oggi vorrei segnalare un altro libro che mi ha colpito. Si tratta di Almost Blue, di Carlo Lucarelli. Non voglio parlare della storia, peraltro scritta molto bene dall’autore che non è certamente uno "sconosciuto", né dell’intreccio molto ben congeniato.
No. Io voglio parlare di Simone, un personaggio.
Simone è un giovane, cieco dalla nascita, che ci porta dentro la storia con un ritmo diverso dal solito. Non è impresa facile immaginare e descrivere le sensazioni e le emozioni di un non vedente. Ma la cosa che mi ha colpito è proprio questa. Con poche frasi, siamo entrati in un mondo con regole diverse.
Dice Simone: "…ci ho messo tanto, tante notti sveglio a penare, prima di capire che trasparente voleva dire che ci si poteva guardare dentro. Per me significava che le dita si passavano attraverso…".
Sembra una frase senza senso, perché nella realtà non ci si sofferma mai a pensare che ci sia un modo diverso di vedere qualcosa. Trasparente è il vetro di un bicchiere, la finestra in una stanza, il ghiaccio che si sta sciogliendo. Ma un cieco non può vedere, quindi associa naturalmente alla parola qualcosa che lui conosce: in questo caso una sensazione tattile, le dita che passano attraverso.
Spiega Simone: "…hanno una voce, i colori, un suono come tutte le cose. Un rumore che li distingue e che posso riconoscere…" Non mi ero mai soffermata ad immaginare come in un mondo senza colori si potessero percepire il giallo, il verde o il blu. Ma poche frasi dopo, Simone me lo ha reso comprensibile. "…il verde con quella erre raschiante che gratta in mezzo e scortica la pelle è il colore di una cosa che brucia, come il sole…Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa…"
Anche la musica è recepita da Simone in un modo particolare: "…Al-most-blue…con due pause in mezzo, due respiri sospesi da cui si capisce, si sente che sta tenendo gli occhi chiusi…".
Ho provato anche io ad immaginare il mondo con gli occhi di Simone: occhi sempre aperti, che vedono un mondo uguale al mio ma diverso. È stato come mangiare un gelato al cioccolato, dopo aver passato una vita a gustare quello alla vaniglia.
Almost Blue l’ho letto più volte, e ho cercato di fissare nella mente i passaggi che mi sono sembrati più importanti nella presentazione di Simone, quelli che lo hanno caratterizzato meglio. Volevo imparare, acquisire, sperimentare un modo per me nuovo di proporre un protagonista.
Credo che ogni libro debba lasciare qualcosa al lettore: uno spunto, un ricordo, una sensazione. Simone non lo dimenticherò. E, partendo da questa emozione, ho sperimentato, calandomi nei panni di una donna molto diversa da me.
Il risultato di questa sperimentazione lo scopriremo la prossima settimana, sempre in questo spazio, leggendo "Emozioni senza confini", un brano molto interessante della nostra autrice.
Susanna Bonaventura è sposata, ha due figli ed un lavoro da impiegata di banca. Si dice che il raggiungimento dei fatidici 40 anni porti a riflettere. Anche a lei è successo, e la cosa positiva è che le ha fatto scoprire la voglia di scrivere. Attualmente pubblica racconti brevi su vari siti letterari, tra cui www.ioscrivo.org , www.scrivi.com e www.nneteditor.it con lo pseudonimo di Kim H.
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LA FIERA DEL GUSTO
a cura di Oreste Colombo
Il carovita delle Esperidi
di Maria Busiello
Ristorante greco
ESPERIDESVia Lulli 28/b, angolo via Porpora – Milano
Le Esperidi erano le ninfe di ponente nella mitolgia greca, figlie della notte e del drago Ladone.
Il simbolo del ristorante è un albero di arance sotto il sole cocente della Grecia: un albero blu circondato da una sfera bianca e irraggiato di color oro da un sole che ha lo stesso colore delle arance.
Una volta arrivati all’interno del ristorante, non si può fare a meno di essere colpiti dal bianco candido delle pareti, che ricorda le tipiche case greche; dal blu e dall’azzurro che spadroneggiano per tutto il ristorante: dalle tovaglie ai piatti, ai quadri con vedute della Grecia, fino ad una splendida arcata piena di luci raffigurante una casa affacciata su un mare calmo – ancora bianco, ancora blu.
Successivamente ci si lascia travolgere dall’atmosfera suggestiva della musica greca di sottofondo, dal servizio cordiale e disponibile, dai piatti tipici e gustosi: questa volta molti colori e molti sapori.
Tutto squisito.
Infine arriva il conto. Tutto un po’ caro.
E poi si sa: le cose buone e belle valgono.
Maria Busiello è prodigalmente dedita alla buona cucina, ama la letteratura, il cinema, la pittura ed è fidanzata con un regista italiano. Attualmente sta terminando il suo corso di studi universitari in lettere moderne con indirizzo storico.
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CONCORSI
a cura di Luigi Pennino
In questa rubrica segnaliamo (e segnaleremo) concorsi letterari, cinematografici e di interesse vario dei quali verremo a conoscenza. Presto sarà predisposta sul nostro sito una pagina con i concorsi in scadenza, per ordine di data.
RACCONTI DI GUERRA – Ultime settimane per partecipare al concorso
"Racconti di guerra" è un concorso per racconti inediti in lingua italiana organizzato da Magnolia Italia.
La logica del concorso è quella di raccontare storie di guerra, o attorno alla guerra, SENZA ALCUNA PRECLUSIONE DI GENERE. Il tema, reso più che mai attuale dagli ultimi accadimenti internazionali, può cioè essere svolto all’interno o all’esterno di qualsiasi genere letterario: dal giallo alla fantascienza, dal racconto di spionaggio a quello storico, dalla memoria personale alla forma diaristica e così via. Sono ammesse commistioni di genere.
Si partecipa al concorso con testi narrativi non più lunghi di venticinque (25) cartelle ciascuno: per cartella si intendono 30 righe per 60 battute, cioè 1800 battute per pagina (inclusi gli spazi vuoti), per un totale di 45.000 caratteri.
Se, a insindacabile giudizio della giuria, perverrà una quantità di materiale di buona qualità (leggi: pubblicabile) sufficiente a stampare un’antologia dei migliori lavori, tale antologia verrà pubblicata da Magnolia Italia o da altro editore. Nel caso non vi sia materiale sufficiente, i racconti vincitori e meritevoli verranno pubblicati sul sito di Magnolia Italia (
www.magnoliaitalia.org), previa richiesta di autorizzazione agli autori. Si intende che i diritti d’autore dei racconti pubblicati restano di esclusiva proprietà degli autori dei racconti stessi, che non pretenderanno, però, alcun compenso economico per l’inserimento nell’antologia (fatti salvi i premi per i primi tre classificati).Il testo va spedito in cinque copie, entro e non oltre il 15 settembre 2003 (farà fede il timbro postale, ma in ogni caso non si accetteranno racconti pervenuti oltre il 30 settembre 2003).
Per maggiori informazioni e per il bando completo:
http://www.magnoliaitalia.com/concorsi.htmAssociazione Culturale Magnolia Italia – tel. 02/39257430 – email:
magnoliaitalia@libero.it
ORME GIALLE
Il Premio "Orme Gialle" - suddiviso in una sezione ordinaria e in una sezione speciale - è aperto a tutti i cittadini italiani.
Si può partecipare, con racconti diversi, sia alla sezione ordinaria che alla sezione speciale.
Sono ammessi racconti gialli inediti, in lingua italiana, della lunghezza massima di 13 cartelle (cartella tipo:carattere Times New Roman,corpo 12,interlinea automatica).
Per entrambe le sezioni il racconto si richiede assolutamente inedito e mai premiato in altri concorsi.
E’ richiesta, per ogni elaborato, una tassa di iscrizione di €15,50 (L.30.000) a titolo di rimborso-spese da versare sul C/C postale n.12952560,intestato a:ARCI Nuova Associazione-Comitato di Pontedera – Via Carducci,10 - 56025 Pontedera (Pisa),
indicando come causale del versamento: Premio"ORME GIALLE"-VIII Edizione.
Ogni elaborato,in 8 copie anonime,dovrà essere inviato al seguente indirizzo:CONCORSO "ORME GIALLE"
c/o ARCI Nuova Associazione,
Comitato di Pontedera
Via Carducci,10-56025 Pontedera (Pisa)
Tel.0587/57467-Fax 0587/54064
E-mail:
ormegialle@tiscalinet.it
Gli elaborati dovranno essere inviati alla segreteria organizzativa entro e non oltre venerdì 31 Ottobre 2003. Farà fede il timbro postale.
Importante: al fine di creare un punto di contatto fra i nuovi autori e l’editoria professionale, il Premio "Orme Gialle" è finalizzato alla scelta di un certo numero di racconti da destinare alla pubblicazione (tramite un’ antologia pubblicata in collaborazione con una casa editrice / o tramite la pubblicazione su riviste specializzate / o in appendice ad altri volumi / oppure e-book che abbia come plausibile sviluppo l’editoria digitale).
Per saperne di più aprite l’allegato: ORME GIALLE
ConcorsoMorto – Vampiri, Zombie, ed altri Non-Morti
Concorso Gratuito di narrativa horror – Prima Edizione
Scadenza: L’elaborato dovrà giungere in redazione entro e non oltre il 2 Novembre 2003 (il giorno dei morti)
Sezioni: Unica sezione dedicata a racconti horror contenenti riferimenti a vampiri, zombie, o altri non-morti. La lunghezza delle opere non dovrà superare le 30.000 battute (spazi compresi)
Modalità di presentazione dei racconti: I racconti dovranno essere inviati per posta elettronica, all’indirizzo
alecvalschi@latelanera.com, sotto forma di allegato. Il formato del documento dovrà essere di tipo .txt o .doc o .pdfCosto di iscrizione: L’iscrizione al concorso è completamente gratuita.
Per saperne di più aprite l’allegato: CONCORSOMORTO
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SEGNALAZIONI
a cura di Luigi Pennino
Riceviamo e volentieri pubblichiamo quanto segue.
SI PARLA DI CUBA
Domenica 7 settembre ore 18.30
Festa dell'Unità di Modena
Saletta Conferenze
organizza l'associazione culturale
"La manica tagliata"
www.lamanicatagliata.it
info@lamanicatagliata.it
Si parla di Cuba
Conversazione con Gordiano Lupi diretta da Ennio Trinelli.
Si parlerà di Machi di carta di Alejandro Torreguitart Ruiz (edizioni Stampa Alternativa) e della situazione dei gay a Cuba.
Si parlerà di santeria e di religiosità afrocubana leggendo parti di
Cuba Magica (edito da Mursia) e di Nero Tropicale (Terzo MIllennio editore), gli ultimi due libri pubblicati da Lupi.Una ballerina professionista cubana si esibirà in alcune danze tipiche di evocazione degli
orishas nelle cerimonie santere.
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E' USCITO IL FOGLIO LETTERARIO/LO SPECCHIO DI MEDUSA
È uscito il numero 21 de "Il Foglio Letterario", il secondo dopo l’unificazione con il rotocalco del fantastico "Lo Specchio di Medusa". Abbiamo confezionato una rivista di taglio estivo per tutti i gusti, anche se ormai lo sapete che i nostri in fatto di narrativa propendono per il fantastico e per il mistero. Il nuovo Foglio è piaciuto, pure se abbiamo ricevuto alcune critiche negative che parlano di una brusca sterzata verso il "nero" e di una scarsa attenzione verso la poesia. "Il Foglio" ha sempre avuto una sua connotazione "nera" e "fantastica", fattore che ci distingue da molte riviste in circolazione.
In questo numero trovate racconti di: Danilo Arona, Alda Teodorani, Aldo Zelli, Filippo Mezzetti, Gordiano Lupi, Monica Tessarin, Giacomo Molucchi, Nicola Lombardi, Fabio Marangoni, Alberto Ghiraldo, Luigi Boccia e Giancarlo Pagani. Non mancano firme nuove: Rico Petri, Daniela Quarta e Roberto Ferraresi. Per la poesia ci sono rubriche dedicate a Peter Russell, Maribruna Toni, Pasquale Martiniello, Peter Lafarge e Ruben Darío. Abbiamo incaricato la nostra redattrice Daniela Monreale di preparare un supplemento di sessanta pagine dedicato alla poesia ("Bar Code") che troverete allegato al numero di dicembre. Abbiamo eliminato invece le poesie dei lettori che stonavano con il taglio della rivista. Come sempre non mancano i fumetti che per noi rappresentano un modo di fare letteratura: Ulisse di Gioma e le vignette di Agata Matteucci.
Per quel che riguarda i fumetti siamo distribuiti da Panini in tutta Italia, sia con le vignette di Ulisse che con il saggio di Alessia Martini "All’omba del Fuji-Yama". A breve uscirà un lavoro di Daniel Ciberio su Hulk e uno di Alessandro Del Gaudio sui super eroi ("L’identità segreta"), a seguire una monografia di Paolo Gentili sul mondo Marvel. Tra le rubriche citiamo un’intervista interessante di As Chianese con Giuseppe Lippi che ci racconta i cinquant’anni di Urania.
Per saperne di più aprite l’allegato: IL FOGLIO LETTERARIO
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Laboratorio di scrittura creativa "Scrivere per passione, scrivere per professione"
Marina di Pietrasanta, 11/18 ottobre
2003 – Sede: Hotel Le Bambole, Marina di PietrasantaDocente: Enrico Rulli – Durata: 25 ore di lezione in aula + colloqui individuali
Costo: 280,00 euro + Iva + eventuale alloggio (dai 22,00 ai 35,00 euro al giorno, a seconda della sistemazione)
In sintonia con tutti i laboratori organizzati da Inchiostro, il corso prevede una parte di natura teorica e uno spazio per esercitazioni di carattere pratico. Lo scopo è infatti di:
1) avvicinare i partecipanti alla conoscenza della scrittura creativa, attraverso le sue varie articolazioni;
2) fornire gli elementi di base per una competenza specifica in ambito editoriale, con i conseguenti sviluppi anche di natura professionale che tale preparazione può portare.
Nelle lezioni in aula si parlerà di revisione e riscrittura, con grande spazio per le esercitazioni pratiche. Il corso non intende infatti insegnare solo delle teorie, ma piuttosto dei modi di lavorare, delle procedure, delle tecniche, indirizzando i partecipanti all’utilizzo dei "trucchi" più sicuri ed eleganti dello scrivere, nonché alla conoscenza dei parametri fondamentali per la valutazione, la valorizzazione e la promozione di un testo letterario, sia proprio che altrui.
Per saperne di più aprite l’allegato: SCRIVERE PER PASSIONE, SCRIVERE PER PROFESSIONE
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CORSO BASE DI SCENEGGIATURA
Sono aperte le iscrizioni al "corso base di sceneggiatura" dell’Agenzia Letteraria "IL Segnalibro"
Il corso promosso dall’agenzia, mira a trasmettere competenze e strumenti necessari per
trasformare idee, spunti, storie di ogni genere in brillanti sceneggiature.Le scuole di riferimento, la nascita dell’idea, la stesura del soggetto, l’architettura di una scaletta, la costruzione dei personaggi, i dialoghi, lo shoting script: questi gli argomenti delle
10 lezioni teoriche di due ore ciascuna, alle quali sarà affiancato un workshop di scrittura ispirato a un testo letterario illustre.Al termine del corso ai migliori "sceneggiatori" sarà offerto un periodo di
stage nell’area "servizio copioni" dell’Agenzia "Il Segnalibro". Il corso si svolgerà a Roma, dal 15 Ottobre al 17 Dicembre, ogni mercoledì
dalle 18.00 alle 20.00
Le iscrizioni sono a numero chiuso.
Per informazioni e iscrizioni:
Agenzia "Il Segnalibro",
via U. De Carolis 70, 00136 – Roma
tel: 0635400912; fax: 0635452710
web:
www.ilsegnalibro.it
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Magnolia news è una newsletter settimanale curata da Heiko H. Caimi
edita da Magnolia Italia – Via P. Mantegazza 25/2 – 20159 Milano
Tel. 02/39257430 – e–mail: magnoliaitalia@libero.it – sito: www.magnoliaitalia.com
I diritti sui testi sono dei singoli autori
Tutti i diritti sulla pubblicazione sono di Magnolia Italia
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Qui di seguito, il contenuto degli allegati segnalati nella rivista.
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Andata e ritorno
The Return
Regia: Andrey Zvyagintsev. Sceneggiatura: Vladimir Moiseenko – Alexandre
Novototsky. Fotografia: Mikhail Kritchman. Interpreti: Vladimir Garin – Ivan
Dobronravov – Konstantin Lavronenko. Anno: 2003. Durata: 105'
La vita di due fratelli, l'uno adolescente, l'altro poco più che bambino, che
vivono con la madre in un desolato villaggio della Russia, viene sconvolta dal
ritorno del padre, assente da casa per dodici anni. Di lui i due hanno solo
vaghi ricordi, tanto che sospettano che sia un impostore; ciononostante, il
giorno dopo il suo arrivo il padre decide di portare i figli in gita a pescare.
I ruvidi modi di fare dell'uomo portano il figlio maggiore a riconoscerne
l'autorità e sottostarvi di buon grado, mentre il piccolo si ribella
ostinatamente anche se è costretto a subire l'umiliazione di dovergli ubbidire.
Dopo un cambiamento di prOgramma in seguito ad una strana telefonata compiuta
dal padre, il trio giunge in un'isola sperduta in mezzo a un enorme lago; i
figli giocano e finalmente possono provare a pescare, mentre il padre raggiunge
una costruzione in rovina, dove recupera sottoterra uno scrigno sigillato che
nasconde, senza aprirlo, nella barca. Ma la tragedia è in agguato: per un banale
ritardo, il figlio maggiore viene severamente punito dal padre, che arriva
persino a minacciarlo con un'ascia; il piccolo allora, sconvolto, scappa nella
foresta, salvando il fratello dalla violenza paterna, e si nasconde in cima ad
una torre di ferro. Nel tentativo di farlo scendere, il padre muore. Ai
ragazzini non resta che riaccompagnare il cadavere sulla terraferma, dove
scoprono, all'interno dell'automobile, la prova che lui è il loro vero padre:
una foto che li ritrae da piccoli con la madre. La barca, male ancorata alla
riva, viene spinta dalla corrente verso il largo, ed affonda lentamente portando
con sé il suo carico di morte e mistero.
Quando si vive l'atmosfera di un festival cinematografico, con un susseguirsi
schizofrenico di visioni di pellicole diverse come genere e provenienza, si fa
fatica a raccapezzarsi e dare una valutazione davvero oggettiva di quanto si è
visto, e spesso si preferisce ripiegare su formule di giudizio mediane, per non
farsi troppo sbilanciare dall'emozione. Non faremo così con questo film russo,
opera prima del russo Andrey Zvyagintsev, che possiede i crismi per essere
definito un capolavoro.
La visione del film assicura una doppio binario di lettura. Da un lato, un
road-movie a tinte fosche, strutturalmente lento ma di godibile visione, dove è
soprattutto il mistero a farla da padrone, e l'impossibile rapporto padre-figli
si tramuta quasi in una lotta per la sopravvivenza e per la propria
affermazione; non è un caso, infatti, che il film si apra con una sequenza in
cui il figlio più piccolo, salendo su una torretta davanti al mare, si condanna
agli scherni degli amici per la mancanza di coraggio nel tuffarsi, ed ha il suo
climax, nel sotto-finale, con una scena identica, che però è la possibile
salvezza sia dall'inevitabile punizione per la fuga, sia dalla presenza
incombente di un padre-padrone. D'altra parte, è evidente nelle intenzioni del
regista una trasfigurazione mitologica della vicenda, dove l'afflato
mistico-religioso della raffigurazione diventa paradigma delle vicende umane e
familiari, attraverso l'uso di tecniche narrative che mostrano esplicitamente i
riferimenti alla Bibbia ed alle più cupe tragedie greche: il padre, appena
tornato, dorme nel suo letto nella stessa posa del Cristo del Mantegna,
l'uccisione sfiorata del figlio somiglia al mancato sacrificio di Isacco
(salvato dall'angelo, in questo caso impersonato dal bambino che infatti, subito
dopo, risale verso l'alto, verso la cima di quella torre che è la salvezza), il
conflitto fra i sentimenti e la legge, rappresentata dalla figura paterna, è
sottolineato dal contrasto fra una macchina da presa che insiste su inquadrature
dall'alto ed una sceneggiatura che ci impone una visione molto spesso simile a
quella dei due ragazzi. Vicende di così turgida importanza necessitano di una
mano ferma e polsi saldi: Zvyagintsev se la cava più che egregiamente, inserendo
le vicende in un paesaggio di selvaggia bellezza, fotografato con i colori
lividi e spettrali delle albe del Nord, e soprattutto soppesando alla perfezione
i toni della tragedia, senza indulgere in magniloquenze eschilee ma
contemporaneamente senza mai dimenticare la grandiosità dei temi trattati. Al
termine della pellicola, il regista ci mostra le foto scattate durante il
viaggio dai due ragazzi, ed un'ultima foto, disvelatrice, che mostra il padre,
da giovane, con in braccio uno dei due figli. Molte domande rimangono senza
risposta: da dove arriva veramente il padre? Chi lo manovra? Perchè è ritornato?
E cosa contiene lo scrigno che l'uomo ha dissotterrato? Le acque del gigantesco
lago che circonda l'isola si portano con sé il segreto (così come all'inizio,
con gli straordinari titoli di testa, hanno permesso l'aprrirsi della pellicola
facendo riemergere i nomi dei protagonisti dai loro abissi), mettendo una pietra
tombale sulla nostra razionale ansia di conoscenza. "Qualcosa" è ritornato da un
mondo lontano ed oscuro, ed è scomparso per sempre nell'arco di pochi giorni:
quel momento, vero e proprio giro di boa esistenziale, impone di lasciarsi alle
spalle i giochi dell'infanzia e di scegliersi il proprio posto nel mondo.
Raramente, la rappresentazione di questa ancestrale "frattura" è stata di tale
spettrale e raggelante bellezza; sarebbe davvero un delitto se non venisse in
qualche modo premiata dalla Giuria veneziana.
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La Tela Nera
http://www.LaTelaNera.com
organizza:
ConcorsoMorto
Vampiri, Zombie, ed altri Non-Morti
Concorso Gratuito di narrativa horror
Prima Edizione
Scadenza:
L’elaborato dovrà giungere in redazione entro e non oltre il 2 Novembre 2003 (il giorno dei morti)
Sezioni:
Unica sezione dedicata a racconti horror contenenti riferimenti a vampiri, zombie, o altri non-morti. La lunghezza delle opere non dovrà superare le 30.000 battute (spazi compresi)
Modalità di presentazione dei racconti:
I racconti dovranno essere inviati per posta elettronica, all’indirizzo alecvalschi@latelanera.com, sotto forma di allegato. Il formato del documento dovrà essere di tipo .txt o .doc o .pdf
Costo di iscrizione:
L’iscrizione al concorso è completamente gratuita.
Giuria:
L’operato della giuria è insindacabile. La composizione della giuria sarà resa nota in sede di premiazione. Presidente della giuria: Alessio Valsecchi
Modalità di diffusione dell’esito del concorso:
Ai fini della premiazione, in modo individuale, tramite la newsletter del sito www.latelanera.com a cui tutti i partecipanti sono invitati ad iscriversi.
Ai fini della documentazione verrà inviata copia del verbale della Giuria all'Annuario dei Vincitori dei Premi Letterari per la pubblicazione in internet al seguente indirizzo www.literary.it/premi dove rimarranno esposti in permanenza.
Obblighi dell'autore:
La partecipazione al concorso implica di fatto l'accettazione di tutte le norme indicate nel presente bando.
Premi:
La premiazione avverrà il giorno 17 Novembre 2003. Non vi sarà cerimonia pubblica di premiazione.
Il vincitore del concorso riceverà in premio una copia del DVD "La notte dei morti viventi" (versione originale di Romero del ’68), il secondo classificato il libro "Il libro dei morti viventi", una raccolta di racconti "a tema" ad opera dei più importanti e famosi scrittori horror in circolazione.
I migliori racconti saranno poi pubblicati in un ebook gratuito che sarà pubblicizzato sui principali siti dedicati alla narrativa in formato elettronico. L’organizzazione non avrà obbligo di remunerazione degli autori per questa pubblicazione, ma solo l'obbligo di indicare chiaramente nell’ebook il nome dell'autore di ognuno dei racconti pubblicati; la proprietà letteraria rimane sempre e comunque dell'autore.
Tutela dei dati personali:
Ai sensi della legge 31.12.96, n. 675 "Tutela delle persone rispetto al trattamento dei dati personali" la segreteria organizzativa dichiara, ai sensi dell'art. 10, "Informazioni rese al momento della raccolta dei dati", che il trattamento dei dati dei partecipanti al concorso è finalizzato unicamente alla gestione del premio e all'invio agli interessati dei bandi degli anni successivi; dichiara inoltre, ai sensi dell'art. 11 "Consenso", che con l'invio dei materiali letterari partecipanti al concorso l'interessato acconsente al trattamento dei dati personali; dichiara inoltre, ai sensi dell'art. 13 "Diritti dell'interessato", che l'autore può richiedere la cancellazione, la rettifica o l'aggiornamento dei propri dati rivolgendosi al Responsabile dati della Segreteria del premio nella persona del signor (Alessio Valsecchi – cell: 3403317576 o email: alecvalschi@latelanera.com).
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EMOZIONI OLTRE I CONFINI
di Susanna Bonaventura
La notte arriva, nonostante tutto.
Oggi ho parlato con lui. Sì, so che è una scemata quando lo dico. E anche questa lo è. Perché, in effetti, io non sento e non parlo. Posso solo leggere. Ecco cosa intendevo. Ho parlato con lui, nel senso che ho letto ciò che mi ha detto e gli ho risposto allo stesso modo. Via e-mail. Un rapporto strano, il nostro, ma di una dolcezza infinita. Potrei vederlo, e magari un giorno lo farò, ma ora no. Non me la sento. Perché quando accadrà sarà tutto diverso.
A volte sulle riviste ci sono articoli sui di noi. I disabili, ci chiamano. Quasi fosse un’abilità quella di sentire e parlare dalla nascita. Dicevo (e va bene, permettetemi questo termine, anche se non so esattamente come sia) che ci sono articoli in cui si evidenzia come una mancanza sensoriale sia supplita con maggiori sensibilità. Forse è vero, ma io non so certamente giudicare. Come posso sapere se ho maggiore abilità con altri sensi? E come posso valutare se ciò è preferibile a sentire e parlare? Io non so che cosa significhi, quindi lo accetto. E basta. Anzi, quando m’imbatto su giornali che ne parlano (e sia, ancora questa parola!) faccio spallucce e vado oltre.
Sono qui, stesa sul mio letto. Solitaria, come sempre. È molto bello avere un gran letto a disposizione, tutto per sé. Altro luogo comune. Coniato da chi il letto non lo ha mai tutto per sé.
Non guardo (stavolta sì, questo è un termine che posso usare a pieno titolo) mai la televisione la sera. Forse se alle immagini si aggiungesse dell’altro, quegli spettacoli avrebbero un altro gusto. Io non li capisco, ma devono essere divertenti. C’è un’alternanza di inquadrature: una persona sul palco muove la bocca, fa delle moine. E poi ecco lo stacco sul pubblico. Che ride (lo vedo dalla bocca allargata e dai denti in primo piano) e che applaude. A volte le risate sono davvero di forte intensità. Lo desumo da come si vede oltre la bocca, oltre la fila di denti, giù fino ad arrivare quasi alle tonsille. Se la spassano davvero, quelle persone. Ma io no. Allora sintonizzo ugualmente il canale televisivo sugli spettacoli e poi mi stendo a letto con un libro.
Leggere mi fa volare con la fantasia, la TV accesa mi dà l’impressione d’essere meno sola, con quelle persone che si muovono avanti e indietro.
Una luce intermittente mi segnala che qualcuno suona alla porta. È un modo che usiamo noi "non udenti" per sapere quando è azionato il campanello. Ho una luce in ogni stanza: una piccola lampadina posta in un angolo del soffitto, non collegata alla rete elettrica ma ad un piccolo gruppo elettrogeno autonomo. In questo modo non rischio di essere "tagliata fuori del mondo".
Non aspetto nessuno, quindi non mi alzo. Sarà qualcuno che ha sbagliato appartamento. Ma il segnale continua, e quella lampadina rossa che continua a pulsare nell’angolo della stanza inizia a darmi i nervi.
Afferro il telecomando della TV e pigio il tasto del volume. Sullo schermo appare il segnale in sovrimpressione che m’indica che dall’apparecchio non esce nessun rumore. Una volta, senza rendermene conto, avevo schiacciato il tasto sbagliato e il volume di una scatenata trasmissione di musica si era diffuso per tutto il palazzo. Non era stato facile spiegare ai vicini che quello non voleva essere un segno di mancanza di rispetto alle regole condominiali.
Niente. La luce continua. Decido di alzarmi e mi dirigo verso la porta. Lo spioncino è l’unico mezzo che mi può aiutare a capire chi si trova dall’altra parte della porta. Spero non ci siano impedimenti alla visione, altrimenti me ne tornerò tranquilla a letto senza più badare alla luce che mi scuote.
Un uomo. Non giovane, certamente di almeno una ventina d’anni più di me. Sulla bocca un sorriso, ma la tensione che traspare dal suo viso è palpabile. Si guarda attorno, sbircia la targhetta davanti al mio campanello, a fianco alla porta. Vedo il suo braccio muoversi, e la lampadina lampeggia. Di nuovo. Non pare abbia intenzione di andarsene. Ma io non lo conosco, quindi torno sui miei passi.
Sul letto, il mio libro, il cellulare e il computer portatile. Ho usato il PC solo un’ora fa, per parlare con lui. Mi sono sfogata, e nello scrivere ho pure pianto. Beh, nulla d’eccezionale, in effetti. Solo la consapevolezza d’essere sola, anche quando avrei voglia d’affetto, di un contatto umano. Continuo a tenere PC e cellulare vicino a me, nella speranza che lui mi avverta dicendomi "mail in arrivo". Ma ancora nulla.
Il vibracall mi fa sussultare. Guardo il display: un messaggio non letto. Il mio pollice si muove veloce sui tasti e appare per prima cosa il mittente. È lui. Ma al posto della frase attesa, delle parole nuove: apri la porta, sono io.
Istintivamente controllo l’angolo in alto della stanza. Sì, lampeggia ancora. Schizzo su dal letto, senza badare all’abbigliamento, e corro all’ingresso.
Lui è qui, in piedi, davanti a me. I miei occhi entrano nei suoi. Verdi come una serena e tranquilla prateria nel Vermont. Il mio sguardo entra in lui, e attraversando nella sua testa dolci pensieri e piacevoli parole, mi avvicino al suo cuore, bianco, puro, delicato. Andando oltre arrivo lì e sulle gote sale un rossore, mentre il cuore accelera e la mia mano si allunga in cerca della sua.
Per la prima volta non rimpiango la mancanza di parole, non servono. Lui mi parla con gli occhi, con il cuore, con il corpo. E mi lascio guidare docilmente in un vortice di emozioni.
Sento le sue labbra avvicinarsi alle mie, il calore del suo bacio si diffonde sul mio corpo. Non so quando è successo, ma non ho più nulla addosso: c’è solo il suo corpo che, seguendo le mie curve, mi riscalda. Una pelle profumata, la sua, di una fragranza che sa da bosco.
Sento che mi accarezza e che riempire il cuore con quell’amore che sempre ho desiderato avere. Ha un suono dolce, il suo corpo, così come immagino debba essere la sua voce: carezzevole, piena, forte, rassicurante. E colma d’amore. Per me.
Il mio respiro accelera, e anche il suo. Lo sento fremere mentre il suo piacere si unisce al mio. Voliamo assieme, e non serve dire nulla.
Quando riapro gli occhi, sono sola sul letto. Alla TV non c’è più il varietà, ma un mezzobusto che, con lo sguardo fisso e l’espressione monotona, muove le labbra emettendo suoni che io non posso udire né comprendere. Il libro è ancora aperto vicino a me.
Il cellulare, appoggiato sul cuscino, mi accarezza con la sua vibrazione. Un altro messaggio per me: Buona notte, piccola. Io ti sono vicino.
Lo so, amico mio. Buonanotte.
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IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
Rivista fondata nel 1999 /Casa Editrice fondata nel 2003
Sito internet: www.ilfoglioletterario.it
IL FOGLIO LETTERARIO IN-FORMA
Bollettino Telematico n. 1
(agosto 2003)
E' USCITO IL FOGLIO LETTERARIO/LO SPECCHIO DI MEDUSA
È uscito il numero 21 de "Il Foglio Letterario", il secondo dopo l’unificazione con il rotocalco del fantastico "Lo Specchio di Medusa". Abbiamo confezionato una rivista di taglio estivo per tutti i gusti, anche se ormai lo sapete che i nostri in fatto di narrativa propendono per il fantastico e per il mistero. Il nuovo Foglio è piaciuto, pure se abbiamo ricevuto alcune critiche negative che parlano di una brusca sterzata verso il "nero" e di una scarsa attenzione verso la poesia. "Il Foglio" ha sempre avuto una sua connotazione "nera" e "fantastica", fattore che ci distingue da molte riviste in circolazione.
In questo numero trovate racconti di: Danilo Arona, Alda Teodorani, Aldo Zelli, Filippo Mezzetti, Gordiano Lupi, Monica Tessarin, Giacomo Molucchi, Nicola Lombardi, Fabio Marangoni, Alberto Ghiraldo, Luigi Boccia e Giancarlo Pagani. Non mancano firme nuove: Rico Petri, Daniela Quarta e Roberto Ferraresi. Per la poesia ci sono rubriche dedicate a Peter Russell, Maribruna Toni, Pasquale Martiniello, Peter Lafarge e Ruben Darío. Abbiamo incaricato la nostra redattrice Daniela Monreale di preparare un supplemento di sessanta pagine dedicato alla poesia ("Bar Code") che troverete allegato al numero di dicembre. Abbiamo eliminato invece le poesie dei lettori che stonavano con il taglio della rivista. Come sempre non mancano i fumetti che per noi rappresentano un modo di fare letteratura: Ulisse di Gioma e le vignette di Agata Matteucci.
Per quel che riguarda i fumetti siamo distribuiti da Panini in tutta Italia, sia con le vignette di Ulisse che con il saggio di Alessia Martini "All’omba del Fuji-Yama". A breve uscirà un lavoro di Daniel Ciberio su Hulk e uno di Alessandro Del Gaudio sui super eroi ("L’identità segreta"), a seguire una monografia di Paolo Gentili sul mondo Marvel. Tra le rubriche citiamo un’intervista interessante di As Chianese con Giuseppe Lippi che ci racconta i cinquant’anni di Urania.
GLI IMPEGNI ESTIVI
7 settembre
Festa dell'Unità di Modena Gordiano Lupi presenta Cuba magica (Mursia), Machi di carta di A.Torreguitert (Stampa Alternativa) e Nero tropicale (Terzo Millennio)27 settembre
FNAC Genova - Serata Cubana con i libri di Gordiano Lupi
NUOVA COLLANA GENERAZIONALE
Abbiamo deciso di aprire una nuova collana di narrativa per valorizzare i giovani scrittori di talento. In questa nuova serie di pubblicazioni verranno inseriti solamente testi di alta qualità, la selezione sarà ancor più esigente dell'altra collana di narrativa AUTORI CONTEMPORANEI in modo tale da creare una serie di libri che si propongano come una sorta di punta di diamante delle edizioni IL FOGLIO. L'idea quindi è quella di investire sulle nuove forme di scrittura, ma soprattutto sui giovani: è una scommessa che "il foglio letterario" vuole vincere.
La prima uscita di questa nuova collana sarà un'antologia che dovrà proporsi sia come apri-pista dell'intera serie sia come pubblicazione manifesto. La volontà è quella di raggruppare in un unico testo giovani autori di talento e fare in modo che ognuno dia del proprio meglio per creare un libro di elevata qualità in modo tale da creare una forte risonanza prima di tutto attorno alla pubblicazione stessa e poi, di riflesso, all'intera nascente collana.
Non c'è un vero e proprio tema, c'è però un'idea di fondo, una linea guida che si vorrebbe tenere: far si che i giovani autori raccontino storie di giovani, una specie di "indagine" sul mondo giovanile scandagliato attraverso il racconto, la letteratura. Vista quindi la direzione che si intende dare alla collana, per questa antologia saranno selezionati autori indicativamente under 30, quelli nati dai settanta in avanti per capirsi.
Alberto Ghiraldo ha ricevuto l'incarico da parte della casa editrice di seguire l'esordio di questa collana e di curare questa prima antologia. L'intenzione non è quella di dare alle stampe un libro che sia una "chiamata a raccolta" degli autori della scuderia del FOGLIO, perciò l'invito a partecipare viene esteso sì a tutti gli autori passati per "Il Foglio Letterario", ma anche ad altri scrittori di talento che si leggono sulle riviste letterarie o che da poco hanno pubblicato ottimi libri o che comunque, pur essendo ancora inediti, hanno tutte le carte in regola per partecipare a questo nuovo progetto. Chi si sente in linea con il progetto editoriale può mandare il suo materiale ad Alberto Ghiraldo <aghirald@libero.it> unitamente a una breve nota biografica entro la fine di agosto (max. prima settimana di settembre). Nessuno ha il posto assicurato, ci sarà una selezione dura e dovuta, per metà settembre vi faremo sapere la rosa dei prescelti.
Un ultimo accenno alle condizioni/oneri/diritti vari...
Tutti i diritti restano di proprietà degli autori, non ci sono spese né (ahimé) guadagni, solamente due copie omaggio del libro e la possibilità di acquistarne altre al 50% del prezzo di copertina. Una volta stampata l'antologia si faranno delle presentazioni promozionali ufficiali probabilmente partendo da Modena, ma il tour di presentazioni è cosa ancora in fase di definizione.
PREMI E CONCORSI
LICURGO CAPPELLETTI
Richiedi informazioni dettagliate e bandi a:
ilfoglio@infol.it oppure consulta il sito: www.ilfoglioletterario.it
NUOVA COLLANA CINEMA E FUMETTO
Dottor Banner & Mister Hulk di Daniel Ciberio - euro 10,00 - peg. 100 - edizione di lusso cop. plastificata a colori
Un libro esauriente e puntuale che analizza la figura di Hulk
in oltre quarant’anni di albi a fumetti Daniel Ciberio, critico di cinema e
fumetto per La Nueva Prensa di Porto Rico, cataloga tutti i
villains della saga e descrive il mondo di Hulk con protagonisti e
comprimari. I miti di Frankenstein, dell’Uomo Lupo, del Dottor Jekyll e Mister
Hyde, della Bella e la Bestia rivivono in un personaggio che ha fatto molta
strada dai tempi di Stan Lee e Jack Kirby. Il nuovo Hulk di Peter David è
un’affascinante figura a tre dimensioni che entra di diritto nella letteratura a
fumetti. Daniel Ciberio non si limita al fumetto ma ripercorre la storia di un
Hulk televisivo interpretato da Lou Ferrigno, dei cartoni animati, della strisce
giornaliere fino ad arrivare all’analisi dello straordinario film di Ang Lee che
ha riportato il tormentato mostro dalla pelle verde all’attenzione del grande
pubblico.
In appendice il saggio "L'Uomo Ragno tra cinema e fumetto" di Gordiano Lupi.
All'ombra del Fuji - Yama
di Alessia Martini - euro 8,00 - pag. 230 - ed. economicaTre edizioni in un anno. Oltre cinquecento copie vendute! Si tratta di una raccolta dei più noti cartoni animati trasmessi in Italia nel decennio 1978 - 1988 che passa in rassegna, attraverso un centianio di schede monotematiche suddivise cronologicamente, tutti gli anime (dalla contrazione della parola inglese animation) le cui immagini e storie adolescenziali hanno segnato i gusti e l’immaginario collettivo degli attuali trentenni. Il saggio non trascura le implicazioni psicologiche e sociali scatenate dall'arrivo delle serie nipponiche nei nostri palinsesti, nè dimentica l'impatto esercitato dalla censura su questi prodotti. Tra robottoni ( Goldrake ) e orfanelle ( Candy Candy ), spadaccini ( Lady Oscar ) e ladri (Lupin III), streghe (Bia), animali parlanti (Hallo Spank) ed eroi dello sport (Holly e Benji), questo libro consente a tutti i ragazzi di oggi di tornare i bambini di ieri in un suggestivo, e a tratti struggente, viaggio a ritroso fino ai giorni della propria infanzia.
ULISSE
by Gioma - euro 3,00 - pag. 20 - 60 daily stripsULISSE non è un fumetto, un fumetto vive dentro una storia... invece ULISSE non ha una storia e ogni volta vive in appena quattro vignette... quindi ULISSE non ha mai fine e come tale vive... ma è anche vero che ogni striscia ha una fine, proprio come un fumetto... eppure ULISSE non è un fumetto, perchè un fumetto vive dentro una storia... invece ULISSE non ha una storia e ogni volta vive in appena quattro vignette... quindi ULISSE non ha mai fine e come tale vive... ma è anche vero che... e adesso, se vuoi, continua tu...
L'identità segreta-supereroi e dintorni di
Alessandro Del Gaudio - pagine 150 - euro 8,00 - edizione economica
Libri distribuiti da Pan Distribuzione reperibili in tutte le Fumetterie d'Italia
www.paninicomics.it - pdistribuzione@panini.it
NOVITA' LIBRARIE
In un pensiero solo di Marianna Montenero – euro 8,00 – pag. 48
Un libro di liriche intense, piccoli frammenti musicali che le parole scelte dall’autrice come dedica ben descrivono: "È la musica unica di mille cuori diversi /è l’amore profondo che l’uomo canta, ma da solo non sente..". Al lettore non resta che avventurarsi, aggirarsi tra le pagine e sostare in pace lasciandosi trascinare dalle immagini che le parole evocano.
Rumore dal nulla di Leonardo Moro – euro 7,50 – pag. 60
In questi versi scopriamo un ragazzo che rifiuta le costrizioni scolastiche e i falsi miti della televisione. Ci sono le sue speranze riposte nella letteratura. Ci sono le consonanze con Rimbaud, Salinger, Bukowski. Ci sono le difficoltà del quotidiano di fronte alla vita reale che quasi mai è come la si vorrebbe. Ci sono storie estratte dalla vita quotidiana, un’esistenza che fa vittime, soprattutto tra chi non accetta di vivere uniformato alla filosofia del gregge. Moro vive a distanza di sicurezza dalla sua vita, usa le parole come uno scudo ma pure per fare un po’ di baccano. E dalla danza delle sue parole, dal rumore che fanno ne esce fuori quello che lui stesso chiama un rumore dal nulla.
Disarmare il mondo – antologia a cura di Nino Genovese – euro 5,00 – pag. 80
"Disarmare il mondo" è una raccolta che documenta quanto siano inutili tutte le guerre. Non esistono vinti e vincitori al termine di un conflitto, ma solo vinti, perché chi perde è sempre l’umanità. Interventi poetici di autori più o meno noti, grandi e piccini, tutti accomunati dalla gran voglia di dire no ai meccanismi perversi della guerra preventiva.
La sposa che vola di Roberto Nassi – euro 8 – pag. 130
Un canzoniere che si legge come un romanzo, i cui tasselli sono legati da fili molteplici e sottilissimi, una felicità di accordi e calibrati atonalismi, scavi ugualmente profondi nella psiche e nel sentimento, accensioni e tormenti, volontà e fato, gioia pagana e assolutismo monoteistico, memoria come delizia e perdizione, un io che parla a un tu-donna insieme concretissimo e screziato in mille sguardi che sembrano affiorare in un altro senso, oltre i confini opachi di spazio e tempo. Un’opera poetica matura scritta da un giovane autore.
Parole sfumate di Davide Angelo Salvatore – euro 7 – pag. 70
Seconda prova poetica di un giovane autore pescarese che rappresenta un notevole passo avanti verso alcuni interessanti esperimenti stilistici. Il poeta si distacca dagli espedienti metrici tradizionali e dimostra di aver appreso la lezione novecentesca e avanguardista. Le liriche sono racconti in versi che si fanno apprezzare per linearità e semplicità narrativa (Lasciami svegliare/ sotto un cielo di / cemento fuso/ colorato di un grigio pastello/ inquietante).
L’emigrante narcisista di Alfredo Vassalluzzo – euro 8,50 – pag. 96
L’autore affronta l’impegnativo tema delle forme narcisistiche del sentimento con uno stile corretto, armonioso e invitante. La complessità dell’argomento viene mirabilmente analizzata con un linguaggio scientifico, piano e facilmente comprensibile ai nostri lettori (…) L’emigrante narcisista è un testo di psicologia ma esce dalle aule dell’università e dalle cliniche per far conoscere a noi, persone comuni, verità che spesso sentiamo in modo intuitivo ma non in modo così lucido e scientifico come spiegato nell’opera in questione.
Crepuscoli di Lisa Canzian – euro 7,50 – pag. 120
Racconti dell’orrore e del terrore. Racconti neri che coinvolgono tutti i nostri sensi, in maniera che non solo siamo in grado di vedere o udire i suoi orrori, ma anche di toccarli, di sentirne l’odore e il sapore. Così, a fine lettura, saremo entrati in contatto con questi dettagli che man mano si sono susseguiti, non solo nelle nostre menti, ma anche nelle nostre narici, nella bocca, e nei polpastrelli delle nostre dita
.
In balia del rancore di Stefania Carignani – euro 8,00 – pag. 90
"Si girò su se stesso ma non vide altro che il buio. Il rumore dei passi era cessato. La grande piazza era deserta. Davanti ai suoi occhi si stagliava una piccola chiesa che, dalla sommità del colle roccioso sul quale si adagiava da secoli, lo scrutava pietosa". Lirico, sognante, onirico… Stefania Carignani vi accompagnerà tra le pieghe di una storia che non dimenticherete facilmente.
Stelo e argine di Casavino – euro 12,00 – pag. 110
Una raccolta di saggi sull’arte, la letteratura, l’estetica. Stelo e Argine. Lo stelo sorregge e l’argine trattiene. Attraverso queste due polarità il Casavino ha sempre inteso l’arte, come qualcosa che ci sorregge e ci trattiene. Ed in questo senso, in questa duplicità, ha scritto una serie di saggi dove compara due autori, convinto che il paragone con l’altro porti sempre a scoprire i misteri più nascosti del se stesso.
A fine ferita di Casavino – euro 8,50 – pag. 50
Quarta raccolta poetica del Casavino (nome d’arte del prof. Valentino Bellucci), nato nel 1975 a Weinheim, in Germania. Pittore e saggista. Ha pubblicato Il Bestiario filosofico (Michele Di Salvo Editore, 2003), una parodistica storia della filosofia. Le sue precedenti raccolte poetiche sono: Le venature dell’attimo (Libroitaliano, 2000), Parole di vetro (Tracce, 2002), Nella compostezza del basalto (Libroitaliano, 2003).
Cronache maremmane di Franco Micheletti - euro 7,00 - pagine 105
Le cronache di Franco Micheletti coinvolgono il lettore sia per il colore e le efficaci descrizioni di un tempo che fu, che per le emozioni che ancora oggi riescono a trasmetterci. I coetanei di Franco Micheletti sapranno apprezzare ancora gioie e dolori degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta (si arriva al 1972), mentre i più giovani impareranno qualcosa di nuovo, potendo gustare valori eterni (solidarietà, amicizia, amore filiale, eroismo) che, grazie a Franco Micheletti e ad altri autori della collana Voci della Maremma, non devono scomparire né venire distorti dal revisionismo storico.
L’inganno e altri racconti di Lorenzo Nicotra - euro 7,50 - pagine 110
La lastra di fronte al ragazzino biondo cominciò a colorarsi impercettibilmente di una venatura bluastra. Geremia sapeva che era la pressione della mente. Il vetro si stava incrinando. E lui era ancora lì, a pensare. Il gelato!, ricordò. Fuori di lì. Doveva andare... Si concentrò di colpo sulla fredda lastra. … fuori di lì. Ma era partito tardi. Troppo tardi. (Dal racconto "Sparta", vincitore alla prima edizione del Premio Letterario Inchiostro Bizzarro bandito dalla rivista "Inchiostro.")
La notte si sveglia al mattino di Joe Pieracci - euro 8,00 -
pagine 74
Sono le nove di sera, e io sono stanco. Fa ancora caldo e la strada è piena
di gente. Cammino un po', finché incontro un negro pelato in moto che mi abborda
e mi offre donne, sigari e cocaina. È alto, scheletrico e schizzato. Porta
addosso una t-shirt dei Los Angeles Kings. Dice che può farmi avere tutto quello
che desidero, anche sua sorella. Basta pagare.Questa è la Cuba che descrive
Joe Pieracci. Una Cuba vera, vissuta, lontana mille miglia da quella dei
depliant turistici e dai villaggi vacanze. Fatevi trasportare dalla sua grande
capacità di raccontare e perdetevi in un viaggio che vi farà conoscerete meglio
l’isola di Fidel Castro tornata con prepotenza alla ribalta delle cronache.
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Incontro con la poesia di…
Gabriella Valera Gruber
per questa volta, solo per questa volta, permettetemi di parlare brevemente di me. Per raccontarvi come ho personalmente "incontrato" la poesia.
E’ stato un martedì verso la fine di gennaio del 1996. Già da tempo scrivevo qualcosa che poteva somigliare a dei versi: fogli accumulati, appunti buttati giù senza darvi importanza, apparentemente dimenticati. Ma ogni volta che mi capitava di rileggerli riaffiorava l’esatta memoria della voce che mi era risuonata dentro, del nodo alla gola, del sorriso, di tutto ciò che me li aveva suggeriti.
Quel martedì ho deciso di partecipare al laboratorio di poesia che si teneva presso un’associazione di volontariato. Timorosa, seduta nell’angolo più piccolo della stanza, ascoltavo. Erano all’incirca quindici persone di età, culture, esperienze diverse. Leggevano i loro testi, in italiano o in dialetto; qualcuno si commuoveva, qualcuno non riusciva a nascondere una certa vanità; c’era chi leggeva con la voce strozzata dall’emozione e chi recitava compiaciuto. Qualche commento. Poi ognuno riceveva il suo applauso e sorrideva. Molte delle poesie che avevo sentito erano veramente belle. Tutte avevano almeno un nucleo di verità; tutte contenevano almeno qualche verso, leggendo il quale la voce del suo autore aveva tremato. Me ne sono andata emozionata, con il batticuore.
La settimana seguente anche io sono stata invitata a leggere: mi sono commossa e per la prima volta ho avuto la sensazione di "concedermi" la poesia. Ora sono io ad occuparmi del laboratorio, come parte di un impegno di volontariato; ho pubblicato una piccola raccolta e partecipo volentieri a readings che mi danno grande emozione. Dopo ogni incontro, torno a casa, ancora adesso, col batticuore.
Perché ho raccontato tutto ciò?
Abituata al rigore della ricerca scientifica e della filologia ho sempre amato lettura e scrittura; conosco le densità dei linguaggi, il fascino dei significati nascosti, delle tensioni simboliche. Non ingenuamente dunque partecipavo a quel primo incontro. Ma ho imparato, allora, ad ascoltare: nel senso più letterale del termine. Credo fermamente che la poesia debba essere scoperta nel luogo del suo nascere e che questo luogo sia la voce dell’autore, quella voce che nei momenti di grazia ci detta, dentro, esattamente le parole che dobbiamo scrivere, quelle e non altre. E’ quella voce che dà senso al linguaggio, che lo materializza e lo rende veramente poetico: cioè personale, concreto e quindi creativo. Anche quando non conosco l’autore di un testo io cerco la sua voce nel ritmo del suo verso, ne condivido il respiro prima ancora che le parole, perché in quel respiro le parole hanno un significato diversamente necessario e tutte le stratificazioni di sensi che la storia ha accumulato sul linguaggio diventano percepibili. La poesia è comunicazione profonda fra popoli e generazioni.
Da questa convinta adesione al valore dell’ascolto è ispirato il mio impegno nei laboratori del Club Zyp (è il nome dell’associazione per cui lavoro). Oltre ai settimanali "incontri fra poeti", durante i quali tutti coloro che lo desiderano possono leggere i propri testi ed ascoltare quelli degli altri (non tralasciando i commenti di ordine contenutistico e linguistico in assoluta libertà), mi sforzo di portare la poesia nei luoghi dove più ve ne è bisogno: nei luoghi del silenzio, tra gli anziani, che rimangono incantati dai nostri versi e ci chiedono poesie d’amore, ma anche poesie dello spirito, o di riflessione, o della memoria; nei luoghi dove il linguaggio fa le sue prime importanti prove, tra i bambini, ai quali abbiamo dato la gioia della danza delle parole e lo stimolo a ripensare contenuti complessi in forma di semplici immagini o storie; nei luoghi dove il linguaggio comincia ad affrontare le asperità della vita, fra gli adolescenti. E poi abbiamo portato la poesia nelle strade, "regalando" a tutti la nostra voce e i nostri versi: mamme e papà si fermavano volentieri ad ascoltare con i loro bambini e portavano con sé quel dono (forse avranno riletto a casa, forse avranno da quel momento amato la poesia!). L’abbiamo portata nei teatri, nei caffè storici, ma anche nei ricreatori, facendola conoscere a chi non la conosceva affatto, coniugandola con la solidarietà e parlando di grandi problemi.
Ormai a Trieste molti conoscono "i poeti del Club Zyp". Ragazzini e adulti sembrano scoprire improvvisamente che la poesia è fatta di carne e di ossa, da persone che vivono; sembrano comprendere che tutti possono, forse, scrivere almeno qualche verso. Così è accaduto, per esempio, che, ascoltandoci, abbia cominciato a scrivere le sue storie una nostra amica di 85 anni ed abbia pubblicato un libro di racconti andato esaurito nella prima edizione e più volte ristampato. Così è accaduto, che dopo avere ascoltato "i poeti" i ragazzini della scuola media abbiano tirato fuori in gran fretta i loro quaderni. Così accade che non vi sia nulla che separa il critico letterario di professione, profondo conoscitore di testi complessi, dagli altri interlocutori del gruppo, quando presentiamo i "nostri" percorsi di lettura attraverso le opere dei grandi. E accade che stiano gli uni accanto agli altri i versi di chi, intellettualmente e culturalmente più scaltrito, adopera il linguaggio con consapevolezza e pregnanza filosofica, e quelli di chi investe la parola soltanto della pienezza dei suoi sentimenti. Né è detto che questi debbano cedere a quelli.
In breve: a me, che sono avvezza a sondare le ardue organizzazioni del pensiero logico, il molto ascoltare ha insegnato che nella poesia si incontrano uomini e donne e che molta poesia si trova dove non ci si aspetterebbe di incontrarla.
I primi versi che ho scritto (e che anche ho pubblicato come primi) suonavano: "Ti voglio raccontare/ il giorno che ho vissuto sulla luna/ fra ombre bianche e primavere ghiacciate/ guardando dietro di me/ il tempo che andava/ di mondo in mondo/ verso un sorriso…" . Anche adesso, rileggendoli, istintivamente si ripete in me un gesto del capo che si volge a guardare… A distanza mi sembra di cogliere un valore programmatico in quelle parole. Guardando di mondo in mondo, in un cammino a ritroso nella vita e fra i suoi simboli, quel sorriso lo trovo ogni volta sulle labbra di chi, anche uscendo da un bagno di dolore, trova le parole di un mondo nuovo.
Molte e diverse sono le forme della poesia; ma Poesia è per me essenzialmente questo: intuizione in controluce di un mondo che indefinibilmente ci chiama col chiarore della sua inestinguibile purezza.
Gabriella Valera Gruber
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La notte delle coscienze
Buongiorno, notte
Regia, soggetto e sceneggiatura: Marco Bellocchio Fotografia: Pasquale Mari;
Montaggio: Francesca Calvelli; Interpreti: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier
Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia Roberto Herlitzka
Aldo Moro, dopo il rapimento, venne rinchiuso per circa due mesi in una
piccola cella ricavata all'interno di una grande appartamento di Roma, guardato
a vista da un gruppo di carcerieri i cui nomi (Gallinari, Moretti, Maccari) sono
ormai tristementE passati alla Storia. Il film ripercorre gli avvenimenti
succedutisi nell'arco della prigionia dello statista, assumendo il punto di
vista di Chiara, una brigatista alla prima esperienza che vive nell'appartamento
e, non avendo incarichi "politici", è l'unica del gruppo ad avere una vita
"normale" ed è impiegata in un Ministero.
Insieme alla televisione, perennemente accesa, è lei l'unico contatto che gli
irriducibili terroristi hanno con il mondo esterno, ed è lei l'unica che si pone
seriamente domande sull'importanza di ciò che stanno facendo e sulla correttezza
delle loro decisioni. I suoi giorni trascorrono nelle ritualità dell'ufficio, in
cui un giovane collega le fa discretamente la corte, dichiarandosi fra l'altro
scrittore di sceneggiature (come per un tragico presagio, una di queste, che ha
il medesimo titolo della pellicola ed un andamento ad essa molto simile, verrà
ritrovata dai brigatisti nella borsa di Moro, evidentemente a lui inviata in
lettura dal ragazzo stesso o da suoi conoscenti). Le sue notti sono popolate di
sogni in cui ripercorre i trionfi del realismo sovietico e gli eccidi dei
partigiani da parte dei nazisti. Ma più il tempo passa, più i sogni si
focalizzano sulla figura di Moro, spesso spiato da Chiara nella sua cella mentre
scrive e si dispera, finché arrivano ad immaginare una sua impossibile libertà,
proprio quando invece è giunta l'ora fatale del suo assassinio. Il film di
Bellocchio, salutato alla proiezione e, successivamente, alla conferenza stampa
da una lunga e convinta standing ovation che ne fanno il candidato numero uno
alla vittoria del Leone d'Oro, parte da un punto di vista storico (il
riferimento, citato nei titoli di coda, è il libro "Il prigioniero" con cui la
brigatista Braghetti ripercorre i giorni della prigionia), ma volutamente
tralascia ogni indagine politica e sociale sul periodo, preferendo soffermarsi
sui valori umani che fuoriescono dalla rappresentazione degli avvenimenti. Il
punto di vista è quindi "familiare", nel senso che all'interno
dell'appartamento si svolgono le più trite e banali quotidianità (i pasti, le
notti sul divano a guardare la tv, le letture dei libri) proprio mentre, a pochi
metri di distanza, il carcerato vive i suoi ultimi giorni. Potrebbero sembrare
indiscutibili le proiezioni psicanalitiche che la figura di Moro riveste nella
vicenda: il suo ruolo di "padre" sembra evidente sia nella sua figura ieratica e
nei suoi calmi ragionamenti, sia nelle discussioni che ha con Moretti e poi, in
maniera mediata, con la stessa Chiara; in questo senso, la sua uccisione
potrebbe essere vista come l'affrancarsi dagli orpelli e dai pesi del proprio
passato, oltre che della società borghese in cui comunque i personaggi del film
sono inseriti, e rappresenterebbe una sorta di "chiusura del cerchio" dopo la
figura della madre de "L'ora di religione".
Nonostante questo, ci sembra che il regista si sia ormai affrancato dagli
ingarbugli psicanalitici che ne avevano condizionato negativamente l'opera verso
la fine degli anni '80, e che riaffiorano momentaneamente solo nei sogni di
Chiara, dove Moro, alla stregua di una figura paterna, circola liberamente
nell'appartamento durante la notte. Pertanto preferiamo, tutto sommato,
sottolineare il percorso umano della giovane protagonista (interpretata con
splendida intensità da Maya Sansa, forse la migliore fra le giovani attrici
emergenti del nostro cinema), che la porta a rivendicare il suo ruolo di
"soldato della rivoluzione" per poi porsi i dubbi derivanti da un assassinio a
freddo che non le appare più così necessario. Peraltro, la Storia, scaraventata
fuori dalla porta, rientra prepotente (e come potrebbe essere altrimenti?) dalla
finestra: Bellocchio ha uno sguardo niente affatto indulgente verso i
carcerieri, i cui slogan vengono demoliti dallo stesso statista democristiano
con una semplicità disarmante, e verso l'intera classe politica dell'epoca, cui
Moro lancia pesantissimi strali nell'ultimo colloquio con Moretti, in cui cerca
con ogni mezzo di salvarsi la vita, ed i cui volti sono mostrati, impietriti, in
un filmato di repertorio durante i funerali dell'uomo politico che chiude,
drammaticamente, il film. Importante anche il parallelismo fra le lettere di
Moro e le missive dei condannati a morte della Resistenza, che ne hanno lo
stesso dolente andamento che fa sobbalzare non solo Chiara, quando se ne
accorge, ma anche noialtri spettatori.
Non tutto è riuscito in questa pellicola che farà discutere anche da un punto di
vista politico (anche se un importante e positivo imprimatur è giunto dal figlio
di Moro, che in una lettera ha sottolineato l'umanità della rappresentazione e,
una volta di più, rimarcato le contraddizioni della classe politica nella
mancata liberazione del padre): la figura del giovane collega di Chiara ha i
contorni eccessivamente sfumati, e l'inserimento della sceneggiatura da lui
scritta sembra vagamente pretestuoso; qua e là affiorano ricostruzioni d'epoca
lacunose, e l'insistita colonna sonora dei Pink Floyd, ancorché drammaticamente
precisa, sembra a volte inserita a forza; i caratteri dei brigatisti stessi sono
lasciati in disparte, e talora stereotipati.
E d'altronde bisogna pur sempre ricordare che si tratta di un film "su
commissione", richiesto a Bellocchio da Rai Cinema. Nonostante ciò il regista
opera una ricostruzione seria e rigorosa, che per fatalità si inserisce in un
rinnovato filone di "impegno" del nostro cinema che sembra incontrare i favori
di produttori, distributori e pubblico, e merita indubbiamente un riconoscimento
per la complicata e riuscita obliquità dell'operazione. E anche se, in cuor
nostro, riteniamo siano altri i migliori candidati alla vittoria finale, non ci
sentiamo di non potere, in fondo, tifare per lui.
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LA QUINTA SORELLA
di Rita Marinelli.
Vi è mai capitato di inciampare e ritrovarvi stupiti e perplessi, lunghi distesi per terra, ad altezza dell’asfalto? Avete provato a vincere l’imbarazzo che vi spinge a rialzarvi immediatamente e restare invece a terra per guardare il mondo da un’altra prospettiva?
Io l’ho fatto: inconsciamente l’ho fatto. Avevo sette anni e la più grande delle mie sorelle mi regalò il mio primo libro: Piccole Donne di Louisa May Alcott.
L’impatto fu forte come inciampare: possedevo un romanzo e non sapevo che cosa farmene. Mi chiedevo perché dovessi leggere qualcosa di diverso dal mio libro di lettura delle elementari o dal sussidiario. Imbarazzata e perplessa stavo lì, distesa sul pavimento, a cercare di decidere che cosa fare. Deludere mia sorella e rialzarmi da terra restituendole un regalo che non mi serviva? Oppure vincere la mia perplessità e restare a guardare il mondo da un’altra prospettiva?
Restai dov’ero ed aprii quel libro. Fu amore a prima vista, o meglio a prima pagina, dapprima per quel libro in particolare e poi per tutti gli altri che lo seguirono negli anni.
Timida ed introversa com’ero, chiusa in un guscio talmente stretto da farmi soffocare, scoprivo con emozione l’esistenza di storie fatte di parole e di personaggi reali ed unici, e ad ogni nuova parola che leggevo i personaggi diventavano più vivi che mai nella mia mente.
Mi lasciai avvolgere dall’emozione: mi sentivo parte di quell’emozione; l’emozione era stare nel libro: io ero parte del libro, quindi ero la quinta delle sorelle Marshall.
Ogni volta che sfogliavo quelle pagine ero lì con loro. Le osservavo muoversi intorno a me nei loro fruscianti abiti di fine ottocento.
Meg si aggirava per la casa con gli occhi dolci e luminosi, mentre il suo cuore batteva già per l’aitante Mr Brooke. Con quale grazia faceva scivolare l’ago sul tessuto, con quale amore rammendava le gonne bruciate di Jo che, distrattamente, si avvicinava sempre troppo al fuoco che ardeva nel camino.
Ascoltavo Beth suonare il pianoforte nella sala da pranzo. Osservavo le sue piccole mani accarezzare i tasti avorio e neri stupendomi della sua capacità di dare intensità alla musica. Mi pareva quasi di udirla, quella musica, mi sentivo trascinare dalla melodia. Lasciavo che mi accarezzasse le orecchie e mi entrasse nell’animo. Nota dopo nota la facevo mia, mi apparteneva totalmente, come se la melodia suonata da quella piccola donna l’avessi composta io. Avrei voluto poter cantare su quelle note, io bimba stonata a cui tutti dicevano "smettila di cantare, ti prego" ogni qual volta intonavo una canzone, mentre invece udivo una serie di sinfonie sovrapporsi ed entrare in armonia con me.
Amy, la vanitosa Amy, aveva la passione per il disegno. Era davvero molto brava, come io non sarei stata mai. Non riuscivo a comprendere l’uso dei colori: vivevo in un mondo monocromatico dove il grigio era l’unica tonalità prevista. Io ero grigia e spenta, incapace di dare vita alle mie emozioni, di farle risplendere intorno a me, di avvolgere il mio spirito di verdi smeraldo e di rossi intensi. Ah se lei mi avesse prestato quei pastelli colorati! Avrei incominciato a dipingere me stessa, avrei colorato le mie mani così che potessero essere prese da altre mani. Avrei colorato i miei occhi così che parlassero di me al mondo, dato che la mia gola non ne era capace. Avrei usato il rosso carminio per colorare il mio cuore, così che, nel mio grigio diffuso, si vedesse chiaramente che batteva. Ah, quanto ho atteso nella mia vita che mi regalassero delle matite colorate!
Josephine, Jo, era speciale, la mia preferita: così forte e determinata e così fragile e dolce allo stesso tempo. Lei prendeva la mia mano e mi portava con sé in quella soffitta piena di segreti. Scriveva ogni volta che poteva, leggeva (a me? ) i suoi racconti d’amore e tormento ad alta voce, e li recitava mutando la voce e l’intonazione ogni qual volta cambiava il personaggio. La osservavo leggere e vedevo le sue guance rigarsi di lacrime, e mi commuovevo per la sua struggente passione. Aveva un mondo immenso nascosto in sé, lo stesso che palpitava in una me stessa ancora incapace di esprimersi, ma che aveva già, in sé, la stessa vocazione di quel meraviglioso personaggio.
Le sorelle Marshall, le mie eroine, unite contro il mondo, erano così vitali e felici anche nella disgrazia, che io potevo sentirmi una di loro. Leggevo e prendevo consistenza attraverso quelle vite inventate: la solitaria e silenziosa Rita viveva in quelle pagine ed incominciava a scoprire, almeno intuitivamente, se stessa. Lì iniziai ad interpretare la mia esistenza. Forse fu lì che nacque il mio gusto per il melodramma, il piacere di recitare una vita non mia e di interpretarla teatralmente. Non che io sia mai stata un’attrice da palcoscenico, ma ogni emozione la esprimevo con veemenza ed usavo il mio corpo teatralmente per dare enfasi alle parole. Recitare me stessa era solo l’inizio: altri libri dovevano passare nella mia vita (ed io nella loro) perché Rita si sentisse libera di essere e di esprimersi.
A quattordici anni inciampai di nuovo lunga distesa e feci una scoperta stupefacente: esistevano luoghi in cui potevo entrare e perdermi nei libri, come Alice nel paese delle meraviglie. Quegli strani luoghi, dove tutto era possibile, avevano un magico nome dal suono arcano che solo al pronunciarlo mi attirava a sé come avvolta in un dolce incantesimo. Bastava sussurrarlo e la magia si sarebbe compiuta: biblioteche.
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REGOLAMENTO
1.Il Premio "Orme Gialle" - suddiviso in una sezione ordinaria e in una sezione speciale - è aperto a tutti i cittadini italiani.
2.Si può partecipare,con racconti diversi,sia alla sezione ordinaria che alla sezione speciale.
3.Sono ammessi racconti gialli inediti,in lingua italiana,della lunghezza massima di 13 cartelle (cartella tipo:carattere Times New Roman,corpo 12,interlinea automatica).
4.Per entrambe le sezioni il racconto si richiede assolutamente inedito e mai premiato in altri concorsi.
5.è richiesta,per ogni elaborato,una tassa di iscrizione di €15,50 (L.30.000) a titolo di rimborso-spese da versare sul C/C postale n.12952560,intestato a:ARCI Nuova Associazione-Comitato di Pontedera
Via Carducci,10-56025 Pontedera (Pisa),
indicando come causale del versamento:
Premio"ORME GIALLE"-VIII Edizione.
6.Ogni elaborato,in 8 copie anonime,dovrà essere inviato al seguente indirizzo:CONCORSO "ORME GIALLE"
c/o ARCI Nuova Associazione,
Comitato di Pontedera
Via Carducci,10-56025 Pontedera (Pisa)
Tel.0587/57467-Fax 0587/54064
E-mail:
ormegialle@tiscalinet.itLa ricevuta di versamento dovrà essere inserita in una busta chiusa, anonima e priva di contrassegni, unitamente alla scheda di adesione, debitamente riempita, busta che dovrà essere inserita nel plico contenente gli elaborati.
7. Gli elaborati dovranno essere inviati alla segreteria organizzativa entro e non oltre venerdì 31 Ottobre 2003. Farà fede il timbro postale.
8. I lavori non verranno restituiti ed ogni autore è responsabile di quanto contenuto nel proprio scritto.
9. Al fine di creare un punto di contatto fra i nuovi autori e l’editoria professionale, il Premio "Orme Gialle" è finalizzato alla scelta di un certo numero di racconti da destinare alla pubblicazione (tramite un’ antologia pubblicata in collaborazione con una casa editrice / o tramite la pubblicazione su riviste specializzate / o in appendice ad altri volumi / oppure e-book che abbia come plausibile sviluppo l’editoria digitale).
10. alla scelta finale dei racconti si arriverà a seguito di una selezione effettuata dalla GIURIA. IL GIUDIZIO DELLA GIURIA è INSINDACABILE.
11. La pubblicazione (in Italia e all’estero avverrà nel periodo di tempo di due anni dal termine ultimo per l’invio degli elaborati).
La pubblicazione, in detto periodo, da parte dell’autore di uno dei racconti prescelti costituirà motivo di esclusione dall’iniziativa editoriale di "ORME GIALLE" e/o di contestazione da parte degli organizzatori.
Il conseguimento di altri riconoscimenti, purché non comprendenti la pubblicazione, NON costituirà motivo di esclusione per gli elaborati.
12. PREMIO "ORME GIALLE"- SEZIONE ORDINARIA:
Si partecipa alla SEZIONE ORDINARIA del premio con un racconto giallo, inedito, sul tema:
"IL MOSTRO DELLA PORTA ACCANTO: QUOTIDIANITA’ DEL DELITTO".
Lo svilupparsi del comportamento delittuoso nell’animo inquieto dell’uomo fa si che la storia del crimine lungi dalle sfilate di personaggi stupefacenti, perversi, geniali e terrificanti, quasi più della fantasia che della realtà, sia sempre più collegata con un mondo di legami terreni, con la vita normale, con i bisogni, le necessità, i vizzi di tutti i giorni e di tutti gli esseri umani…
E’ il mostro umano, il mostro della porta accanto: questo mostro alle apparenze di uno di noi. Ma sotto quella scorza familiare si cela una creatura capace di indicibili depravazioni. Il mostro moderno non ha bisogno di elisir fantastici per le proprie metamorfosi poiché le mille maledizioni della società contemporanea bastano a stimolare le azioni selvagge dei potenziali Mr. HYDE che danno la colpa delle proprie azioni alle forze corruttrici della società: razzismo, misoginia, pornografia, abuso di minori, assuefazione alle droghe, avidità, intolleranza… Le sue trasgressioni sono ormai oggetto di studio da parte di sociologi e criminologi…
13. PREMIO "ORME GIALLE"- SEZIONE SPECIALE
Si partecipa alla SEZIONE SPECIALE del premio con un racconto inedito sul tema:
"DELITTO E NEVROSI"
Un vento di follia scuote l’uomo. Una "nevrosi" diffusa coinvolge la società in una stagione perversa di delitti.
Il mondo venera il successo e chiunque salga in alto, mentre impazza la delirante trascendenza del successo mediatico.
Lo schermo televisivo con la sua camaleontica versatilità favorisce il di stanziamento, l’indifferenza e il fascino di facciata.
Tutto complotta contro l’escluso, il diverso, la vittima per il solo fatto che funziona con modalità troppo lontane dall’individuo per essere comprese…
I conti non tornano mai… tutto sembra un’enorme illusione e il nostro ruolo quello di una marionetta soggetta solo a manipolazione…
Normalizzazione sociale e manipolazione delle coscienze: trionfa la logica della"conservazione dello status quo". In questo clima di nevrosi dove è impossibile perfino partecipare le proprie inquietudini,le proprie tensioni,non è forse "il delitto l’estremo tentativo di rivolta della vittima?".
14. La partecipazione al premio implica l’accettazione da parte di tutti i concorrenti indistintamente di tutte le clausole del presente regolamento.
15. PREMIAZIONE E RELATIVI CRITERI. PUBBLICAZIONE
Fra gli elaborati selezionati dalla Giuria,sia per la sezione ordinaria che per la sezione speciale,l’ Organo giudicante attribuirà al migliore racconto il Premio "ORME GIALLE" consistente nella predetta pubblicazione ed in un premio in denaro di € 2.065,00
16. A tutti gli altri racconti (delle due sezioni del premio) selezionati, ma non prescelti, verrà riconosciuto il diritto alla pubblicazione (da un minimo di 5 elaborati a un massimo di 11) secondo una precisa graduatoria di merito stabilita dalla Giuria secondo il suo giudizio insindacabile.
17. PROCLAMAZIONE FINALE
La proclamazione finale dell’attribuzione del premio e la consegna della somma stabilita così come i nominativi dei partecipanti destinati alla pubblicazione e la loro graduatoria di merito (da riportare nell’edizione della antologia) è fissata per:
SABATO 20 DICEMBRE 2003 - ore16:00
Presso il centro Socio Culturale "A. Carpi"
Via Valtriani, 20 - 56025 Pontedera (Pisa)
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Laboratorio di scrittura creativa "Scrivere per passione, scrivere per professione"
Marina di Pietrasanta, 11/18 ottobre 2003
Sede: Hotel Le Bambole, Marina di Pietrasanta
Docente: Enrico Rulli
Durata: 25 ore di lezione in aula + colloqui individuali
Costo: 280,00 euro + Iva + eventuale alloggio (dai 22,00 ai 35,00 euro al giorno, a seconda della sistemazione)
In sintonia con tutti i laboratori organizzati da Inchiostro, il corso prevede una parte di natura teorica e uno spazio per esercitazioni di carattere pratico. Lo scopo è infatti di:
1) avvicinare i partecipanti alla conoscenza della scrittura creativa, attraverso le sue varie articolazioni;
2) fornire gli elementi di base per una competenza specifica in ambito editoriale, con i conseguenti sviluppi anche di natura professionale che tale preparazione può portare.
Nelle lezioni in aula si parlerà di revisione e riscrittura, con grande spazio per le esercitazioni pratiche. Il corso non intende infatti insegnare solo delle teorie, ma piuttosto dei modi di lavorare, delle procedure, delle tecniche, indirizzando i partecipanti all’utilizzo dei "trucchi" più sicuri ed eleganti dello scrivere, nonché alla conoscenza dei parametri fondamentali per la valutazione, la valorizzazione e la promozione di un testo letterario, sia proprio che altrui.
OBIETTIVI
Il corso è indirizzato a tutti coloro che hanno alcune esperienze letterarie oppure hanno frequentato un corso base di "scrittura creativa", e vogliono approfondirne gli argomenti.
L’obiettivo è quello di dare indicazioni pratiche su come affrontare progetti narrativi anche di ampio respiro, e di fornire strumenti validi per diverse forme di scrittura: narrativa, sceneggiatura, teatro, cinema, eccetera.
Al termine degli incontri il partecipante sarà in grado di padroneggiare con sicurezza la materia narrata e riuscirà ad esaminare in maniera critica qualunque prodotto sia narrativo che sceneggiato, riconoscendone i meccanismi.
SCHEMA DEL CORSO
Il corso è organizzato in nove parti, di cui l’ottava doppia per l’ampiezza dei temi trattati.
Ogni parte (esclusa l’ottava) è organizzata in modo da essere trattata in circa 150 minuti.
1 Lavorare a scene
Cosa sono le scene. Come si organizzano le scene. La scena d’esordio e l’importanza del conflitto. La seconda scena: cosa è possibile. La cornice di sfondo e la teoria della piscina.
2 Mantenere la rotta: lo schema formale
I vari tipi di schema del romanzo. Quattro esempi: la struttura cronologia lineare; i punti di vista alternati; la struttura a scene parallele; la sezione cronologica con punto di vista multiplo
3 I personaggi
Il personaggio al centro della narrazione. Il personaggio cambia durante la narrazione? Le motivazioni particolari. Il cattivo: personaggio da odiare, o da compatire. Il punto di vista del lettore. Il buono: personaggio sempre da amare? L’esempio dell’odioso Tweety.
4 Quando il dialogo non è tutto
Come si usa il dialogo. Troppo dialogo. Cambiare personaggi e situazioni mantenendo inalterato lo stesso dialogo: ma è veramente possibile?
5 Tecniche per lo sviluppo
La sindrome di Tolstoj. Quando una persona troppo intelligente e severa giudica se stessa. Allenarsi alle lunghe distanze. Cose da fare. Cose da non fare (mai). Tecniche utili per riprendere a scrivere dopo essersi bloccati.
6 Revisione e cambio del modulo narrativo
Le cinque narrazioni: dialogo, descrizione, azione, pensiero, esposizione. La tecnica redux. La tentazione di perfezionare in eterno.
7 Le configurazioni simboliche
Cosa sono. A cosa servono. Perché le si usa. Cosa accade quando un’opera non impiega simboli.
8 Sviluppare la trama
La regola del campanello e della scossa. L’importanza delle trame secondarie. Gli schemi di contrasto. La specularità: trame speculari, personaggi speculari.
9 Tecniche per il finale
Dove sistemare la risoluzione. L’epilogo. L’ultimo di tutto: ultimo paragrafo, ultima frase, ultima parola. Tecniche per affrontare il finale.
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Macchie difficili da raccontare
The Human Stain
Regia di Robert Benton. Sceneggiatura di Nicholas Meyer. Tratto da un racconto
di Philip Roth. Fotografia di Jean Yves Escoffier. Musica di Rachel Portman.
Interpreti: Anthony Hopkins – Nicole Kidman – Gary Sinise – Ed Harris. Anno di
produzione: 2002. Durata: 106'
Nel 1998 gli Stati Uniti d'America sono in piena paranoia-Lewinsky. Coleman
Silk, 68enne stimato professore di letteratura greca presso un college del
Massachussets, è costretto ad andare in pensione anticipatamente per aver
pronunciato un epiteto razzista nei confronti di due studenti di colore. La
moglie muore di dolore per la notizia, e Coleman deve fronteggiare l'ostracismo,
anche personale, dei suoi antichi amici ed estimatori. Due incontri aprono nuovi
squarci alla sua vita. Il primo è con Faunia, una donna 34enne bellissima e
ambigua e vive svolgendo lavori umili per sfuggire da un passato di violenze,
con cui Coleman intreccia una relazione che lo svilisce ancor di più agli occhi
dei suoi concittadini. Il secondo incontro avviene con Nathan Zuckerman, uno
scrittore in crisi che vive isolato dal mondo, cui Coleman chiede di trascrivere
le sue vicende umane e professionali: è lui che ci svela le vicende del
professore bistrattato, in una narrazione che fa da sfondo allo scorrere della
pellicola. Ed è a lui che Coleman infine decide di raccontare uno sconvolgente
segreto che gli ha macchiato indelebilmente l'esistenza, così da poter vivere
finalmente senza più infingimenti e sotterfugi. Ma la tragedia, impersonata
dall'ex marito di Faunia, un violento reduce dal Vietnam, è in agguato.
"The human stain" ("La macchia umana") è la fedele traduzione per il grande
schermo dell'omonimo romanzo di Philip Roth, con cui nel 2000 lo scrittore ha
concluso la cosiddetta trilogia americana, compredente i precedenti "Pastorale
americana" e "Ho sposato un comunista". Difficile adattare le raffinate
congetture di Roth, capace di costruire personaggi e vicende di grande
efficacia, che si intrecciano ad un'analisi sociale sottile ed arguta: il
regista Robert Benton, che si è avvalso della consumata penna di Nicholas Meyer,
sceglie così di non discostarsi granchè dall'impianto del romanzo, da cui trae
persino alcune parti di dialogo. In questo modo, riesce a non scontentare i
numerosi fans dello scrittore, e di sfruttare la sua capacità di studio degli
aspetti sociologici. Ma non sempre, purtroppo, ciò che è valido per la carta
stampata risulta efficace sullo schermo. La carne al fuoco è davvero tanta, a
volte troppa, e Benton spesso e volentieri perde la bussola dell'orientamento;
volendo inserire a forza, attraverso l'uso delle immagini, la lotta contro il
pregiudizio, l'individualismo tipicamente americano, l'incredibile ipocrisia di
cui si nutre la società statunitense, la dittatura del politically correct, ed
infarcire tutte queste analisi con le crisi della mezza età, il risveglio dei
sensi, la passione travolgente, Benton finisce per toccare in punta di piedi
ogni problematica senza approfondirne alcuna. Non si capisce davvero se la
"macchia umana" sia dunque l'impronta che ognuno di noi lascia nel mondo che lo
circonda attraverso le proprie azioni, come sembra suggerire il regista
attraverso i cambiamenti di Nathan e Faunia, o piuttosto una sorta di peccato
originale, che sporca quindi, in maniera indelebile, la vita di Coleman, così
come la vita di ognuno, per il solo fatto di essere inseriti in una società
conformista, come invece sembra scaturire dalle pagine del romanzo e, tutto
sommato, dalla pura vicenda narrata nella pellicola. Così, la tecnica del
flash-back, funzionale al racconto poichè Coleman racconta la propria vita
all'amico Nathan, fa perdere tensione alla storia del presente (che ha risvolti
di attualità di gran lunga più scottanti) senza imprimersi sotto pelle come
forse desiderava il regista (il "segreto" di Coleman risulta chiaro fin
dall'inizio, fin dalla prima inquadratura della famiglia d'origine). Così, la
lotta di Coleman per affermare i propri diritti passa in secondo piano, ed il
comportamento irriguardoso e violento della comunità in cui vive non traspare,
senza peraltro far notare quanto tale situazione sia parallela alle vicende
dell'intera nazione. Così, infine, tutto sembra ridursi alla tempestosa
relazione fra Coleman e Faunia; non che questa non sia centrale (ed è infatti
grazie ad essa che Coleman ritrova le energie per guardare al futuro), e ciò è
rimarcato con forza dalle interpretazioni davvero straordinarie di Anthony
Hopkins e, soprattutto, di Nicole Kidman (che si conferma essere l'attrice forse
più completa esistente al mondo), ma è talmente strombazzata, anche per colpa (o
merito) di insistiti primi piani sul corpo nudo della Kidman ed
all'accentuazione della sua ambiguità, da porre in secondo piano tutte le
vicende ad essa parallele.
E davvero, ridurre la pregnante lotta contro ogni possibile pregiudizio ad un
mero affare di sesso senile post-Viagra, è quantomeno uno spreco di risorse.
Sotto l'asfalto c'è la spiaggia
The Dreamers
Durata: 103'; Regia: Bernardo Bertolucci; Sceneggiatura: Gilbert Adair;
Interpreti: Michael Pitt, Louise Garrel, Eva Green
Parigi, primavera del 1968. Henri Langlois, direttore della Cinematheque
Francaise, viene rimosso dall'incarico dal ministro della Cultura Malraux. Fra i
giovani cinefili che affollavano le proiezioni organizzate da Langlois, e che
protestano con forza contro la decisione governativa, vi sono due gemelli figli
di un famoso poeta, la provocante Isabelle e l'enigmatico Theo, e l'americano
Matthew, giunto a Parigi per imparare il francese. Fra i tre nasce un sodalizio
che si trasforma ben presto in amicizia, finchè i due francesi invitano Matthew
a casa loro per un mese, approfittando della lontananza dei genitori. La
permanenza nella casa diventa il pretesto per una sorta di perdita
dell'innocenza, che avviene nel più totale distacco dalla realtà che li circonda
(che sta diventando via via più magmatica, fino a sfociare nei moti del maggio
'68); dopo giochi da cinefili, iniziazioni sessuali ed appassionate discussioni
sociali, politiche e culturali, Matthew si renderà conto di essersi innamorato
di Isabelle, che a sua volta dovrà confrontarsi con la necessità di staccarsi da
Theo. Ma la strada, ostinatamente esclusa dai tre, torna all'improvviso al
centro della loro esistenza, e per il terzetto sarà il momento delle scelte.
Sgombriamo subito il campo da ogni possibile equivoco: questo NON E' un film sul
'68. Nel senso oggettivo del termine: non c'è alcuna analisi politica su quanto
successe allora, nessun guardarsi indietro con nostalgia e rimpianto, nessun
riassunto delle lotte, delle vittorie e delle sconfitte di un'intera
generazione. In definitiva, nulla di didascalico, e ciò va a tutto vantaggio del
film e suona come un complimento a Bertolucci stesso, che era fra quei giovani
arrabbiati che cominciarono a incendiare il mondo. Per ciò stesso, questo è
forse l'unico vero e sentito omaggio che oggi, a distanza di 35 anni, un
cineasta può fare a quel periodo, unendo immagini e parole in maniera coerente e
senza scadere nell'agiografia e nella demagogia. Il percorso iniziatico compiuto
dai tre ragazzi (interpretati in maniera ammirevole, data la difficoltà che
comportava il ruolo, dall'americano Michael Pitt, già visto in Bully di
Larry Clark e guest star della serie tv Dawson's Creek, da Louis Garrel, figlio
del noto regista francese, e soprattutto dall'esordiente, enigmatica e splendida
Eva Green) è una sorta di rivoluzione interiore; e quindi, svolgendosi nello
splendore decadente di un appartamento parigino dove nulla accade se non una
quotidianità fatta di ammicamenti e di scoperta, essa si pone volutamente in
contrapposizione con i clamori delle strade, di cui i tre rimangono infatti
ignari fino al termine. Ma è in quelle stanze che si discute della necessità
della rivoluzione, contrapponendo Mao e il Vietnam, la pace e la violenza; è lì
che si pongono le domande "cosmiche"; è lì, in definitiva, che si perde davvero
la verginità, in senso letterale (accadrà per Isabelle, in una delle
scene-chiave del film) ed in senso lato. E solo dopo essersi confrontati con se
stessi, ed aver assaporato anche la disperazione, i tre possono tornare sulla
strada, e decidere davvero delle proprie vite. Bertolucci, prendendo come
pretesto il libro autobiografico di Gilbert Adair (che firma anche la splendida
sceneggiatura, fatta di attenti pesi e contrappesi e di frasi che sanno
distanziarsi dall'incombente pericolo del luogo comune), filma il cambiamento
dei tre ragazzi e del mondo che li circonda, inserendo la vicenda in un contesto
fatto di citazioni cinefile (sono innumerevoli le scene tratte da film d'epoca,
da Godard a Fuller, da Fred Astaire a Buster Keaton a Greta Garbo) che aumentano
la poesia e la commozione senza appesantire il plot. La sua capacità maggiore,
in questo caso, è quella di evitare atteggiamenti spocchiosi da
ex-sessantottino, lasciando comunque trasparire l'orgogliosa consapevolezza di
poter narrare vicende che lo hanno visto protagonista: il risultato è una
pellicola che se da un lato è nel solco delle sue ultime produzioni, la cui vena
intimista sembra quasi sottolineare il distacco del regista nei confronti della
crisi degli ideali degli anni '90, dall'altro rappresenta una sterzata verso il
tentativo di raccontare, in maniera obliqua, senza clamori ma anche senza
infingimenti, un momento irripetibile. Fatta degli stessi sogni che, per
rimanere nel campo della'opera di Bertolucci, erano alla base di Novecento,
di cui infatti inizialmente questo film avrebbe dovuto essere il proseguimento.
Uno dei più poetici slogan del '68 francese ricordava che dovunque, sotto
l'asfalto e il catrame, c'è sabbia e spiaggia. Basta avere voglia di scavare.
Matthew non avrà questa capacità, che passa anche attraverso la violenza. Theo e
Isabelle, invece, sì. Non ci interessa sapere che fine potrebbero avere fatto,
ora; ci basta che qualcuno ci abbia ricordato che c'è stato un periodo in cui,
bene o male, era permesso sognare.
La classe non è acqua
Le divorce
Anno di produzione: 2002. Durata: 117'; Regia: James Ivory; Sceneggiatura: Ruth
Prawer Jhabvala e James Ivory; Fotografia: Pierre Lhomme; Montaggio: John David
Allen; Musica: Richard Robbins; Interpreti: Kate Hudson, Glenn Close, Naomi
Watts, Matthew Modine, Jean Marie Lhomme
Roxeanne Walker, poetessa americana di Santa Barbara, vive a Parigi con il
marito pittore
Claude-Henri de Perseand, rampollo di una nobile famiglia della capitale
francese. Poco
dopo aver scoperto di essere incinta di un secondo figlio, e nello stesso giorno
in cui la
sorella Isabel arriva a Parigi per trascorrere qualche settimana con lei,
Roxeanne viene
abbandonata dal marito, che ha allacciato da tempo una relazione con una
provocante
ragazza russa. Sconvolta, Roxeanne decide inizialmente di negare il divorzio a
Claude-Henri, appoggiata da Isabel che però intreccia una relazione con lo zio
del
cognato, affascinante e maturo diplomatico, sposato a sua volta ma da sempre
rubacuori. La
situazione precipita quando si scopre lo spropositato valore che possiede un
quadro
portato a Parigi da Roxeanne, che la famiglia di Claude-Henri rivendica come
appartenente
ai beni matrimoniali, e necessita l'arrivo in massa a Parigi della famiglia
d'origine di
Roxeanne e Isabel. Tutto si concluderà per il meglio, ma perchè ciò avvenga sarà
necessaria l'astuzia di un mercante d'asta di Christie's, capace di vendere il
quadro
all'incanto per 4 milioni di euro, e un delitto passionale compiuto dal marito
della russa
con cui Claude-Henri ha tradito la moglie.
Ivory sbarca a Venezia fuori concorso con un tuffo nella commedia sofisticata
che solleva
lo spirito, dopo giorni di film basati sul dolore e sulla sofferenza. Supportato
da un
cast di ottimo livello, fra cui spiccano una Glenn Close affascinante nella sua
orgogliosa
mezza-età, ed una Naomi Watts sempre più convincente, Ivory confeziona un film
che ha il
suo punto di forza in una leggerezza che sorprende se si tengono presenti sia
gli ultimi
suoi lavori, deludentemente virati verso un drammatico che non gli si addice,
sia i film
del successo commerciale, troppo ancorati ad un passato fatto di trini e
merletti. Le
tematiche della pellicola sono, peraltro, tipicamente ivoriane: un dramma
familiare
minimalista all'origine che si allarga fino a diventare l'elemento-base del
conflitto
drammatico, la lotta in punta di fioretto fra culture differenti, ed infine
l'autoaffermazione individuale in un mondo controllato dal conformismo. Il suo
mondo è
sempre racchiuso nei bisbigli da ancien regime, nell'attenzione posta alla buona
educazione a tavola piuttosto che ai sentimenti, nelle affermazioni caustiche e
laconiche
che troncano ogni possibile dialogo. Ciò che cambia è lo sguardo divertito e
partecipe con
cui Ivory osserva l'affannarsi dei suoi personaggi nella costruzione del proprio
futuro,
ben espresso dal mercante inglese che, quasi come un alter ego del regista,
racchiude in
quattro battute il contrasto tra la chiusura dei francesi e la chiassosità degli
americani, demolendo i primi senza peraltro abbassarsi al livello dei secondi.
Punto di
forza della pellicola, la sceneggiatura abbonda di dialoghi scoppiettanti,
contrappuntati
da una musica sofisticata in cui spiccano, oltre allo stra-abusato ritornello
del recente
singolo di Carla Bruni, un paio di composizioni poco note del campione della
eleganza
maudit, Serge Gainsbourg Lontano anni luce da un'autorialità che non gli si
addice, Ivory
si limita a raccontare un mondo di lustrini come se fosse acqua fresca che
scivola via non
appena tocca la pelle, buona soprattutto per trascorrere una bella serata in
compagnia di
amici; può naturalmente irritare la profusione di mise sempre tremendamente
charmant e di
borse e foulard di Hermes, di pied-a-terre sofisticati e dimore principesche, e
soprattutto il disancoraggio dalla realtà che i suoi personaggi sembrano
possedere, ma la
mano di Ivory è decisamente di classe e, una volta delineati ed accettati i
contorni del
suo cinema, non si può far altro che apprezzarla.
Sigarette e lucertole
Il film:
Last life in the universe – Thailandia 2003 - di Pen-ek Ratanaruang, con Asano Tadanobu, Sinitta Boonyasak, Matsushige Yutaka - Sceneggiatura: Pradba Yoon – Pen-ek Ratanaruang. Fotografia: Cristopher Doyle. Montaggio: Pattamanadda Yukol.Ossessionato da manie suicide, non riesce mai a compiere l'estremo gesto: in
un caso lo salva il fratello, che giunge inaspettato a trovarlo e si installa a
casa sua, salvo poi essere ucciso da un sicario della yakuza, a sua volta
freddato da Kenji stesso; in un secondo caso lo salva lo sguardo di Nid, una
ragazzina da lui già intravista in biblioteca mentre leggeva una favola che
narrava di una lucertola, che lo blocca mentre si sta gettando da un ponte.
Subito dopo Nid viene investita da un'auto, e Kenji accompagna all'ospedale la
sorella Noe, che si sente colpevole a causa di un litigio avuto con Nid poco
prima. Comincia così una strana relazione tra Kenji e Noe, due persone
all'apparenza agli antipodi, ma che hanno in comune il fatto di essere entrambi,
in qualche misura, degli emarginati. E quando Noe annuncia la sua partenza per
Osaka, Kenji trova una nuova speranza: accompagnatala all'aeroporto, torna a
casa propria (dove non era più stato dal momento della sparatoria, e dove
giacciono i corpi del fratello e del sicario in decomposizione) per prendere il
passaporto e raggiungerla. Ma tre sicari della Yakuza sono in agguato, oltre al
fidanzato geloso di Noe. Mentre Noe aspetta Kenji all'aeroporto, lui si salverà
grazie a banali necessità fisiologiche, ma per uscire dal suo appartamento dovrà
saltare dalla finestra, mentre sentiamo avvicinarsi le sirene della polizia (o
di un ambulanza?). L'ultima immagine ce lo mostra, ammanettato, mentre fuma le
sigarette che gli ha lasciato Noe, e sogna un futuro insieme a lei.
Entra nel vivo la sezione Controcorrente, sorta di concorso-bis a volte
bistrattato, ma che spesso in realtà offre le visioni più sorprendenti ed
interessanti, con un film rarefatto e sospeso, che unisce in maniera convincente
momenti di pura poesia ad altri di violenza incontrollata, aprendosi anche a
squarci di inusitato umorismo. Le vite parallele di Kenji e Noe, inizialmente
senza possibilità di unione alcuna, convergono infine nella necessità di fuga:
entrambi hanno un passato cui non appartengono, entrambi devono ricominciare da
capo e sanno di poterlo fare solo altrove. L'emarginazione porta Kenji ai
tentativi di suicidio, Noe a non curarsi dell'ordine della propria abitazione,
ma ha una sorgente comune. E l'unica via possibile è scappare. Ma nessuno dei
due riesce davvero a staccarsi, se non in sogno, da quel luogo che non sente
come proprio: l'unica cosa che possiedono davvero è la scoperta, unica ed
irripetibile, l'uno dell'altro. Kenji saprà, finalmente, sorridere, mentre Noe
potrà smettere di gettare la cenere nei piatti in cui sta mangiando. Ratanarunag,
regista thailandese già famoso per un lungometraggio selezionato per Cannes nel
2002 ("Mon-Rak Transitor"), sceglie i colori lividi dell'autunno per fotografare
l'esplosione degli animi di Kenji e Noe, e con una precisione certosina, senza
lo spreco di una sola inquadratura o di un solo gesto, mostra la nascita e
l'evoluzione di un rapporto umano senza scadere in facili stereotipi o in
piagnistei moralistici. Centrali sono oggetti e animali (le sigarette di Noe, la
lucertola del libro che si materializza sul soffitto della casa di Kenji,
l'automobile, il cane spelacchiato di Noe, la collana-posacenere, i piatti
accatastati), i piccoli gesti che diventano simbolo del cambiamento (Kenji
decide, in un gesto liberatorio, di gettare a terra i propri libri, creando
anche nella propria casa il disordine che regnava in quella di Noe), la
disperazione che si trasforma in nuova energia. Non sappiamo se Kenji è
"davvero" in una stazione di polizia mentre sogna un futuro con Noe; non
sappiamo se Noe si stancherà di aspettare Kenji all'aeroporto, e raggiungerà
infine Osaka. Ciò di cui siamo certi, è che la vita ha dato loro una nuova
possibilità, e che i due protagonisti hanno tentato, in qualche modo, di
afferrarla. Interpretato con grazia sopraffina da Asano Tadanobu, un attore che
in Giappone è una sorta di idolo pop, e da Sinitta Boonyasak, il film è un
poetico e toccante invito alla speranza, che sa sfuggire alle trappole insidiose
di un manierismo patinato, perennemente in agguato in simili narrazioni,
insinuandosi invece sotto pelle con commozione e sorpresa.
Alla ricerca del luogo dell'anima
Floating Landscape
Anno: 2003. Durata: 100 Regia: Carol Lai Miu Suet. Sceneggiatura: Carol Lai Miu
Suet – Lai Mo. Fotografia: Arthur Wong. Scenografia: Ben Uuk. Musica: Shigeru
Umebayashi. Interpreti: Karena Lam – Ekin Cheng – Liu Ye.
La giovane Maan è tormentata dalla morte del suo fidanzato Sam, un giovane
pittore defunto in seguito al riacutizzarsi di una grave malattia ereditaria.
Tenendo in una borsa le sue ceneri, viaggia da Hong Kong fino a Qingdao, in
Cina, dove Sam aveva trascorso gli anni della fanciullezza, in cerca di un
paesaggio dipinto dal ragazzo poco prima di morire. Lì fa amicizia con Lie, un
giovane maldestro che lavora come postino ma ha l'hobby del disegno per ragazzi,
che aiuta Maan a trovare il luogo evocato nella memoria da Sam. La ricerca è
lunga e difficoltosa, anche perchè si è in inverno, una stagione diversa da
quella raffigurata nel dipinto, e c'è tutto il tempo perchè Lie e Maan si
innamorino; ma se il postino risponde al sentimento con gioia, cercando di
mettersi in mostra e di moltiplicare i suoi sforzi per la ragazza, questa
rifiuta il nuovo amore, preferendo rimanere fedele a Sam. A primavera, quel
paesaggio a lungo cercato finalmente si svela, e proprio nel giorno del ritorno
a Hong Kong Maan potrà coronare il sogno di seppellire le ceneri di Sam alle
radici dei ciliegi. Ma qui troverà Lie, che è in procinto di partire per Pechino
per presentare i suoi disegni a un editore. Uno sguardo ed un sorriso basterà
per comprendere che una nuova vita può iniziare.
Dopo le claustrofobiche immobilità di "Goodbye Dragon Inn" di Tsai-ming-lian, la
Cina ci offre l'altro volto del suo splendore culturale: quello della poesia. La
regista Carol Lai Miu Suet, di origini hongkonghesi, filma questa vicenda di
metabolizzazione del dolore con una grazia e un candore che tocca vertici di
assoluto lirismo; centrale, per esplicitare la direzione che la regista desidera
far prendere alla pellicola, è l'elemento della pittura: tesa, drammatica, a
forti tinte quella di Sam, quasi un presagio delle sue sventure e, nel momento
in cui conosce il suo destino, una testimonianza della propria fine; sottile,
delicata e morbida, con venature di umoristico intimismo quella di Lie, in linea
con il suo personaggio goffo e gentile. In mezzo, il bel volto di Karena Lam,
che dona alla giovane Maan un'espressività di grande spessore, in grado di
reggere senza cedimenti i momenti di speranza così come quelli di disperazione,
quelli di gioia così come quelli di tristezza, e di "bucare" lo schermo con la
forza di uno sguardo (essenziale, in questo senso, la scena in cui Lie e Maan si
"accorgono" del proprio sentimento, mentre il giovane sta aggiustando una
lampadina dell'androne ed occasionalmente guarda in basso verso Maan, che gli ha
messo in ordine le scarpe e lo osserva con uno sguardo determinato e allo stesso
tempo smarrito). Il minimalismo con cui la regista si avvicina alla materia,
poi, non può far altro che esaltarne la purezza, senza scadere in manierismi
convenzionali; gli elementi naturali hanno in questo la loro importanza: possono
essere fiocchi di neve che cadono all'improvviso, o i fiori dei ciliegi che
fioriscono fino a svelare il paesaggio nascosto, o il gelo che rattrappisce pian
piano il vecchio vicino di casa della parrucchiera che ospita Maan, ma in tutti
i casi si ha la netta sensazione di essere inseriti in un luogo che ha i crismi
dell'armonia cosmica. E sarà forse per questo che, anche se le udiamo spesso in
lontananza, non vediamo mai automobili ma solo biciclette (a parte la scena
finale che, guarda caso, inizia come una rottura disarmonica rispetto al
passato, con i preparativi per il ritorno a casa), quasi che anche il progresso
sia sottolineato come elemento disgregante di un Tutto dove si compendia la
purezza e la nobiltà dei sentimenti. D'altronde, così come Maan ricopia su un
quaderno le parole che Sam ha lasciato in un diario scritto nell'arco degli
ultimi tre anni di vita, per preservarne la memoria e "farlo morire a poco a
poco", la moglie dell'anziano vicino ricopia a mano, su un enorme papiro un
poema buddhista, che la aiuta a superare la sofferenza. Il mondo sospeso di
Qingdao è quasi un sogno all'interno di un Oriente che si va sempre più
adeguando ai ritmi occidentali: è in un luogo simile che ognuno, proprio come
Maan, può trovare il "proprio" paesaggio dell'anima, un elemento dove trovare la
pace del cuore. Il merito della regista, che nel nostro personalissimo, e per
forza di cose prematuro, palmarès si candida con forza alla vittoria del Leone
d'Oro, è quello di averlo sottolineato con la stessa grazia e lo stesso lirismo
che infonde alle cose e alle persone che utilizza nel suo film.
L’elusione della verità
Il regista Benvenuti indaga, la verità scompare e riappare come in un gioco di prestigio
Segreti di stato
Italia 2003. Durata: 85' Regia di Paolo Benvenuti. Soggetto e sceneggiatura:
Paola Baroni, Paolo Benvenuti, Mario J. Cereghino. Fotografia: Giovanni Battista
Marras
Un avvocato nutre dubbi comprensibili sui risultati dell’inchiesta ufficiale sulla strage di Portella della Ginestra e decide di indagare in proprio, fino a giungere a conclusioni recisamente opposte a quelle emerse dal processo de 1951.
Di Salvatore Giuliano s’intravede soltanto l‘ombra, in questo film, evitando magistralmente inutili confronti con il film di Francesco Rosi sul brigante siciliano.
Il film procede per sovrapposizioni, con un altalenare interessante tra immagini di repertorio tratte dai cinegiornali dell’epoca e la finzione cinematografica, e tra la verità, impossibile da reperire, e le reticenze, le bugie, le mezze ammissioni che non portano a soluzione alcuna.
E l’avvocato è in realtà l’alter-ego del regista, che cerca di scavare nelle pieghe di una storia che di chiaro non ha quasi nulla, come le ricostruzioni disegnate ricordano uno storyboard ed il plastico della zona fa pensare, indubbiamente, alla costruzione di un set.
L’attendibilità della verità proposta da Benvenuti non ci riguarda: ci riguarda il suo cinema, e il linguaggio da lui utilizzato per la realizzazione di questo film in particolare, nel quale la sovrapposizione tra cinema e realtà è continua, e sembra quasi suggerire l’impossibilità di cogliere il senso di questo come di tanti altri avvenimenti della nostra storia recente.
Un film sfuggente ed allo stesso tempo suggestivo, che apre il proprio sguardo sul mistero e lo richiude sul mistero, come in un racconto fantastico: perché la verità non si può conoscere, e gli elementi naturali (il vento che spazza via le carte del professore comunista) intervengono, come per magia, ad ingarbugliare ulteriormente la realtà. Perché la politica, sembra suggerire il regista, è magia, ma non una magia qualsiasi, bensì la magia nera.
La pornografa della Storia
Non un film pornografico, né un film sulla pornografia: soltanto grande cinema
Pornografia
Polonia 2003, durata: 117' Sceneggiatura, Jan Jakub Kolski, Gérard Bach, Luc
Bondy; Fotografia: Krzysztof Ptak; Musica: Zygmunt Konieczny, Interpreti:
Krzysztof Majchrzak, Adam Ferency, Krzysztof Globisz
1943. Durante la campagna polacca un padre si rende responsabile della perdita della figlia. C’è la resistenza partigiana, e ci sono i campi di concentramento. Ci sono i nazisti. C’è la guerra. Ma tutto questo non ha importanza. Apparentemente, infatti, questa cornice storica rimane sullo sfondo. In primo piano, invece, le vicissitudini di una famiglia che vive in una tenuta che sembra un inno alle attività bucoliche. I tedeschi compaiono solo per rifornirsi di generi alimentari se li si accontenta, non fanno storie. Quasi come in certi vecchi film sul sud degli Stati Uniti durante la guerra di secessione. Un’atmosfera irreale, nella quale s’innestano le crudeltà perverse di Witold e del suo amico Frederik ai danni di Karol e di Enrica. Una storia di vicende personali, quindi, nelle quali la Storia sembra non entrarci per niente. Frederik sarebbe persino simpatico, se non fosse che piace a tutti e se non fosse superdotato. Superdotato? E’ qui che sta la pornografia del titolo? Ebbene no: la dote particolare di Frederik è quella di possedere un udito sviluppatissimo, tale da fargli sentire anche i rumori più infinitesimali. La storia procede su questi binari. E ci si chiede che cosa c’entri la pornografia, e a che cosa serva il controluce storico.
La rivelazione arriva nell’ultima mezz’ora di film. Ed è devastante. Non rovinerò la sorpresa ai possibili spettatori. Basti sapere che tutto cambia: la realtà viene rivoltata come un calzino, Frederik viene mostrato finalmente nella sua vera natura, la Storia fa irruzione e diventa protagonista.
Un grande film, come non se ne vedevano da tempo. Il grande cinema europeo torna a fare irruzione alla Mostra di Venezia. E nessuno uscirà illeso dalla proiezione di questa pellicola straordinaria e spiazzante. Da vede. Assolutamente. Almeno per poterne discutere. Perché l’indifferenza è l’unica sensazione che l’opera di Kolski non potrà suscitarvi. Prenotatevi per la visione. Fidatevi: ne vale la pena.
Lo sguardo dell’altro
di Luigi Pennino
Un film leggero per una grande lezione di vita
Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran
Tempo: tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta. Luogo: quartiere ebreo di
Parigi. Moïse, sedici anni, è figlio del proprio tempo: non è interessato alla
religione, non ama leggere e si intrattiene con le prostitute mentre cerca di
sedurre una sua coetanea. Ma deve badare al padre, dovendone subire dapprima il
disprezzo, poi l’abbandono. Suo unico vero amico Ibrahim, droghiere mussulmano
filosofo. Ed è grazie a questo singolare personaggio che . Moïse,
accompagnandolo in un viaggio, riacquisterà la proporzione delle cose.
Un Omar Sharif in stato di grazia ci trasporta attraverso un viaggio iniziatico,
nel quale non mancano insegnamenti tutt’altro che ermetici. Un cinema ottimista,
che vuole trasmettere un senso e che non lesina un’interpretazione. Si può forse
fare a Dupeyron un’accusa di didascalismo? O, in questi giorni terribili, un po’
di ottimismo non guasta? Il mondo è più vasto di quanto ci piacerebbe credere, e
la diversità non è necessariamente ostile: perché dalla diversità non dovremmo
sentirci aggrediti, ma attratti. Questa è la base per qualsiasi percorso di
conoscenza e di crescita. Dovremmo forse tirare le nostre stilettate ad un film
che ha il solo peccato di essere esplicito? No, ben venga questo cinema che con
umiltà viene a proporci altri sentieri possibili al di là di quelli nei quali ci
lasciamo traghettare nell’assuefazione di una quotidianità malata e rinchiusa in
se stessa. Bastano i telegiornali a farci star male: che almeno il cinema torni
a farci sognare.
Il miracolo che non accade
Il miracolo
Durata: 93'; Regia: Edoardo Winspeare; Soggetto: Giorgia Cecere; Sceneggiatura:
Giorgia Cecere, Pierpaolo Pirone; Fotografia: Paolo Carnera: Interpreti: Claudio
D'Agostino, Carlo Bruni, Anna Ferruzzo, Stefania Casciaro, Angelo Gamarro,
Rosario Sambito
Tonio, un bambino pugliese che vive in un ambiente degradato dalle ciminiere delle industrie, viene investito da una ragazza che, invece di soccorrerlo, fugge dalle proprie responsabilità (come poi farà lungo tutto il corso del film). Il bambino finisce in coma. Nel coma vede una luce. Quando si risveglia, guarisce un anziano il cui cuore si era fermato. Il miracolo diventerà di pubblico dominio. Tonio cercherà di compiere una serie di miracoli, ma i miracoli nei quali spera la gente non vanno mai a buon fine: il padre di Tonio non riesce a liberarsi dai debiti; la madre non riesce ad ottenere l’attenzione che desidera attraverso l’esibizione del figlio in televisione; un compagno di classe non riuscirà a far guarire il nonno dal cancro tramite il miracoloso "tocco" di Tonio; Cinzia, l’investitrice, non riuscirà né a ricostruire il proprio nucleo familiare, speranza sulla quale ha proiettato il senso della propria esistenza, né a togliersi la vita come desidererebbe fare dopo aver fallito il proprio tentativo.
L’illusione del miracolo coinvolge tutta una comunità, perché il bisogno di un miracolo condiziona la loro esistenza più di quanto mai possa fare la volontà. Ma le vite dei personaggi non cambiano, non riescono a cambiare, né può un miracolo cambiarle. Né può Tonio, che assiste impotente allo svolgersi degli eventi.
Sembra desolante questo film di Winspeare, ma è condotto con tocco leggero, e se ci mostra il dramma lo fa senza mai scadere nel patetismo, mostrandoci una realtà senza speranza ma densa di speranze. Non un film di denuncia, ma un film che sa denunciare senza diventare didascalico o ricattatorio.
Un film ben recitato, ben diretto, ben fotografato; con qualche caduta di
tono nella recitazione, ma elegantemente confezionato.
L’antenna del dolore
Un film confuso e imprevedibile intriso di cultura giapponese
Antenna
Giappone 2003; Regia: Kazuyoshi Kumakiri; Interpreti: Kase Ryo, Kobayashi Akemi,
Kizaki Daisuke, Koichi Mantarò (la madre) Sceneggiatura di Ujita Takashi e
Kumakiri Kazuyoshi, tratta da un romanzo di Taguchi Randy
Yoshiro è uno studente di filosofia, tormentato da complesse vicende familiari: la sorellina è scomparsa, lo zio si è suicidato impiccandosi in casa, il fratello è estremamente coperseguitato dal fantasma della sorella e vorrebbe prenderne il posto, il padre è morto, la madre non si rassegna e organizza preghiere di gruppo per far ritornare la bambina scomparsa. In questa atmosfera sul limite del delirio Yoshiro reagisce masochisticamente, infliggendosi punizioni crudeli e violente.
Il masochismo è il tema centrale di questo film, perché tutti i personaggi cercano, più o meno scientemente, di farsi del male. E le antenne , non sempre invisibili, dovrebbero portare le anime a ritrovarsi per la felicità o la maledizione di chi è ancora vivo, muovendosi tra l’aldilà e l’aldiqua.
Un film quasi metafisico, che rischia di scontentare sia i fans dell’horror che quelli di un cinema più medidativo, con grandi momenti di tensione e divagazioni esacerbanti. Non si capisce se quella del regista sia una scelta coraggiosa o semplicemente confusa. Comunque un film godibile che può far meditare sulle vie possibili del cinema.
Chissà se anche questo demi-horror giapponese verrà saccheggiato da Hollywood, come accede sempre più di frequente? La cosa non mi stupirebbe affatto. Peccato, perché i prodotti hollywoodiani ultimamente sono così patinati da perdere tutto il fascino ambiguo che solo produzioni minori come questa riescono a possedere.
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TRATTATO SEMISERIO SULLE ZITELLE ED I TRAUMI ADOLESCENZIALI
Nella mia famiglia è un rito, una tappa irrinunciabile.
Puoi tentare in mille modi di scappare, cercare mille strategie per porre rimedio, ma non c’è possibilità di salvezza. Ti tocca passarci e far buon viso a cattivo gioco.
Quante povere fanciulle pre-adolescenti sono cadute nella trappola? Si vocifera almeno una decina, tra le persone che conosco; ma verificabili non più di quattro, le mie sorelle; ed è certo che ce ne sia caduta almeno una… la sottoscritta.
Tutto comincia in una assolata giornata primaverile, finestre spalancate, il profumo dei gerani in fiore che inonda la casa, la luce del sole che illumina le stanze, una sottile polvere che vola nell’aria e che si nota solo quando viene colpita dai raggi del sole, un grande specchio nella camera dei miei genitori, ed io che attraverso la stanza. Mi volto verso lo specchio, come altre mille volte, ed improvvisamente eccolo là: enorme, rosso, sul punto di esplodere! Il terrore accende il mio sguardo, lo stupore lo spegne subito dopo… "CHE E’ QUELLO????!!!!".
Come un folletto delle fiabe mamma spunta alle mie spalle, mi guarda attraverso lo specchio, sorride sorniona. La guardo negli occhi… Lei sa cosa accade!.. glielo leggo in faccia.
Con molta serenità d’animo, e con un sorriso che pare più una presa per il culo, mi dice "è un brufolo, significa che stai diventando grande..". A me sembra che quello, più che un brufolo, sia una sorella siamese che cerca di staccarsi da me tanto è enorme.
Già mi vedo ricoperta di bitorzoli schifosi su tutta la faccia…. Che ne sarà di me? Come faccio ad uscire di casa con ‘sta cosa che ha deciso di far campeggio sul mio mento? E, non ultimo tra i miei problemi: chi mi si piglia ridotta così?
Affranta, ed un po’ disgustata, continuo a guardarmi disperatamente nello specchio, nella vana speranza che il Coso svanisca, mentre a poco a poco la stanza si riempie di altre donne, di altre facce che mi scrutano dallo specchio, facce che conosco e che mi guardano con dolcezza e inaspettata soddisfazione interiore, come se con gli occhi mi dicessero: "Vedi… è toccato a me? Mo’ tocca a te!"…. Che dolci le mie sorelle!
Mamma mi abbraccia e mi dice: "Non ti preoccupare, poi quando ti sposi spariscono. Appena trovi marito spariscono", e mi bacia in fronte dopo aver dispensato questa perla di saggezza antica che la mia famiglia si tramanda di generazione in generazione. Solo diversi anni più tardi fui in grado di capire che per mia madre un marito era il "toccasana" per una miriade imprecisata di malattie: dal braccio rotto all’alluce valgo, dai calcoli al fegato alla psoriasi. Ma ormai era tardi, ero caduta nella trappola!!
A tredici anni cominciò quindi la mia estenuante ricerca del mio "Uomo Topexan".
Non crediate che l’impresa sia così facile: non è trovando "un uomo" che passano i brufoli, eh no, troppo semplice. Il messaggio è ben chiaro, preciso, inattaccabile: bisogna trovare marito.
Mi addentro così nella marea umana, annusando l’aria come i cani, alla disperata ricerca del feromone maschile biocompatibile.
La prima certezza che acquisisco in questa dissennata ricerca è che gli adolescenti degli anni ottanta si dividono principalmente in due categorie: quelli che annegano il feromone in ettolitri di profumo (ancora oggi percepire il Drakkar Noir mentre cammino per strada scatena in me l’istinto della caccia), e quelli che invece lo soffocano con esalazioni nocive perché non hanno ancora compreso bene a che serve il sapone.
Ahimè, a quel tempo non rispecchiavo certamente il tipico canone femminile di moda. Non perché non fossi carina e simpatica. Solo che non interessava a nessuno se una persona era carina e simpatica, non era indispensabile. Ciò che contava era come ti vestivi.
Bisognava scegliere a quale categoria di moda si volesse appartenere.
C’erano i Paninari che vestivano rigorosamente griffato, i Metallari che indossavano borchie ed anelli di metallo in ogni punto possibile dei loro vestiti, i Dark che vestivano e si truccavano esclusivamente di colore nero…. e poi c’ero io.
Ancora oggi mi stupisco di come, pur essendo fuori da ogni contesto sociale schematizzato, io riuscissi, saltuariamente, ad avere anche dei morsetti.
Il mio problema però tardava a trovare soluzione. Certo, era abbastanza inverosimile trovare marito a quindici anni, ma io non demordevo. Il mio obiettivo primario era sposarmi entro i 18 anni.
Ma i 18 anni arrivarono in un baleno… come pure i 25, in pieni anni novanta. Gli adolescenti erano ormai giovani uomini, non erano più di moda gli abiti belli, era diventato imperativo essere bellissimi fisicamente, la carriera era l’unica ambizione prevista………. ed io ero ancora nubile.
Un poco delusa dall’insuccesso di oltre 10 anni di ricerca, decisi che era ora di adeguarsi ai tempi. Mi tuffai totalmente nel lavoro e mi dedicai alla costruzione della mia carriera. Dimenticai così profondamente la mia ossessione per il marito ideale che smisi di preoccuparmi dei brufoli che spuntavano sulla mia faccia; certo, non è che loro, sentendosi trascurati, avessero deciso di trasferirsi altrove: macché, imperterriti continuavano a restare in questo strano condominio a equo canone.
Credendo ciecamente che il lavoro mi avrebbe resa libera e felice, impiegai parecchio tempo a recepire i messaggi che il mio corpo, nonostante la mia disattenzione, mi inviava continuamente. Ingrassai di 20 chili (no, non era una gravidanza isterica), e mi crogiolai per parecchi anni in una serie interminabile di attacchi di panico. Che cosa mi accadeva? Perché ero triste ed infelice? Potevo permettermi di comperare tutto ciò che volevo, mi sentivo una donna ricca: allora che cos’era che non andava? Perché mi sentivo male?
Mi ritrovai stranamente a fantasticare di camminare di nuovo lungo le stanze in casa dei miei genitori. Le finestre spalancate, il profumo dei gerani in fiore che inondava la casa, la luce del sole che illuminava le stanze, la polvere sottile e luminosa, un grande specchio ed io di fronte allo specchio.
Guardarmi fissa negli occhi, comprendere appieno la donna che mi guardava dritta dritta dallo specchio.
Comprendermi finalmente e sentire la mia voce che diceva "Non ti preoccupare, quando ti sposi passa tutto." ECCO COS’ERA!!!!! Avevo dimenticato il mio obiettivo, ciò per cui ero stata inconsciamente programmata a tredici anni. Cielo! UN MARITO!!!
Al diavolo la carriera! Io avevo bisogno di un marito per non soffrire più!
Ricomincia la mia caccia. Avevo passato la trentina, diventava tutto più difficile, quasi tutti gli uomini erano già "il marito di qualcun’altra" o "l’ex marito di qualcun’altra che non ci pensava proprio a ricadere in trappola".
Sfoderai le mie armi migliori: l’allegria, l’intelligenza, la comprensione, la sfacciataggine e due tette enormi. Non volevo tralasciare nessun uomo dalla selezione: amici, colleghi, il ragazzo del bar dove faccio colazione, navigatori di internet, clienti della ditta in cui lavoro… nessuno escluso: sulla terra deve per forza esistere MIO MARITO!
Vivisezionai ogni uomo che cadeva nella mia trasparentissima rete. Di ognuno riuscivo subito a comprendere limiti e debolezze su cui fare pressioni. Sapevo cosa dire perché mi trovassero una donna interessante e straordinaria. Avevo quasi un repertorio fisso da rappresentare: l’abito giusto, la parola giusta, il profumo giusto, lo sguardo giusto, la paranoia giusta da farsi consolare -una donna perfetta, una moglie perfetta.
Cominciai ad avere più ammiratori di quanti fossi in grado di gestire. Ognuno di loro pronunciava parole di ammirazione, qualche volta parole d’amore. Ero stupita e sopraffatta. Ero improvvisamente la donna ideale di tutti. Con ognuno di loro riuscivo ad essere la donna che loro desideravano. Non importava che tipo di donna cercassero, io riuscivo ad interpretarla. Ebbene sì, nella mia rinata ossessione per un marito ero arrivata a fingere di essere una persona diversa da quello che ero;. Anzi, più persone diverse da quella che ero. Ancora una volta avevo dimenticato me stessa. Ancora una volta mi ero persa per strada. Ancora una volta mi ritrovai di fronte a quello specchio a chiedermi che cosa veramente volessi per me, e quanto avrei accettato di perdere di me per averlo. La risposta giunse talmente improvvisa e forte che mi stupii: volevo essere me, volevo vivere per me e con me. Se mai un uomo avesse desiderato dividere con me il cammino della mia vita avrebbe dovuto prendermi per quello che ero: io.
A che punto sono della mia vita? Beh… diciamo che ho ormai 36 anni, che sono una zitella… e che ho ancora l’acne giovanile.
Rita Marinelli, dopo aver smesso di sprecare il suo tempo nella ricerca di una marito, ha deciso di impegnare le sue energie nella realizzazione di qualcosa di più importante. Non avendo ancora individuato quel qualcosa continua a lavorare come impiegata in una piccola azienda del veneziano… salviamola!
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