Magnolia news
Settimanale di letteratura, cinema e cultura varia
Anno 1 – Numero Zero
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PERCHE’
"Magnolia news"
La nostra associazione ha avuto, fino ad ora, lo scopo di formare futuri autori, sia nell’ambito della scrittura che in quello della sceneggiatura, della regia, della fiaba, del fumetto.
In questi quattro anni di attività si è raccolto intorno a noi un gruppo di persone con i più svariati interessi nell’ambito culturale. Abbiamo quindi pensato di varare una newsletter settimanale che non si occupi soltanto di dare indicazioni sulle nostre attività, ma soprattutto di fornire strumenti critici e di confronto sugli interessi comuni. E’ nostra intenzione segnalare anche iniziative, studi e progetti non direttamente collegati con la nostra associazione, affinché lo scambio sia libero e non pregiudizialmente legato soltanto ai nostri interessi più diretti.
Porteremo a conoscenza degli iscritti alla newsletter anche i concorsi e le opportunità dei quali verremo a conoscenza, sempre nell’ambito della letteratura e del cinema, e forniremo recensioni e considerazioni su opere pubblicate ieri e oggi. Avremo rubriche fisse ed interventi occasionali, nocnhè uno spazio dedicato alla libera discussione. Il tutto nel segno dell’indipendenza, nel senso che non ci avvarremo di sponsor né di altre forme di pubblicità.
Anche perché, oltre a tenere corsi, stiamo creando un "humus" che, attraverso i nostri soci, speriamo farà germogliare nuove iniziative e nuovi autori. Insomma, è vero che teniamo corsi, ma amiamo il nostro lavoro, e l’esigenza di una newsletter che non si limiti a parlare delle nostre iniziative nasce proprio dal rapporto che si è creato con i nostri soci, i quali spesso e volentieri rimangono a gravitare nell’ambito dell’associazione. Sentivamo il bisogno di uscire dall’ambito della scuola per poter esprimere le possibilità delle forze in campo.
Per quanto riguarda i contenuti della stessa, varieranno di numero in numero, e saranno affidati soprattutto alla sensibilità ed alle preferenze dei collaboratori, che lo faranno nei modi e nei tempi a loro più confacenti.
Questo numero zero non è, in realtà, indicativo dell’impostazione della nostra newsletter, in quanto ci auguriamo di crescere e di evolverci continuamente.
Invitiamo pertanto i lettori di questa newsletter a partecipare collaborando con noi: inviando articoli, recensioni, commenti, segnalazioni e discutendo liberamente i contenuti della nostra pubblicazione. Presto, infatti, apriremo una rubrica dedicata alla posta dei lettori.
Ma bando alle ciance. Vi lascio alla lettura di questo numero.
Heiko H. Caimi
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L’ANGOLO DELLE CITAZIONI
a cura di Vincenzo Corvo
"Ai miei amici piace pensare che sono un artista. Mi presentano sempre come artista o architetto o designer. Ma io sono troppo autocritico per arrivare in fondo a qualsiasi opera. Non ho mai finito nessuna delle cose che ho cominciato, niente di quello che faccio risponde all’idea che mi era venuta inizialmente. Eppure in queste cose fatte a metà già si intuisce come sarebbero una volta completate, perciò a che scopo continuare a perderci del tempo?". (Martha Moffett, Dead Rock Singer)
"Io ti ho detto che sono uno scrittore, non che faccio lo scrittore. Per fare lo scrittore è necessario scrivere, ma uno può essere uno scrittore senza versare una goccia d’inchiostro". (Andrea G. Pinketts, Il conto dell’ultima cena)
"Dagli Usa mi arrivano solo sceneggiature per film storici con grandi massacri e una storia d’amore". (Patrice Chèreau, regista)
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RACCONTI DI GUERRA
ultime settimane per partecipare al concorso
"Racconti di guerra" è un concorso per racconti inediti in lingua italiana organizzato da Magnolia Italia.
La logica del concorso è quella di raccontare storie di guerra, o attorno alla guerra, SENZA ALCUNA PRECLUSIONE DI GENERE. Il tema, reso più che mai attuale dagli ultimi accadimenti internazionali, può cioè essere svolto all’interno o all’esterno di qualsiasi genere letterario: dal giallo alla fantascienza, dal racconto di spionaggio a quello storico, dalla memoria personale alla forma diaristica e così via. Sono ammesse commistioni di genere.
Si partecipa al concorso con testi narrativi non più lunghi di venticinque (25) cartelle ciascuno: per cartella si intendono 30 righe per 60 battute, cioè 1800 battute per pagina (inclusi gli spazi vuoti), per un totale di 45.000 caratteri.
Se, a insindacabile giudizio della giuria, perverrà una quantità di materiale di buona qualità (leggi: pubblicabile) sufficiente a stampare un’antologia dei migliori lavori, tale antologia verrà pubblicata da Magnolia Italia o da altro editore. Nel caso non vi sia materiale sufficiente, i racconti vincitori e meritevoli verranno pubblicati sul sito di Magnolia Italia (www.magnoliaitalia.org), previa richiesta di autorizzazione agli autori. Si intende che i diritti d’autore dei racconti pubblicati restano di esclusiva proprietà degli autori dei racconti stessi, che non pretenderanno, però, alcun compenso economico per l’inserimento nell’antologia (fatti salvi i premi per i primi tre classificati).
Il testo va spedito in cinque copie, entro e non oltre il 15 settembre 2003 (farà fede il timbro postale, ma in ogni caso non si accetteranno racconti pervenuti oltre il 30 settembre 2003).
Per maggiori informazioni e per il bando completo: http://www.magnoliaitalia.com/concorsi.htm
Associazione Culturale Magnolia Italia – tel. 02/39257430 – email: magnoliaitalia@libero.it
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MAKING MOVIES
a cura di Davide Verazzani
In questa rubrica presenteremo una panoramica sul cinema nelle sale, con molte anteprime ed uno sguardo particolare alle rassegne internazionali.
Incominciamo, com’è scontato, con il Festival del Cinema di Venezia.
L'amore non e' sempre una cosa meravigliosa
Sopravvivere a Marrakech non è semplice per Raja: giovane orfana, è costretta a vivere di sotterfugi e a donare il suo corpo, in cerca di un lavoro stabile
Il film:
Raja - Francia 2003 - di Jacques Doillon, con Pascal Greggory, Najat BessalemPer leggere la recensione aprite l’allegato RAJA a fondo pagina.
La prossima settimana troverete una serie di recensioni sui film presentati al festival che, presto, saranno visibili anche nelle sale milanesi.
Nell’attesa, proseguiamo presentandovi le recensioni di due film attualmente in sala.
L’identità di genere nel thriller americano
Il film:
Identità - USA 2003 - di James Mangold, con John Cusack, Amanda Peet, Ray Liotta, Alfred Molina, Clea Duvall, Rebecca De Mornay - Fotografia: Ph. Papamichael – Montaggio: D. Brenner – Musica: A. SilvestriPer leggere la recensione aprite l’allegato IDENTITA’ a fondo pagina.
L’ambizione della Storia
Il film:
La meglio gioventù - Italia 2002 - di Marco Tullio Giordana, con Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Jasmine TrincaPer leggere la recensione aprite l’allegato LA MEGLIO GIOVENTU’ a fondo
pagina.
Davide Verazzani
è sceneggiatore, scrittore, critico, poeta e musicista, ma nella vita, per sopravvivere, fa tutt’altro. Insegna sceneggiatura a Magnolia Italia, e collabora con i siti www.16noni.it e www.mymovies.it
Marco Cavalleri è critico cinematografico e sceneggiatore; è direttore editoriale del sito
www.16noni.it e redattore della rivista Ciemme, edita dal CINIT. Collabora inoltre con il sito www.mymovies.it
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UN VIAGGIO NELL’AMERICA DALL’ANIMA NERA
recensione di Michele Andromeda
AAVV – IL MEGLIO DEL MYSTERY – a cura di Donald Westlake
Arnoldo Mondadori Editore – 265 pagine – 10 racconti – Prezzo: 5,10 euro – in edicola
Da quando al timone del Giallo Mondadori c’è lo scrittore Sandrone Dazieri, la qualità media dei romanzi e delle antologie proposte è migliorata notevolmente, proponendo finalmente opere originali, ben scritte e, soprattutto, attuali. E "Il meglio del Mystery" non fa eccezione, perché si tratta di una autentica chicca.
A dire il vero l’antologia, che raccoglie dieci racconti di autori americani, non sfodera il meglio del mystery, ma una serie di racconti neri che più neri non si può.
Per proseguire nella lettura della recensione aprite l’allegato UN VIAGGIO NELL’AMERICA DALL’ANIMA NERA a fondo pagina.
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CINGOLI, CICLOSTILI E PROFUMO DI TE’
di Julio Monteiro Martins
L’autore ci propone un breve pezzo di storia letteraria che ha
una definita cornice storica, la metà degli anni ’70, un luogo, la fascia metropolitana e più cosmopolita del Brasile, e un nome ufficiale: il Boom Letterario Brasiliano. Un brano che ci riporta indietro nella storia (letteraria, ma non soltanto) di un Paese che ha dovuto lottare anche per la propria libertà espressiva. Una lettura che consiglio a chiunque voglia confrontarsi con una realtà che, ben lungi dall’essersi manifestata soltanto all’interno dei confini brasiliani, riguarda da vicino tutti noi.
"Nel mezzo del cammin di un matrimonio già stanco, ammutolito, logorato da una successione infinita di malintesi, se chiudiamo gli occhi e guardiamo indietro verso il momento del primo incontro, del primo bacio, dei primi giorni passati da soli in un luogo esotico e irreperibile – anche se era lo stesso quartiere in cui vivevamo da sempre – allora ci immergiamo a ritroso nella dolceamara esperienza dell’idillio ricordato. È questo l’unico idillio possibile, perché quello vero, sul momento, non è godibile, è solo una serie di movimenti alla cieca, spasmodici, carichi di tensione, quasi un’ansia, una sofferenza. Ma quell’idillio poi, anni più tardi, sarà infiammato da una nostalgia avida, la saudade, che ci ridonerà con trasparenza il suo autentico contenuto: l’estasi sommersa durante la tempesta.
L’idillio – questa sorta di stato di grazia condannato alla fugacità – non esiste solo per gli amanti. Esistono idilli per tutte le esperienze della vita, come per il viaggio (idillio con la natura e la cultura), per il lavoro (idillio con la vocazione) e per l’arte (idillio col linguaggio). Ebbene, in questo breve pezzo di storia letteraria cercherò di raccontare in modo molto personale, frammentario e, lo so bene, a volta anche impreciso, il mio idillio con la vita dello scrittore".
Per proseguire la lettura del racconto di Julio Monteiro Martins aprite l’allegato CINGOLI a fondo pagina.
Julio Monteiro Martins
è uno scrittore brasiliano che vive da 10 anni in Italia, e qui ha pubblicato per Besa editrice "Racconti italiani" nel 2000 e "La passione del vuoto", di prossima uscita per la stessa casa editrice. È il direttore della Scuola e della Rivista Sagarana: www.sagarana.net .
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I FANCIULLI DEL SOTTOSUOLO
piccola rubrica di letteratura ultra–contemporanea
a cura di Marco Motta
Questa rubrìca (non rùbrica) vorrebbe tentare di promuovere scrittori ancora per lo più sconosciuti. Una cosa che di questi tempi sembrano voler far tutti –a volte mi domando perché.
Diciamo però: invece che il solito spazio dove codesti scrittori possano dimostrare al mondo di avere doti di grandi artisti e d’essere perfettamente in grado di inserirsi correttamente nella grande e iperplastica macchina della letteratura italiana, vorremmo (tanto perché bisogna sempre trovare un modo nuovo di far sciroppare all’utenza le solite vecchie cose) tentare di scrivere specie di recensioni di singoli autori che sono parsi (mi sono parsi) rilevanti, dando poi all’utenza stessa i modi e i mezzi per andarsi a visionare da sé, chi lo vorrà, i testi dei di cui sopra, tanto per vedere se chi scrive questa rubrìca dice cose più o meno sensate.
Riguardo al nome della rubrìca non chiedetemi spiegazioni perché non ne do mai.
In questo numero Marco Motta ci presenta il profilo dello scrittore Thomas Pololi, che ha molto pubblicato su rivista e su internet. Un autore sicuramente interessante e fuori dagli schemi più classici. Per leggere l’articolo completo aprite l’allegato I FANCIULLI DEL SOTTOSUOLO 1 in fondo alla pagina.
Marco Motta è autore di racconti e direttore di una sua fanzine via mail (o off-line come a lui piace di più dirla –perché fa molto fashion).
Décadance è la suddetta fanzine off-line di racconti inediti. E’ gratuita e viene distribuita via mail ai soli iscritti. Per maggiori informazioni potete scrivere a
decadance_narrazioni@hotmail.com o dare un’occhiata sul sito www.cadnet.org/decadance
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IL CERCHIO MAGICO
Rubrica su fiabe, miti, leggende e dintorni
a cura di Fabiana Gambardella
La fiaba, ossia il racconto di tema fantastico, è al tempo stesso quanto di più semplice e di più complesso esista nel mondo della narrativa. Complesso ed affascinante è il mondo di simboli ancestrali che viene offerto attraverso situazioni, luoghi e personaggi relativamente semplici.
Il forte valore archetipico dei personaggi è forse uno degli elementi di maggiore fascinazione del genere. Molti sono i personaggi leggendari e tradizionali usati nei modi e nelle forme più svariati, sia dalla letteratura che dal folclore: dai folletti alla baba jaga.
Questa rubrica, lungi dal voler diventare un trattato antropologico sul folclore o un compendio di personaggi letterari, tenterà ogni settimana di raccontare brevemente la vita di una di queste creature fantastiche. Per conoscerle e per ascoltare la storia che hanno da raccontare, che in fondo parla un po’ di tutti noi.
Invito fin d’ora i lettori a partecipare, segnalandomi personaggi fiabeschi e leggendari, magari caratteristici della zona dove vivono. Sarà un piacere inserirli nella rubrica e farli conoscere a tutti gli altri.
Per il numero zero di questa rubrica propongo un personaggio ricco di sfaccettature, sul quale sicuramente ritornerò più volte, a causa dei suoi tanti nomi e modi di presentarsi: LA STREGA.
Per leggere l’interessante profilo della strega aprite l’allegato IL CERCHIO MAGICO 1 in fondo alla pagina.
Fabiana Gambardella è una strana creatura che si aggira con circospezione per le strade di Milano, alla ricerca di una fiaba o una creatura mitica che ne abitino i misteriosi vicoli. Ha pubblicato il libro per ragazzi "Lo specchio magico" e collabora in veste di insegnante con Magnolia Italia:
www.magnoliaitalia.com
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NARRARE E’ UN DESTINO
di Susanna Bonaventura
Questo è il titolo di un libro scritto da Grazia Livi, che ho letto in questi giorni. Un libro tutto al femminile, dove l’autrice punta il riflettore su scrittrici famose come Virginia Wolf, Karen Blixen, Margherite Yourcenar e altre, raccontando la loro storia. Una storia di come donne comuni, con una dote particolare, siano potute entrare in un mondo "destinato agli uomini" nonostante i condizionamenti esterni e la loro condizione di "inferiorità".
Per una donna l’istruzione era un lusso, non necessaria per il suo destino di madre e moglie. Nessuno allora considerava possibile che in una donna ci potesse essere la Vocazione a Narrare, e che ci fosse un desiderio irrefrenabile a farlo. La passione di scrivere era vista come una perdita di tempo da accantonare per il bene familiare, se non addirittura da contrastare, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.
Chi, nonostante tutto, riusciva a proporre il proprio lavoro ad un editore raramente era preso in considerazione, a meno che si presentasse sotto uno pseudonimo maschile.
I tempi sono cambiati, l’istruzione non è più una possibilità esclusivamente maschile, ma è anche cambiata la tendenza a considerare una donna esclusivamente come madre e moglie?
Quante, tra noi "scrittrici per hobby" si sentono invece "destinate a scrivere"?
Quante tra noi scrivono solo nei ritagli di tempo, strappati alla routine familiare, piene di sensi di colpa per non aver finito di stendere la biancheria o perché c’è ancora un mucchio di cose da stirare?
Quante, scrivendo, sentono alle proprie spalle la derisione dei familiari o (peggio!) la loro commiserazione per un passatempo così sciocco ed infantile?
Agli autori uomini, capita la stessa cosa?
In questo week end, complice un lungo viaggio in treno, ho riflettuto su tutto questo. In fondo, le cose non sono molto cambiate da cento anni a questa parte: per le donne dedicarsi alla scrittura è sempre un lusso.
Io non so se sono dotata di una vocazione per narrare, ma non voglio più che quello che faccio sia considerato un infantile trastullo.
Mi piace scrivere e quando lo faccio il mondo attorno a me scompare. Studio per poterlo fare al meglio, non perdo di vista il mio gran sogno e se mai un giorno si scoprisse che il mio destino era narrare, vorrei succedesse quando ancora sono in vita.
Susanna Bonaventura è sposata, ha due figli ed un lavoro da impiegata di banca. Si dice che il raggiungimento dei fatidici 40 anni porti a riflettere. Anche a lei è successo, e la cosa positiva è che le ha fatto scoprire la voglia di scrivere. Attualmente pubblica racconti brevi su vari siti letterari, tra cui www.ioscrivo.org , www.scrivi.com e www.nneteditor.it con lo pseudonimo di Kim H.
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LA MIA PRIMA VOCE
di Heiko H. Caimi
In questo primo numero presento un racconto autobiografico, che narra un momento particolare della mia esistenza. Si narra dei primi tentativi di scrittura del sottoscritto, degli stimoli ricevuti e della difficoltà di trovare la propria voce letteraria.
Per leggerlo, aprite l’allegato LA MIA PRIMA VOCE a fondo pagina.
Heiko H. Caimi è il curatore di Magnolia news, ma nel tempo libero cerca di trasmettere le proprie conoscenze in corsi di scrittura creativa e di cinema. Si è inoltre cimentato come scrittore, paroliere, sceneggiatore e regista.
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CONCORSI
a cura di Luigi Pennino
In questa rubrica segnaliamo (e segnaleremo) concorsi letterari, cinematografici e di interesse vario dei quali verremo a conoscenza. Presto sarà predisposta sul nostro sito una pagina con i concorsi in scadenza, per ordine di data.
VISIONI ITALIANE
È uscito il bando di concorso per partecipare alla 10a edizione del coNcorso per corto e mediometraggi.
Possono prendere parte al concorso opere in qualsiasi formato - sia pellicola che supporto magnetico - purchè di recente produzione (le opere non possono essere state realizzate prima del 2002).
Le opere devono essere inviate in copia VHS entro e non oltre il 15 settembre 2003.
Per scaricare il bando completo aprite l’allegato BANDO VISIONI ITALIANE in fondo alla pagina.
PREMIO DI POESIA GIAN CARLO MONTAGNI
In collaborazione con il Comune di Rufina, Il Comitato regionale Toscano delle città del Vino e la rivista il Grillo, il Gruppo del Teatro di Rufina organizza la 5.a edizione del
PREMIO LETTERARIO NAZIONALE "CITTA’ DI RUFINA" – PREMIO DI POESIA GIAN CARLO MONTAGNI
Il premio si articolerà in due sezioni:
Sezione 1: Poesia singola, edita o inedita, a tema fisso massimo 40 versi. La poesia dovrà essere ispirata alla viticoltura ed al suo prezioso frutto: Il Vino
Sezione 2: Poesia singola, inedita, a tema libero, massimo 40 versi.
Per scaricare il bando completo aprite l’allegato BANDO PREMIO NAZIONALE CITTA’ DI RUFINA in fondo alla pagina.
MortErotica
Concorso Gratuito di narrativa horror/erotica – Prima Edizione
Unica sezione dedicata a racconti horror/noir/mystery con forti elementi erotico/sessuali.
L’elaborato dovrà giungere in redazione entro e non oltre il 21 Settembre 2003.
La lunghezza delle opere non dovrà superare le 30.000 battute (spazi compresi).
L’iscrizione al concorso è completamente gratuita.
La premiazione avverrà il giorno 28 Settembre 2003.
I racconti dovranno essere inviati per posta elettronica, all’indirizzo
alecvalschi@latelanera.com, sotto forma di allegato.Il formato del documento dovrà essere di tipo .txt o .doc o .pdf
Per scaricare il bando completo aprite l’allegato BANDO MORTEROTICA in fondo alla pagina.
PREMIO LETTERARIO "CITTA’ DI CASERTA"
Sezioni: poesia in lingua e/o in vernacolo;narrativa inedita;saggistica
inedita; teatro edito ed inedito; poesia giovani fino a 21 anni; giornalismo.
Max tre poesie in cinque copie;max tre opere in prosa in tre copie di max 120
pagine. Busta chiusa a parte con generalità ed eventuale curriculum e foto per
l'antologia del premio.
Tassa di lettura: 15,00 euro
Sezione giovani: gratuita
Scadenza presentazione lavori: 15 settembre
Cerimonia di premiazione: 25 ottobre presso Reggia di Caserta o Real Sito di San
Leucio.
CHE IMPRESA!
"Che Impresa! Concorso nazionale per cortometraggi dedicati a imprese da
oscar" sfida la creatività dei filmmaker per far conoscere il cambiamento
in atto nel mondo delle imprese.
Saranno ammessi al concorso short-movie della durata massima di 10 minuti
che attraverso le immagini parlino del rapporto "qualità della vita
–impresa-responsabilità sociale" valorizzando le emozioni, il quotidiano e lo
straordinario di imprese for e non profit che hanno sperimentato
un positivo rapporto tra mercato ed etica. Questo rapporto può essere
analizzato, trattato e ambientato con estrema libertà e dando libero sfogo alla
creatività.
Una giuria autorevole composta anche da esperti di cinema selezionerà e
indicherà i corti più creativi e sorprendenti, che riceveranno un rimborso spese
di Euro 4.000.
I cortometraggi devono essere inviati entro l’8 ottobre 2003.
Per scaricare il bando completo aprite l’allegato BANDO CHE IMPRESA! in
fondo alla pagina.
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IL FOGLIO CLANDESTINO
Riceviamo e volentieri pubblichiamo queste note sulla genesi dell’iniziativa.
La Bottega di Poesia «Fernando Pessoa» nasce nel 1993 con la ferma volontà di leggere, avvicinare e diffondere scrittori sconosciuti; riscoprire autori dimenticati e trascurati; riportare la poesia verso i lettori, puntando sulla centralità e sulla forza del testo. Siamo entrati in tal modo in contatto con più di millequattrocentocinquanta scrittori, diversi per età, provenienza e interessi. Tra questi oltre un centinaio sostengono attualmente il progetto collaborando anche da Europa, Stati Uniti, Guyana francese e Isola de La Reunion.
Abbiamo relazioni culturali con trenta riviste e gruppi letterari, dopo oltre duecentosessanta contatti, sia per diffondere la nostra iniziativa, sia per promuovere sempre nuove cooperazioni. Collaborano con noi alcuni docenti universitari. Organizziamo serate di poesia e incontri letterari, perché giudichiamo importante il dialogo e il confronto con tutti, anche con chi ritiene di scarso interesse la poesia per approcci affrettati o per lontani ricordi negativi.
Nell’agosto ‘93 abbiamo intrapreso la stampa, con veste grafica essenziale, della rivista del gruppo: Il Foglio Clandestino. Nella pubblicazione trovano spazio poesie, racconti, traduzioni originali, agili interventi critici, profili di autori noti e di altri pressoché sconosciuti e tutto quanto possa contribuire a sviluppare la conoscenza del mondo letterario. La rivista è autodiffusa, gratuita e si finanzia con contributi liberi; la periodicità è trimestrale.
Promuoviamo le iniziative Nienteguerre – Poesia contro ogni violenza; Centocinquantarighe, rassegna di narrativa breve e Saggiobreve per saggi letterari. Conduciamo un Laboratorio di Scrittura Creativa e il corso di Storia della Poesia all’Università del Tempo Libero di Seregno.
Nei numeri de Il Foglio Clandestino abbiamo incontrato autori come Fernando Pessoa (nostro ispiratore), Stig Dagerman, Srecko Kosovel, Angelo Maria Ripellino, Varlam Šalamov, Antonio Pinghelli, Raymond Farina e altri, validi ma esclusi da un mercato editoriale che definire miope è riduttivo. Dal 1994 collabora con noi Peter Russell, uno dei maggiori poeti inglesi moderni.
Alla nostra e-mail:
bottega_2G@compuserve.com o alla Casella Postale N. 67 – 20099 Sesto San Giovanni (Mi) è possibile inviare poesie, saggi o racconti brevi (allegando sempre una breve nota biografica).Infine proponiamo ai nostri interlocutori di segnalare autori, noti o meno, che amano e che sono interessati a far conoscere. Questo contributo ci consentirà di realizzare uno spazio di studio, di approfondimento e d’invito alla lettura.
Speriamo che i nostri propositi siano interessanti e stimolino i lettori ad un’attiva collaborazione. Confidiamo nell’appoggio di tutti, sia per favorire la diffusione della nostra iniziativa, sia per lo sviluppo delle attività che La Bottega di Poesia promuoverà.
Per ulteriori informazioni, aprite l’allegato IL FOGLIO CLANDESTINO a fondo pagina.
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POESIA CREATIVA
di Ivana Federici
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa breve presentazione.
Mi chiamo Ivana e sono un'appassionata di poesia. Per questo ho realizzato un
sito web che curo da circa due anni.
Ho voluto proporre una pubblicazione cartacea affinché le emozioni ed i
sentimenti che i tanti autori esprimono nelle loro poesie potessero restare nel
tempo. E' bello, penso, lasciare una traccia in questo mondo; e la poesia è per
me "un'orma nel sentiero dell'essere".
Penso che si scriva soprattutto
perchè quello che si crede di comprendere è un patrimonio da comunicare
agli altri.
Sono convinta inoltre che, senza questa storia di sentimenti, di valori,
di verità percepite e trasmesse , noi saremmo tutti più poveri e più indifesi
nell' affrontare i problemi della nostra esistenza.
Se qualcuno condivide il nostro pensiero e desidera partecipare all'antologia
poetica, può visitare la pagina:
http://www.poesia-creativa.it/antologia_poetica.htm
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Magnolia news è una newsletter settimanale curata da Heiko H. Caimi
I diritti sui testi sono dei singoli autori
Tutti i diritti sulla pubblicazione sono di Magnolia Italia
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Qui di seguito, la pubblicazione degli allegati del n° 0 di Magnolia news
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BANDO DI CONCORSO
La Provincia di Arezzo e la Regione Toscana , nell'ambito delle risorse relative alla misura E1 del POR OB. 3 Reg. CE 1784/99, indicono
la prima edizione del Concorso nazionale per Cortometraggi ´Che impresa!ª.La finalit‡ del concorso
Ë quella di promuovere le esperienze che ricercano un nuovo equilibrio nel rapporto tra mercato ed etica, considerando quest’ultima non un vincolo, una limitazione, quanto piuttosto una risorsa, un’opportunit‡. L’impresa a cui si riferisce il titolo del concorso puÚ essere una azienda, ma anche una azione, il risultato di un impegno realizzato da soggetti diversi quali imprese profit e non profit, associazioni, fondazioni, enti, istituzioni.I cortometraggi dovranno raccontare esperienze che promuovono il tema delle pari opportunit‡ intese in senso lato
, nella completezza del loro significato: non solo pari opportunit‡ tra uomo e donna, ma tra tutti i soggetti che fanno parte della societ‡, che hanno diritto anche alla tutela dell’ambiente in cui vivono e al rispetto delle proprie tradizioni e radici culturali. Le pari opportunit‡ sono intese come fondamento della valorizzazione delle risorse umane, ambientali e della responsabilit‡ sociale delle imprese.Tema delle opere in concorso
saranno quindi le azioni di pari opportunit‡ rivolte alle persone, ma anche le azioni intraprese a favore dell’ambiente e del recupero delle tradizioni, come opportunit‡ per una nuova forma di sviluppo economico e sociale. In questo contesto, potr‡ emergere il tema della responsabilit‡ sociale delle aziende, che le pone come soggetti attivi e propositivi per la societ‡ nella quale sono inserite.Il concorso ´Che Impresa!ª ha scelto il linguaggio agile e d’impatto del cortometraggio per consentire di documentare in maniera creativa, con uno sguardo nuovo, le esperienze di sviluppo che mettono al centro della attivit‡ produttiva la vita delle donne e degli uomini. Il cortometraggio Ë stato scelto anche al fine di valorizzare talenti che si muovono (o aspirano a muoversi) nel settore cinema/video. Possono partecipare
professionisti o semplici amatori (che operano anche oltre i confini nazionali).Il concorso ´Che Impresa!ª si articola in tre sezioni:
´Le imprese delle donneª
, per opere che raccontano il legame esistente tra impresa femminile e una nuova idea di sviluppo. Il cortometraggio primo classificato sar‡ quello che mette in evidenza nel modo migliore come le donne possono introdurre nello sviluppo elementi di inedita qualit‡ sociale, raccontando la storia di una esperienza e uno stile imprenditoriale ´differenteª.´Impresa responsabileª
, per opere che raccontano il legame tra impresa e valorizzazione delle risorse umane e ambientali.Il cortometraggio primo classificato avr‡ come protagonista una impresa che riconosce suoi interessi primari le persone e/o l’ambiente. Una impresa che pone al centro la vita delle donne e degli uomini, la salvaguardia, la valorizzazione dell’ambiente e la possibilit‡ di viverlo
´Impresa per la tradizioneª
, per opere che raccontano il legame esistente tra l’impresa e la tutela e recupero delle tradizioni artigianali. Le tradizioni del territorio sono un bene da tutelare, proteggere e, nell’ottica di uno sviluppo con parametri di inedita qualit‡, da sviluppare per incentivare nuove forme di economia.Il cortometraggio primo classificato sar‡ quello che racconta una esperienza significativa su questo tema.
Una giuria qualificata valuter‡ le opere in base all’aderenza del tema alla sezione o alle sezioni prescelte, alla qualit‡ tecnica e formale dell’elaborato (regia, montaggio, sceneggiatura), al carattere di innovazione del prodotto.
Alle opere prime classificate, a giudizio insindacabile della giuria, la Provincia di Arezzo riconoscer‡ un rimborso pari a € 4.000 per ciascuna delle sezioni ´Le imprese delle donneª, ´Impresa Responsabileª, ´Impresa per la tradizioneª.
Una ulteriore
sezione speciale del concorso ´Che Impresa!ª Ë riservata alle Pubbliche Amministrazioni:´Si puÚ fare. Le amministrazioni pubbliche per le pari opportunit‡ª
, dedicata a opere che raccontano l’impegno delle amministrazioni pubbliche per le pari opportunit‡ (in particolare finalizzato a realizzare mainstreaming ed empowerment, progetti di conciliazione, politiche attive del lavoro, servizi alle imprese, ecc.) sia in riferimento alla societ‡ nel suo insieme che nella propria struttura burocratico amministrativa. Possono partecipare a questa sezione del concorso: Amministrazioni comunali, provinciali, regionali, Camere di commercio, ASL, producendo o facendo produrre video-documentari coerenti con il tema del premio. Per questa sezione sono previsti tre riconoscimenti. I cortometraggi vincitori, opportunamente adattati, diventeranno uno strumento informativo e divulgativo sulle buone prassi, che verr‡ presentato dalla Regione Toscana in occasione della fiera nazionale Forum P.A. 2004.Per l’assegnazione dei tre riconoscimenti, una giuria qualificata valuter‡ le opere, privilegiando comunque il contenuto. Le opere vincitrici dovranno distinguersi soprattutto per la qualit‡ dei progetti relativi alle politiche di conciliazione vita-lavoro, politiche attive del lavoro, di empowerment e mainstreaming, politiche di servizi alle imprese, ecc.
Sulla base del numero dei cortometraggi pervenuti (comunque pi_ di 50), l'ente proponente si riserva di aprire al pubblico la visione delle preselezioni, che si svolgeranno in sede da definirsi.
REGOLAMENTO
1.
La Provincia di Arezzo e la Regione Toscana indicono la prima edizione del Concorso nazionale per Cortometraggi ´Che impresa!ª2.
La partecipazione al concorso non prevede alcun costo di iscrizione3.
Ciascun autore Ë responsabile del contenuto delle proprie opere4.
La manifestazione si concluder‡ a Montevarchi l’8 novembre 2003.Sono ammesse al Concorso tutte le opere pertinenti ai temi indicati (´Le imprese delle donneª, ´Impresa Responsabileª, ´Impresa per la tradizioneª ´Si puÚ fare. Le amministrazioni pubbliche per le pari opportunit‡ª), purchÈ realizzate a partire dal 2000. Le opere inviate, una per autore, della durata compresa entro i 10 minuti, non devono essere gi‡ presenti negli archivi della Mediateca regionale della Toscana
5.
La copia dell’opera dovr‡ pervenire alla segreteria organizzativa del concorso ´Che Impresa!ª, c/o risorse di Teodolinda Maresca & C. snc, Viale Alessandro Volta 3, 50131 Firenze, entro e non oltre l’8 ottobre 2003, pena l’esclusione, unitamente alla scheda di partecipazione compilata in ogni sua parte e ad una diapositiva relativa all’opera ai fini della eventuale pubblicazione.6.
Le opere in concorso, qualunque sia il formato originale, dovranno essere inviate in copia Mini DV oppure VHS. Le copie presentate non saranno restituite, ma verranno acquisite al patrimonio della Provincia di Arezzo e della Mediateca Regionale della Toscana, che si riservano il diritto di utilizzarle per proiezioni a carattere divulgativo, promozionale, didattico e culturale, senza alcun fine di lucro, previa espressa autorizzazione dei titolari dei diritti.7.
L’organizzazione del Concorso non si assume responsabilit‡ per eventuali furti o danneggiamenti delle opere.8.
E’ prevista una fase di preselezione delle opere pervenute, a giudizio insindacabile della giuria.9.
La selezione finale delle opere (5 per ogni sezione del concorso), prevede una proiezione per i giurati, all’Auditorium Montevarchi, nella mattina di sabato 8 novembre, aperta anche al pubblico.10.
La giuria che valuter‡ le opere giunte alla selezione finale, individuer‡ un primo classificato per ognuna delle sezioni:A. premio ´Le imprese delle donneª,
per l’opera che racconta nel modo migliore il legame esistente tra impresa femminile e una nuova idea di sviluppo. La Provincia di Arezzo assegner‡ all’autore un rimborso spese di € 4.000
B. premio ´Impresa Responsabileª,
per l’opera che racconta nel modo migliore il legame tra impresa e valorizzazione delle risorse umane e/o ambientali. La Provincia di Arezzo assegner‡ all’autore un rimborso spese di € 4.000C. premio ´Impresa per la tradizioneª,
per l’opera che racconta nel modo migliore il legame esistente tra l’impresa e la tutela e recupero delle tradizioni artigianali. La Provincia di Arezzo assegner‡ all’autore un rimborso spese di € 4.000D. premio ´Si puÚ fare. Le amministrazioni pubbliche per le pari opportunit‡ª,
per l’opera che racconta nella maniera migliore un particolare impegno delle amministrazioni pubbliche per le pari opportunit‡. Per questa sezione sono previsti tre riconoscimenti e la diffusione dei cortometraggi vincitori, opportunamente adattati, come strumento informativo e divulgativo sulle buone prassi.11.
I giudizi relativi alle premiazioni delle opere sono insindacabili. La giuria si riserva il diritto di non assegnare tutti i premi in palio e di conferire pi_ di un premio allo stesso concorrente.12.
La partecipazione al Concorso implica l’accettazione integrale del presente regolamento.
SCHEDA DI PARTECIPAZIONE
deve contenere:
1. Dati relativi all’autore:
-
Nome e cognome- Indirizzo via, cap, citt‡
- Telefono, cellulare
- Professione
- Breve presentazione personale (5 righe)
2. Dati relativi all’opera:
- Titolo
- Anno di realizzazione
- Durata
- Eventuale distribuzione (presso circuiti amatoriali, circuiti cinematografici, TV, altro)
- Eventuali riconoscimenti e premi
- Soggetto dell’opera
- In concorso per la categoria / le categorie
- Breve presentazione dell’opera (10 righe)
3. Firma dell’autore per accettazione del regolamento
4. Firma dell’autore per autorizzazzione dell’uso dei suoi dati personali ai sensi della L.675/96
Il presente bando e la scheda di iscrizione sono scaricabili dal sito:
http://www.cheimpresa.it
Per informazioni:
segreteria organizzativa:
risorse di Teodolinda Maresca & C. snc
tel. 055 5002070 fax 055 5002071
e-mail: risorse@risorse-comunicazione.it
coordinamento generale e ufficio stampa:
Beatrice snc
tel. e fax 0444 525292
e-mail: info@beatriceonline.it
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CINGOLI, CICLOSTILI E PROFUMO DI TÉ
– Il boom letterario brasiliano 30 anni dopo –
Julio Monteiro Martins
Ogni felicità è memoria e progetto.
(Cacaso, in Beijo na Boca)
Nel mezzo del cammin di un matrimonio già stanco, ammutolito, logorato da una successione infinita di malintesi, se chiudiamo gli occhi e guardiamo indietro verso il momento del primo incontro, del primo bacio, dei primi giorni passati da soli in un luogo esotico e irreperibile – anche se era lo stesso quartiere in cui vivevamo da sempre – allora ci immergiamo a ritroso nella dolceamara esperienza dell’idillio ricordato. È questo l’unico idillio possibile, perché quello vero, sul momento, non è godibile, è solo una serie di movimenti alla cieca, spasmodici, carichi di tensione, quasi un’ansia, una sofferenza. Ma quell’idillio poi, anni più tardi, sarà infiammato da una nostalgia avida, la saudade, che ci ridonerà con trasparenza il suo autentico contenuto: l’estasi sommersa durante la tempesta.
L’idillio – questa sorta di stato di grazia condannato alla fugacità – non esiste solo per gli amanti. Esistono idilli per tutte le esperienze della vita, come per il viaggio (idillio con la natura e la cultura), per il lavoro (idillio con la vocazione) e per l’arte (idillio col linguaggio). Ebbene, in questo breve pezzo di storia letteraria cercherò di raccontare in modo molto personale, frammentario e, lo so bene, a volta anche impreciso, il mio idillio con la vita dello scrittore. Rispondo così ad un desiderio, scaturito dai ricordi affiorati alla mia memoria con la recente pubblicazione bilingue delle poesie di Cacaso, scrittore di Rio come me, contemporaneo e complice, morto in giovane età come si conviene ai poeti e ai rivoluzionari.
Questo mio idillio ha una definita cornice storica, la metà degli anni ’70, un luogo, la fascia metropolitana e più cosmopolita del Brasile, che va da Belo Horizonte a Porto Alegre, e un nome ufficiale: il Boom Letterario Brasiliano. A quell’epoca erano già trascorsi – ma erano ancora di freschissima memoria – gli anni più brutali della dittatura militare, quelli del Generale Costa e Silva e del Generale Medici. Era al governo Ernesto Geisel, generale anche lui, naturalmente (si diceva per scherzo allora che bisognava considerare il Brasile in modo molto "generalizzato"), e anche lui portava gli immancabili occhiali neri degli ufficiali di quei tempi (circolava voce che era perché così il nemico non si accorgeva di essere osservato da loro, mentre la testa puntava verso un’altra direzione). Al contrario dei suoi predecessori della "linea dura" delle Forze Armate, Geisel sembrava disposto allora ad abolire la pratica della tortura e dell’omicidio di stato e a tollerare i primi barlumi di ripresa della vita democratica. Attorno a lui, una corte sinistra, un’autentica schiera di spiriti maligni in divisa da generale, molti dei quali cospiravano contro il Presidente stesso, congetturando su come riportare il paese all’età delle tenebre da cui noi giovani volevamo disperatamente uscire. Si chiamavano Frota, Medeiros, Figueiredo, Mello, Pires, Fontoura, Golbery, Muricy, Lyra, Grunnewald e tanti altri bei cognomi borghesi che suoneranno per sempre terrificanti e luciferini al mio udito, e mi faranno rabbrividire durante le ore profonde del sonno anche nel corso del nuovo secolo.
La magra e fragile intenzione di apertura del regime sbocciava mentre i musicisti del periodo precedente, da Caetano a Chico Buarque, ma anche registi come Glauber Rocha e Marcos Medeiros, erano ancora in esilio. Per i più giovani che erano rimasti in patria quel barlume era stato sufficiente per ridestare un grande coraggio creativo e un desiderio di partecipare alla vita pubblica, di trasformare lo spiraglio promesso da Geisel in un’autentica porta verso il futuro, se necessario in contrasto con lo stesso Governo. E fu proprio così che avvenne.
Ma quei giovani cosa sapevano fare? Di quali armi disponevano? Sapevano scrivere storie e poesie, non di piú. In qualche caso anche un romanzo, una pièce teatrale.
Come si chiamavano? Cacaso o Júlio, come abbiamo visto, e poi Domingos, Chacal, Caio, Ana, Glauco, Barreto, Vital, Emediato, Elías, Tania, Fiorani, Duilio, Leminski, Charles, Brasigóis, Reinoldo, Carlos Emilio, Leila, Roniwalter, Nei, Márcio, Marcia e tanti altri, con le loro rigogliose e ricciute capigliature fino alle spalle, affluivano da tutte le parti del paese verso le capitali del Sud, a volte con un biglietto di sola andata e senza un cruzeiro in tasca.
E come diffondevano i loro scritti? Per prima cosa occorre ricordare che gli editori di allora, a parte il terrore che avevano di cadere nelle grinfie dei censori (in alcune case editrici, come nella Civilização Brasileira, i censori lavoravano "in casa", come normali impiegati), erano alquanto anchilosati – anche quelli di sinistra – e insensibili ai nuovi linguaggi di quella gioventù, oltre ad essere naturalmente diffidenti e deliberatamente ignari del fenomeno letterario che si preannunciava. Erano invece cultori, per esempio, di una certa narrativa amena e giocosa, quella presente nelle crônicas di Rubem Braga, di Fernando Sabino o di Sergio Porto, fiorita circa quindici anni prima in un altro Brasile, quello della Bossa Nova e del Presidente Juscelino, lo statista che sorrideva e ballava il walzer in frac nei salotti di una felice e spensierata "Pompei" politica. Dopo l’irruzione dei carri armati nel 1964, la fonte di allegria che alimentava quelle deliziose crônicas si era spenta, e con essa anche quel genere letterario e quello stile. Ma gli editori ancora storditi non riuscivano a rassegnarsi.
Ebbene, senza case editrici alle loro spalle, come avevano fatto i ragazzi della generazione del boom? Decisero innanzitutto di pubblicare essi stessi le loro cose, o meglio, di stamparle artigianalmente, copia per copia, a volte anche a mano, con disegni diversi per ogni copia, oppure con le fotocopie di allora, con i ciclostili elettrici e quelli ad alcool, i caratteri di un azzurro forte (e quell’odore penetrante ce l’ho ancora oggi nelle narici), per poi venderli o regalarli, quei libercoli, nei ristoranti di una bohème che risorgeva, nei tanti bar all’aperto, sulle spiagge, nelle fiere, oppure inviarli per posta (erano ancora anni di piombo, il DOPS e l’SNI, la polizia politica, erano infiltrati da tutte le parti, occorreva perciò una diffusione discreta, un foglio di carta, niente show, niente film, niente spettacolo pubblico...), o lasciarli in vendita nelle librerie – piccole pile sempre accanto al registratore di cassa dei librai più complici, in attesa di lettori altrettanto complici che non mancavano affatto. Questa era la (oggi leggendaria) literatura marginal (letteratura marginale), o literatura nanica (letteratura nana), come la chiamavano quelli del gruppo del settimanale satirico O Pasquim, del quale facevo parte anch’io allora, l’ultimo arrivato. Oppure la chiamavano, appunto, Geração Mimeógrafo (generazione ciclostile), la quale dietro quella precarietà quasi ridicola di mezzi compieva in quegli anni, alla sua medesima insaputa, il più radicale e profondo rinnovamento della letteratura brasiliana dai tempi del Movimento de Arte Moderna del 1922, del Movimento Antropofágico.
E proprio lì, attorno a quei ciclostili puzzolenti e a quelle spillatrici che ci foravano le dita, nasceva anche il mio idillio, il mio periodo favoloso, in tutti i sensi della parola, un tempo perduto e ora ritrovato. E se vogliamo proprio essere proustiani, era anche un tempo di profumo di patchouli, d’incenso di sandalo, di lavanda sul collo delle ragazze, del sapore del vino caldo nell’inverno di Ouro Preto, cantando insieme al gruppo Maria Déia per dimenticare il freddo, di riso integrale con igname, di cachaça rossa senza nome fatta nei cortili di Minas, ma anche di fettuccine alle tre del mattino nel Baixo Leblon, o di un filetto alla cubana in fondo al ristorante Lamas, insieme ai vecchi giornalisti del clandestino Partito Comunista, o nel Lucas, nell’Edificio Maleta, a Belo Horizonte, o nei bar della Rua Rego Freitas, a São Paulo, vicino al Teatro Opinião, sempre guardandosi attorno, sempre molto affamati, a fare sempre le ore piccole, la madrugada, e nonostante tutto sempre felici, come poi mai più saremmo stati.
Tè alla menta, tè di capim-limão. Profumo di rugiada, di marijuana. Il profumo dei riccioli di una certa Malu, che non ho mai più rivisto. Il sapore delle lacrime raccolte sulle sue labbra in un bacio commosso e in un abbandono assoluto.
Non vorrei aggiungere più niente a questo punto. Ho trovato un fotogramma all’altezza dell’idillio.
Va be’, torniamo alla letteratura.
La letteratura, si sa, non è solo testo, è anche una comunità, i suoi templi e i suoi riti. È proprio la forza delle sinergie che si sviluppano dentro una comunità letteraria e nei rapporti col suo pubblico che alla fine fa emergere i talenti individuali, i quali altrimenti verrebbero artisticamente abortiti, e si sarebbero dispersi per altre strade. Quella fase della storia brasiliana aveva una comunità in attività febbrile, che celebrava quotidianamente i suoi riti. A partire del 1975, quando un nuovo pubblico, avido di informazioni che non fossero solo le menzogne trasmesse dalla propaganda di regime, si era finalmente appassionato al nuovo fenomeno, e ogni settimana apparivano nuove riviste letterarie, che riscuotevano un successo tale da essere vendute nelle edicole e non solo nelle librerie, con tirature di migliaia di copie per ogni edizione: si chiamavano Ficção, Escrita, Inéditos, O Saco, Protótipo, Teia, e tante altre. Nel 1976, l’industria editoriale si rese conto a sua volta dello stato delle cose e cominciò a investire in quella nuova generazione. Per esempio, la casa editrice Codecri, appartenente a O Pasquim, pubblicava la collana Histórias De Um Novo Tempo (Storie di un tempo nuovo), con 12 racconti di 6 giovanissimi autori, tutti al di sotto dei 25 anni, che in una settimana vendette circa 30 mila copie, un record mai più uguagliato da autori esordienti in Brasile. I nomi: Caio Fernando Abreu, Luiz Fernando Emediato, Domingos Pellegrini Jr., Jefferson Ribeiro de Andrade, Antonio Barreto ed io stesso.
Un po’ più tardi la professoressa Heloisa Buarque de Hollanda, che già promuoveva in casa sua a Rio un salotto letterario d’avanguardia frequentato tra gli altri da Chacal, Ana Cristina Cesar, Cacaso, curava la collana di poesia 26 Poetas Hoje (26 poeti di oggi), che ebbe una grande risonanza sulla stampa e fece conoscere un’intera generazione emergente di poeti, anche se le scelte compiute allora dalla professoressa erano troppo personali e privilegiavano soltanto una delle tendenze in atto nel Paese, quella cioè della poesia minimalista, underground ("udigrudi", si diceva per scherzo allora), a scapito della corrente più impegnata politicamente e di quella che perseguiva un rinnovamento della potente vena lirica della tradizione, creando cosí una spaccatura insanabile che ancora oggi è una ferita aperta nella vita poetica brasiliana (si diceva allora che il "territorio brasiliano" coperto dalla collana di Heloisa cominciava all’Arpoador e finiva all’Avenida Niemeyer, ossia gli estremi della spiaggia di Ipanema, e basta).
Comunque, a quel punto l’esplosione, il boom si era già consolidato, e per la prima volta non era la musica, l’architettura o il Cinema Novo ad occupare un posto di rilievo tra le arti nei gusti del pubblico e nelle attenzioni della stampa, ma il nuovo veniva proprio da dove non si sarebbe potuto aspettare, dai giovani scrittori in un paese che leggeva – e legge tuttora – poco e male. La grande resistenza a quella cultura di destra che aveva ipnotizzato i ceti medi negli anni precedenti veniva dalle lettere, viste fino ad allora dalla gente come la più conservatrice tra le forme di espressione. E per quattro brevi meravigliosi anni fare lo scrittore in Brasile significava fare il rivoluzionario totale, nel contenuto ma anche nella forma, e capovolgere i concetti dominanti e la gretta cultura piccolo-borghese, che si cullava nell’illusione di un "miracolo economico" allestita dai militari.
Ma prima di raccontare cos’è successo alla fine del quadriennio, vorrei aggiungere ancora alcune cose su quell’età dell’oro.
Tra i riti di cui parlavo, c’era anche quello della lettura e del pubblico dibattito di testi di poesia e di narrativa all’interno delle università; un fenomeno non promosso dai docenti, bensì dagli allievi stessi, tante volte contro lo stesso orientamento repressivo dell’università, e non di rado anche in segreto. Questo forse spiegava in parte la presenza sempre numerosa degli studenti, seduti sul pavimento o in piedi nei corridoi, a sentire noi, gli autori con cui si identificavano, improvvisate e incerte pop star, che presentavamo con voce sempre appassionata i nostri testi inediti o conosciuti. Insieme a Cacaso, per esempio, ho partecipato a pomeriggi di lettura alla Pontíficia Universidade Católica, e alla Universidade Federal Fluminense, a Niterói, e poi alla Federal di Rio. E si leggeva anche sotto un grande tendone aperto prima vicino alla spiaggia di Arpoador e poi ai piedi dell’acquedotto di Lapa, il Circo Voador (Circo Volante), con la presenza di centinaia di giovani cariocas. Ma soprattutto nelle piccole librerie alternative della città, in una atmosfera da cave parigina, con tanto di fumo, musica jazz e sguardi complici. Erano la Folhetim, la Muro, la Leonardo da Vinci, la Dazibao, la Pasárgada, e poi la Contexto, la Xanan, la Timbre del barbuto, corpulento e attento Aluísio Leite, che è rimasto nel ricordo come una sorta di libraio-simbolo di quel periodo, anche se in verità si è "alzato in volo" al tramonto di quella splendida giornata.
Ana Cristina Cesar, amica di Cacaso, scoperta da Heloisa, poetessa carioca bionda e bella, reticente nel parlare e nello scrivere, sempre così seria e sensibile, è stata forse "l’uccellino nella miniera" di quel percorso. E forse avvertiva inconsciamente l’esaurimento di un’epoca, la nostra infanzia letteraria dorata, e un giorno smise di parlare, o cominciò a pronunciare ininterrottamente un discorso inconcludente, non ho mai capito bene cos’era accaduto, infine venne ricoverata in un manicomio. Qualche mese dopo ne uscì, apparentemente rasserenata, "guarita", i genitori la riportarono a casa, un appartamento al decimo piano, e aperta la porta, proprio di fronte a loro, prese una rincorsa e si buttò dalla finestra senza dire una sola parola. Aveva poco più di vent’anni, ma fece in tempo a lasciarci la bella ed enigmatica raccolta A Teus Pés (Ai tuoi piedi).
Occorre aggiungere per correttezza intellettuale che quegli anni non furono caratterizzati solo dalle nostre storie, e prima che sia accusato di troppe imprecisioni vorrei aggiungere che non mancavano anche gli scrittori più affermati, ed erano quelli che trascinavano i lettori. In ordine di preferenza all’epoca, João Antonio, José Louzeiro, Wander Piroli, e poi Rubem Fonseca, Clarice Lispector, Lygia Fagundes Telles, Luís Vilela, Ignácio di Loyola Brandão e tre grandi vecchi; Drummond, Jorge Amado e Érico Veríssimo, che in Incidente In Antares faceva risvegliare i morti rimasti insepolti per uno sciopero dei becchini, al fine di compiere quella Rivoluzione che effettivamente cercavamo di avviare nel paese. Ma che nonostante tutti quei libri straordinari non è stata fatta, e probabilmente non lo sarà mai. Sono i limiti della letteratura, limiti che noi allora non conoscevamo, o non volevamo conoscere. E così una letteratura che per un attimo si era creduta onnipotente era stata scavalcata dalle forze della politica, non quella desiderata, ma quella possibile.
L’amnistia per gli esiliati ufficiali della dittatura, nel 1979, e il ritiro delle leggi eccezionali, tra le quali quelle della censura e l’Atto Istituzionale n°5, una specie di Stato di Assedio permanente, rimescolò nuovamente le carte. Gli interventi politici e le proposte dei reduci dall’esilio, i programmi giornalistici della TV, le biografie dei personaggi della storia recente del paese e i talk-show diventarono in breve il discorso egemonico, e a partire dal Verão da Abertura (l’estate dell’apertura politica), a cavallo tra il 1979 e il 1980, la poesia e la narrativa brasiliana vennero brutalmente messe da parte, come un paravento ingombrante e fuori moda, le case editrici chiudevano nuovamente le loro porte a chi non scrivesse direttamente e senza "orpelli di stile" sulla realtà, mentre anche sulla stampa, fino a quel momento così attenta, cadeva un pesante sipario di silenzio.
Mentre scrivo queste righe sono già passati quasi trent’anni e da quell’imprevista tenebra la letteratura brasiliana non si è mai più ripresa. È diventata da allora come una nicchia, coltivata da pochi, ininfluente dal punto di vista sociale e culturale, ignorata o derisa da quella stessa stampa che alla nascita l’aveva incensata. Dopo i libri biografici, passò la moda dei libri di self-help e di esoterismo fasullo, di magia, oppure arrivò il turno dei testi scritti dai comici e dai personaggi di successo televisivo: collane di barzellette e di pettegolezzi occupano ancora oggi lo spazio lasciato vuoto negli scaffali. Praticamente nessuna delle opere di quel periodo magico è stata ristampata, e oggi è solo possibile trovarne, forse e con un po’ di fortuna, qualche copia ingiallita e spiegazzata nei sebos, gli antiquari di libri usati.
E agli autori cos’è successo? Tanti, ma proprio tanti di quei giovani sono morti prematuramente, suicidi, di AIDS, di pazzia, di overdose, di delusione: Caio, Ana Cristina, Cacaso, Torquato, Leminski... Altri lasciarono il paese in un esilio anonimo, non-ufficiale, senza il prestigio e il riconoscimento dei nobilitati esili di allora: Sergio Kokis, Teresa Albues, io stesso. Altri sono rimasti, ad invecchiare dietro alla scrivania di un giornale o di un ufficio, e a questi ultimi non piace nemmeno la semplice menzione di quell’avventura, come se fossero sopravvissuti a un naufragio o a un olocausto (ma in verità sono tanti i modi di vivere interiormente un naufragio o un olocausto...).
Pochi invece hanno continuato a scrivere, a inseguire la chimera di una carriera letteraria, a perseguire un miraggio. Quel che resta è il fatto di aver comunque vissuto per un attimo l’idillio con la Storia. E anche questo non è cosa da poco.
Ma fermiamoci qua. Non possiamo concederci il lusso di bruciare, nel consolarci, l’energia del cambiamento. E ce ne vuole poi cosí tanta...
Alla fine mi è rimasta impressa un’immagine, quella di un giovane sconosciuto, seduto qualche sedia davanti alla mia nel traghetto che da Niterói ci portava a Rio de Janeiro attraverso la baia, mentre all’improvviso estrae dalla sua borsa a tracolla un libro, il mio primo libro, Torpalium, e si mette a leggerlo ignaro del fatto che l’autore sedeva alle sue spalle. Era il 1977. La palpitazione generata in me da quella visione la sento ancora oggi solo al ricordo: l’epifania, la visione di un miracolo, quello sdoppiarsi in un altro essere fatto di carta e inchiostro, fatto di parole e di idee, fatto di noi stessi, insomma. Sono immagini che oggi mi ridanno energia, invece di sottrarmela.
E se pure non fossero in grado di farlo, avrei comunque dentro di me ancora una riserva di quei baci languidi al profumo di lavanda... e bastano quelli per continuare a vivere.
Julio Monteiro Martins
è uno scrittore brasiliano che vive da 10 anni in Italia, e qui ha pubblicato per Besa editrice "Racconti italiani" nel 2000 e "La passione del vuoto", di prossima uscita per la stessa casa editrice. È il direttore della Scuola e della Rivista Sagarana: www.sagarana.net .
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I FANCIULLI DEL SOTTOSUOLO
piccola rubrica di letteratura ultra-contemporanea
Questa rubrìca (non rùbrica) vorrebbe tentare di promuovere scrittori ancora per lo più sconosciuti. Una cosa che di questi tempi sembrano voler far tutti –a volte mi domando perché.
Diciamo però: invece che il solito spazio dove codesti scrittori possano dimostrare al mondo di avere doti di grandi artisti e d’essere perfettamente in grado di inserirsi correttamente nella grande e iperplastica macchina della letteratura italiana, vorremmo (tanto perché bisogna sempre trovare un modo nuovo di far sciroppare all’utenza le solite vecchie cose) tentare di scrivere specie di recensioni di singoli autori che sono parsi (mi sono parsi) rilevanti, dando poi all’utenza stessa i modi e i mezzi per andarsi a visionare da sé, chi lo vorrà, i testi dei di cui sopra, tanto per vedere se chi scrive questa rubrìca dice cose più o meno sensate.
Riguardo al nome della rubrìca non chiedetemi spiegazioni perché non ne do mai.
Thomas Pololi
Pubblicato, o in attesa di esserlo a breve, su/da alcune riviste tra cui Décadance, la rivista del sottoscritto, Thomas Pololi scrive quasi esclusivamente racconti.
Diciamo anche che è parecchio difficile dare un nome alle cose che scrive. Indubbiamente Thomas è quello che in generale si potrebbe definire un giovanilista; lo stile di cui si serve per scrivere gran parte di quello che scrive è assolutamente troppo grintoso e arrabbiato, spesso di cattivo gusto, pieno di un retaggio cannibalesco che non gli fa molto onore.
Ciononostante c’è qualcosa di folle dentro ogni suo lavoro, come una tara; in alcune sue frasi sembra riuscire a trovare una sorta di intuito capace di aprire varchi nel suo stile alquanto manierato, un intuito che gli permette di lasciar intendere tutta la devastazione che si nasconde dietro l’apparente ironia delle cose, dietro la troppa –posticcia?- spensieratezza del suo linguaggio.
Una tristezza larga pervade i suoi racconti, una tristezza che sembra quasi una prerogativa non dei suoi personaggi ma di lui stesso che scrive e che comunica a tutto un senso profondo di inadeguatezza, di fatiscenza.
Per quanto, nei suoi racconti, la narrazione non proceda quasi mai piana e omogenea ma spesso piena di sbalzi poco controllati, per quanto lo stile sembri apparentemente omogeneizzare tutto e renderlo digeribile, non c’è proprio niente di digeribile in Pololi, non c’è niente di buono in ciò che accade ma tutto appare sempre come un presagio di qualcosa che non si realizza mai: di qualcosa che è come un’ombra di qualcosa che è sempre sull’orlo di accadere e non avviene. Ed è come se chi parlasse –chi scrivesse?- desiderasse davvero che questo qualcosa avvenga, finalmente, che questo stralogoro io narrante/parlante stia sperando solo che tutto si compia, che stia solo aspettando, senza dir niente per scaramanzia.
E se mi sono lasciato prendere troppo la mano in questa mia piccola rubrìca (non rùbrica) scusatemi, ma è che davvero trovo Pololi uno tra gli autori inediti più bravi d’Italia, e certamente uno tra i meno considerati dalle riviste ufficiali.
Una piccola biografia di Thomas Pololi è reperibile su:
www.cadnet.org/biografie_n_1
Alcuni racconti di Thomas Pololi sono pubblicati su:
http://www.cadnet.org/decadance/buone_notizie.htm
http://www.cadnet.marche.it/decadance/fanculo_pure_voi.htm
http://www.nonsoloparole.com/Public/Racconti/rotelle/senzatitolopololi.htm
http://www.liberodiscrivere.it/autore/leggiautore.asp?IDAnagrafica=3926
http://www.scrittinediti.it/numerosette/scritti14.htm
Marco Motta è autore di racconti e direttore di una sua fanzine via mail (o off-line come a lui piace di più dirla –perché fa molto fashion).
Décadance è la suddetta fanzine off-line di racconti inediti. E’ gratuita e viene distribuita via mail ai soli iscritti. Per maggiori informazioni potete scrivere a
decadance_narrazioni@hotmail.com o dare un’occhiata sul sito www.cadnet.org/decadance____________________________________________________________________________________
FILM IN SALA
L’identità di genere nel thriller americano
Il film: Identità
- USA 2003 - di James Mangold, con John Cusack, Amanda Peet, Ray Liotta, Alfred Molina, Clea Duvall, Rebecca De Mornay -Dieci persone sono costrette da una pioggia torrenziale a fermarsi in un motel perso nel nulla. La convivenza sarebbe già difficile di per sé, visto che i loro caratteri sono assai diversi e le rispettive professioni – dall’ex diva al poliziotto che scorta un pluriomicida sino a un autista dal passato dolorosamente misterioso – non sono certo fatte per rendere più facile l’amalgama del gruppo. Ma a propria insaputa i convenuti hanno più di qualcosa in comune: portano il nome di uno stato americano e sono nati lo stesso giorno. E, quel che più conta, cominciano a morire uno dopo l’altro, in un macabro conto alla rovescia contrassegnato dalle chiavi delle rispettive stanze. Urge scoprire l’assassino: ma la vera partita si sta giocando da tutt’altra parte, dove uno psichiatra cerca di convincere il governatore dello stato a revocare la pena di morte comminata a un serial killer. Che – guarda il caso – ha commesso una strage in un motel…
Nelle ultime annate il thriller "made in Usa" non aveva riservato grandi sorprese. Quasi che, dopo gli exploit di "I soliti sospetti" e "Seven", il genere si fosse appiattito sullo sfruttamento pedissequo del sentiero da loro tracciato, con vagonate di serial killer sempre più trucidi o identità nascoste la cui rivelazione variava dall’improbabile all’indifferente. Standardizzazione forse inevitabile, di sicuro penalizzante per lo spettatore che da un thriller si aspetterebbe quantomeno di essere sorpreso se non proprio scosso. Pur senza essere un capolavoro, "Identità" rappresenta qualcosa di diverso e migliore. Intendiamoci, la regola che vuole il genere ammalato di citazionismo non viene smentita.
Anzi, qui i rimandi si moltiplicano: da Hitchcock alla Christie di Dieci Piccoli Indiani, dai due titoli – svolta di cui sopra al De Palma di "Doppia Personalità" (e l’elenco potrebbe continuare a lungo). Per una volta però la citazione – anche assolutamente esplicita – risponde a un fine superiore, per certi aspetti addirittura teoretico. Le cadenze tradizionali della forma/thriller vengono infatti utilizzate per un discorso di singolare consapevolezza sul ruolo centrale dell’autore (meglio dei coautori, regista e sceneggiatore) nell’opera cinematografica. Autori che sono al contempo creatori e distruttori: di personaggi, di ipotesi narrative, di senso. Senza che ce ne rendiamo conto fino alla impegnativa (ma ineccepibile) spiegazione del mistero, "Identità" mette in realtà in scena un film nel film: quel che stiamo vedendo sullo schermo non è la realtà – per quanto bidimensionale e convenzionalmente definita – dell’opera in scena, ma la rappresentazione di qualcosa d’altro, di una mente che sta identificando un percorso narrativo coerente sacrificando - dove necessario – il superfluo, in un gioco che ha per mira la stessa sanità mentale di chi lo ha posto in essere. A dire, in modo rozzo quanto si vuole ma chiarissimo, le difficoltà insite in qualunque processo di creazione artistica.
Tentativo ambizioso, di quelli che rischiano il ridicolo a non essere Resnais. Mangold non lo è certamente, ma in passato (si pensi solo al bel "Copland") ha dimostrato di essere qualcosa di più di un mero artigiano hollywoodiano, e qui si riconferma regista abile e ottimo direttore di un cast che raccoglie un buon numero di quasi stelle. Ne risulta una pellicola condotta ineccepibilmente per almeno 75 degli 87 minuti totali. Peccato solo per il consueto (per quanto strutturalmente coerente) accumulo di finali ormai tipico del cinema Usa, che toglie un po’ di magia al risultato finale. Ma nel complesso si rimane soddisfatti: nel cinema odierno è assai raro trovare un film che coniughi intrattenimento e ambizione narrativo/teoretica. Pur con qualche limite "Identità" ci riesce: motivo più che sufficiente per pagare il canonico biglietto.
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IL CERCHIO MAGICO
Rubrica su fiabe, miti, leggende e dintorni
a cura di Fabiana Gambardella
La fiaba, ossia il racconto di tema fantastico, è al tempo stesso quanto di più semplice e di più complesso esista nel mondo della narrativa. Complesso ed affascinante è il mondo di simboli ancestrali che viene offerto attraverso situazioni, luoghi e personaggi relativamente semplici.
Il forte valore archetipico dei personaggi è forse uno degli elementi di maggiore fascinazione del genere. Molti sono i personaggi leggendari e tradizionali usati nei modi e nelle forme più svariati, sia dalla letteratura che dal folclore: dai folletti alla baba jaga.
Questa rubrica, lungi dal voler diventare un trattato antropologico sul folclore o un compendio di personaggi letterari, tenterà ogni settimana di raccontare brevemente la vita di una di queste creature fantastiche. Per conoscerle e per ascoltare la storia che hanno da raccontare, che in fondo parla un po’ di tutti noi.
Invito fin d’ora i lettori a partecipare, segnalandomi personaggi fiabeschi e leggendari, magari caratteristici della zona dove vivono. Sarà un piacere inserirli nella rubrica e farli conoscere a tutti gli altri.
Per il numero zero di questa rubrica propongo un personaggio ricco di sfaccettature, sul quale sicuramente ritornerò più volte, a causa dei suoi tanti nomi e modi di presentarsi: LA STREGA.
La strega fiabesca non ha in comune quasi nulla con le sue omonime disgraziatamente vissute nella realtà ed arse vive fra la fine del Medio Evo ed il Rinascimento.
Nella realtà, fiabesca ovviamente, si tratta di un personaggio estremamente sfuggente, ripreso in più civiltà e di volta volta modificato per adattarsi a culture e bisogni umani diversi.Tre elementi rimangono costanti: la sua femminilità, la sua selvatichezza, il suo rapporto con forze negative, in particolare con la morte ed il regno dei morti.
L’etimologia della parola strega deriva dal latino strige(m), ovvero uccello notturno, e la collega ad uno dei più antichi simboli di morte: la civetta. L’uccello appariva in autunno, stagione in cui la natura tutta sembra in qualche modo morire.
Le streghe di epoca classica erano donne che si atteggiavano a morte: vivevano presso i cimiteri, erano di un pallore spettrale, vestivano con uno stretto abito nero e andavano a piedi nudi con i capelli sciolti. Si riteneva che aggirandosi tra le tombe conservassero un rapporto molto stretto con il mondo dell’aldilà e conoscessero i riti magici per ridare temporaneamente la vita ai defunti, onde interrogarli sul futuro degli uomini. Queste notizie sono di fonte letteraria (Orazio).
La leggenda narra che si riunissero in torme discinte e scapigliate nelle cosiddette notti di Tregenda: notti in cui sciamavano per le strade e per le vie dei villaggi per compiere malefici su chiunque fosse così sprovveduto da trovarsi sul loro percorso.
Nel folclore delle epoche successive la strega è sempre rappresentata come una vecchia che vive da sola in una capanna, strana o macabra (su zampe di gallina, circondata da una palizzata con dei teschi infilzati sopra, fatta di dolciumi, etc.) all’interno di un bosco fittissimo ed impenetrabile. Allorché un eroe si fosse avvicinato alla capanna poteva incorrere in due situazioni sostanzialmente differenti: nel caso che la strega fosse in casa, l’eroe avrebbe trovato un personaggio positivo, anche se spaventoso, che gli avrebbe donato un oggetto o un animale magico e che l’avrebbe aiutato nella sua impresa; nel malaugurato caso che la strega fosse assente, l’eroe avrebbe fatto bene a trovare un buon posto nel quale nascondersi, prima che ella tornasse, poiché in questo caso si sarebbe dovuto scontrare con un personaggio negativo, con l’intenzione precisa di uccidere l’eroe, spesso allo scopo di cibarsene.
L’archetipo della strega ha dato vita a molti personaggi, anche profondamente diversi tra loro, sia nell’ambito del folclore che in ambito letterario, da Morgana l’incantatrice a Lady Macbeth.
La strega, come vedremo nelle prossime settimane, attraverso le sue connotazioni fiabesche, affonda le proprie radici nell’antico mito della Grande Madre e nelle arcaiche religioni collegate alla luna, fino a trasformarsi, in epoca medioevale, in un personaggio dalle valenze eminentemente negative.
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NOTE SULLA GENESI DELLA NOSTRA INIZIATIVA
La Bottega di Poesia «Fernando Pessoa» nasce nel 1993 con la ferma volontà di leggere, avvicinare e diffondere scrittori sconosciuti; riscoprire autori dimenticati e trascurati; riportare la poesia verso i lettori, puntando sulla centralità e sulla forza del testo. Siamo entrati in tal modo in contatto con più di millequattrocentocinquanta scrittori, diversi per età, provenienza e interessi. Tra questi oltre un centinaio sostengono attualmente il progetto collaborando anche da Europa, Stati Uniti, Guyana francese e Isola de La Reunion.
Abbiamo relazioni culturali con trenta riviste e gruppi letterari, dopo oltre duecentosessanta contatti, sia per diffondere la nostra iniziativa, sia per promuovere sempre nuove cooperazioni. Collaborano con noi alcuni docenti universitari. Organizziamo serate di poesia e incontri letterari, perché giudichiamo importante il dialogo e il confronto con tutti, anche con chi ritiene di scarso interesse la poesia per approcci affrettati o per lontani ricordi negativi.
Nell’agosto ‘93 abbiamo intrapreso la stampa, con veste grafica essenziale, della rivista del gruppo: Il Foglio Clandestino. Nella pubblicazione trovano spazio poesie, racconti, traduzioni originali, agili interventi critici, profili di autori noti e di altri pressoché sconosciuti e tutto quanto possa contribuire a sviluppare la conoscenza del mondo letterario. La rivista è autodiffusa, gratuita e si finanzia con contributi liberi; la periodicità è trimestrale.
Promuoviamo le iniziative Nienteguerre – Poesia contro ogni violenza; Centocinquantarighe, rassegna di narrativa breve e Saggiobreve per saggi letterari. Conduciamo un Laboratorio di Scrittura Creativa e il corso di Storia della Poesia all’Università del Tempo Libero di Seregno.
Nei numeri de Il Foglio Clandestino abbiamo incontrato autori come Fernando Pessoa (nostro ispiratore), Stig Dagerman, Srecko Kosovel, Angelo Maria Ripellino, Varlam Šalamov, Antonio Pinghelli, Raymond Farina e altri, validi ma esclusi da un mercato editoriale che definire miope è riduttivo. Dal 1994 collabora con noi Peter Russell, uno dei maggiori poeti inglesi moderni.
Alla nostra e-mail: bottega_2G@compuserve.com o alla Casella Postale N. 67 – 20099 Sesto San Giovanni (Mi) è possibile inviare poesie, saggi o racconti brevi (allegando sempre una breve nota biografica).
Infine proponiamo ai nostri interlocutori di segnalare autori, noti o meno, che amano e che sono interessati a far conoscere. Questo contributo ci consentirà di realizzare uno spazio di studio, di approfondimento e d’invito alla lettura.
Speriamo che i nostri propositi siano interessanti e stimolino i lettori ad un’attiva collaborazione. Confidiamo nell’appoggio di tutti, sia per favorire la diffusione della nostra iniziativa, sia per lo sviluppo delle attività che La Bottega di Poesia promuoverà.
La redazione
Proposta di manifesto per un movimento di rinnovamento culturale e letterario
Da tempo, stimolati sia da alcune letture sia dall’esperienza realizzata con la nostra rivista Il Foglio Clandestino, abbiamo cominciato ad elaborare un progetto, che sottoponiamo a riviste, circoli ed altre realtà culturali per raccogliere suggerimenti e, soprattutto, per sviluppare insieme questa nostra iniziativa.
Riteniamo che la cultura in Italia sia settaria, dispersa e isolata, anche per proprie meschine scelte. È abbastanza difficile conoscere l’attività dei vari gruppi e sono inadeguati la diffusione e lo scambio d’idee; manca un movimento che, seppur in modo articolato e da varie posizioni (che non devono certo essere fossilizzate), abbia come idea centrale quella di rinnovare la cultura e renderla attiva, partecipe e influente sulla vita sociale degli individui.
Non si tratta assolutamente di un discorso politico. Riteniamo che la cultura, oltre ad operare nei "salotti" (che devono restare in ogni caso attivi) e negli ambiti universitari, debba privilegiare l’ampia diffusione. Con questo non perseguiamo una volgarizzazione e una semplificazione della cultura, ma una partecipazione e un impegno ad ogni livello.
La nostra idea iniziale è quella di creare un circuito di riviste letterarie collegate tra loro, con scambi d’idee, autori e testi e, nello stesso tempo, impegnate ad organizzare incontri, letture pubbliche e dibattiti sulla e per la cultura.
In queste occasioni non si dovranno tenere lezioni accademiche, ma discussioni aperte, nelle quali il pubblico possa partecipare e proporre attivamente.
Riteniamo indispensabile un coordinamento tra riviste ed entità culturali differenti per aver la possibilità di una maggiore diffusione e voce, con un peso determinante nel contesto e nella struttura sociali.
In un secondo tempo si potrà creare una pubblicazione in cui saranno inseriti gli indici delle varie riviste aderenti al progetto, gli argomenti trattati e gli autori degli interventi e dei testi poetici o narrativi. Questo potrà servire sia agli studiosi sia ai molti che s’interessano di letteratura e poesia a vario livello d’impegno.
Al contrario di quanto ci consentono la televisione e i giornali che ci sommergono di notizie, pensiamo si debba non solo sapere ma, soprattutto, conoscere, raggiungendo un livello più cosciente e partecipativo, per superare i limiti e le chiusure mentali.
In questo momento, pensiamo a quando Fernando Pessoa parlava della poesia come ‘sorriso delle lettere’ o a Paul Celan che affermava di non vedere differenza «tra una stretta di mano ed un poema». Siamo convinti che nella società moderna, dove siamo insieme ma non uniti, ci sia molto bisogno di sorrisi e di strette di mano, non solo ideali.
La Redazione
Il Foglio Clandestino
Rivista di poeti e narratori de «La Bottega di Poesia «Fernando Pessoa»
Bimestrale. Stampato in proprio con mezzi informatici.
Recapito: Casella Postale n° 67 – 20099 Sesto San Giovanni (Mi)
Telefono 339 3604295 – Fax 02 26227506
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Direttore: Roberto Marchi
Coordinatore redazionale: Gilberto Gavioli
Redazione: Gabriella Gavioli, Luigi Medri, Peter Patti (franc'O'brain), Peter Russell† e Aurelio Tagliabue.
Proprietà: Consulteam S.r.l.
Abbiamo partecipato ad alcune manifestazioni tra le quali: Mostra delle Riviste di Poesia, a Bergamo (dal 1994); Edi-Poesia, Mostra delle Riviste di Poesia, a Giano dell’Umbria (1996); I Festival di Poesia, organizzato dalla rivista «Poesia», a Venezia (1996); Irregular, expo delle fanzine e dell’editoria autoprodotta, a Milano (1997); Esposizione Poveri ma liberi – fanzine italiane 1977-1997 (1998), in varie città italiane; 2° e 3° Meeting di Poesia Interdisciplinare a Bologna (1998 e 1999); Fabbrica Globale dell’Antilibro a Campo Ligure e a Genova (1999 e 2000); Creativa – 2° incontro per l’autoproduzione artistica a Rignano sull’Arno (2001); Convegno e Mostra Riviste di cultura e industria della comunicazione a Grosseto (2001); Convivio dei popoli per la pace a Riccione (2002); Creativa 3 – incontro per l’autoproduzione artistica a Rignano sull’Arno (2002).
La rivista è stata segnalata a tutta pagina su riviste prestigiose quali Bloc Notes (Svizzera) e YIP dell’Università di Yale (Stati Uniti). Della rivista si è occupata, il 24 gennaio 2002, France-Culture (emissione nazionale di Radio France) nella trasmissione "Entre-Revues" diretta da Mathieu Bénézet. È compresa nella sezione ‘scrittori esordienti’ nel sito del Salone del libro di Parigi 2002 (http://www.italiaparigi2002.it/paris/fr/editoriaItaliana/scheda/esordienti.htm).
La rivista è censita, dal 1997, nel Catalogo dei Periodici Italiani dell’Editrice Bibliografica.
Il Foglio Clandestino con altre riviste (in totale venti di vario argomento) autoprodotte (fanzine) è compreso nella "prima tesi italiana dedicata alle fanzine", discussa nell’estate 2001 presso l’Università degli Studi di Urbino – Facoltà di Sociologia – Corso di Laurea in Sociologia e che ha ottenuto una votazione di 110/110.
È attivo il sito della rivista – www.ilfoglioclandestino.it
Le pubblicazioni delle Edizioni del Foglio Clandestino
Le raccolte de La Bottega di Poesia «Fernando Pessoa»
Per aiutarci a continuare il nostro impegno ricordiamo che sono disponibili i numeri arretrati della rivista, che saranno inviati versando 3 € a copia, comprese le spese di spedizione. Per più di 5 copie sarà effettuato uno sconto del 20%.
I pagamenti e i contributi possono essere versati sul conto corrente postale n. 37 47 62 07 intestato a Gilberto Gavioli.
Il Foglio Clandestino – n. 47 – novembre 2002
Sommario del nuovo numero
Afildipenna: Dei poeti… laureati e Della replica censurata
Traduzioni: Sakis Serefas a cura di Crescenzio Sangiglio
Anniversari: August Strindberg (1849-1912)
Interventi
Urrà per Velimiro poeta nomade e bambino di Andrea Giuli
Un viaggio letterario con Fernando Pessoa di Gabriella Màdaro
Mito e rito: Dei del cielo (II) – Era e Apollo a cura di Gabriella Gavioli
E. M. Cioran: Da ‘Quaderni 1957-1972’
Poesia
Raymond Carver: Chiarore residuo
Fernando Pessoa: Felice è lo storpio, lo zoppo, il matto, il cieco
Peter Russell: De animae baptismate
Piccola antologia: J. Bastard, A. Biscaro, F. Camerini, F. Dell’Olio, P. Carnevali,
M. Costarelli, Gilberto Gavioli, G. Giannetti, G. Priano, N. Sguera
Narrativa
Nella neve di Varlam Šalamov
Daniela di Francesco Scaramozzino
Notizie
Chi non la riceve abitualmente, può richiedere copia della rivista Il Foglio Clandestino alla redazione, attraverso la posta elettronica. Grazie a tutti per l’attenzione.
Il coordinatore redazionale
Gilberto Gavioli
bottega_2G@compuserve.com
INDICE DEGLI ULTIMI NUMERI DE IL FOGLIO CLANDESTINO
Anno IX – Numero trentotto – gennaio 2001
Delle cose che ci auguriamo. W. Eastlake: 5 poesie traduzione di R. Marchi. Libero De Libero: 4 poesie. Futurismo: arte e letteratura tra passato e presente di P. Colciago. Massimo Troisi e l’anima del postino di Neruda di A. Tagliabue. F. Pessoa: Quando penso che la mia più miserevole impronta. P. Russell: La scorsa notte. R. Carver: Il venditore di enciclopedie. L’ombra di E. Cerquiglini; Dimmi sonno, sortilegio di quietanza di L. Chiereghin; [Une statue blanche et petite] di M. Fantuzzi; Le voci! di M. Medica; Intingo le meningi di B. Micali; Vetustà di A. Salieri; Ogni foglio ha un margine di B. Salmeri; Pensieri a squarciagola di M. Sirilli; Oro amaro di D. Racca. (Ri)viste. ‘Centocinquantarighe’: Ciccione! di A. Figliolia e Bentamìn (no time for romantic escape) di A. Ghiraldo.
Anno IX – Numero trentanove – marzo 2001 – Speciale Centocinquantarighe II edizione
C’era rumore di acqua di F. Beccaccini Lagorio; Ritorni di M. Bernini; Pupazzi di R. Colantonio; Una storia interrotta di A. Della Rocca; Il mondo è sensazione di A. Finiguerra; 15/03/000 di N. Fiore; Aperitivirossi di E. Foppiani; A mia nonna di D. Fraschini; Il figlio degenere di A. Moschini; Heinz Kelter di G. Murador; Pupo bello di E. Peruffo.
(Ri)viste.Anno IX – Numero quaranta – maggio/luglio 2001
Delle antologie. R. Farina: 6 sonetti traduzione di R. Marchi. A. Rimbaud: Lettera detta del "Veggente" (estratti). Dei del cielo (I) a cura di Gabriella Gavioli. Kandinskij: la necessità interiore dell’arte di P. Colciago. Zeno Cosini e le parole di ogni padre di A. Tagliabue. P. Russell: La Turbina. F. Pessoa: Se m’addormentassi al suono… A. M. Ripellino: Le parole sparute che scrivo. Rituale di M. B. Cerro; Tutti vorremmo, signorina di F. Ciofi. Ombre di A. Lini. Nella fessura che è di D. Mandolini; Chiavi di R. Messinese; Dopo di B. Micali. P. Bichsel: Piani; Gli uomini e Peonie. Sanguedolce di C. Berlinzani Deharo.
Anno IX – Numero quarantuno – settembre 2001
Delle iniziative senza onere. I. Goll: 5 poesie traduzione di P. Patti. O. Mandel’štam: 4 poesie. Il tempo perduto dell’amico ritrovato di A. Tagliabue. La Tabacaria di Álvaro de Campos di S. Beltramo. Nienteguerre: Kaboom di A. Dezi; Se di C. Gnolfi; La mia vista è offuscata di M. Mariani; Cardina la piega della bocca di F. Piri Focardi; dalle città a nord di P. Salvi; Nelle baracche di B. Schürch; La collina degli alberi di prugne di E. Zanardini. R. Carver: Abbi cura. F. Pessoa: Siamo nati all’imbrunire… P. Russell: Gran parte del mio passato… N. Suescún: A un tratto uno si sveglia traduzione di A. Magherini. Alain: La fatalità.
Anno IX – Numero quaradue – novembre 2001
Numero monografico dedicato all’opera di Peter Russell "Metameipseis noerai" in prima traduzione italiana a cura di Roberto Marchi.
Anno X – Numero quarantatrè – gennaio 2002
Del decennale e di un ristorante particolare. M. de Sá-Carneiro: 3 poesie traduzione di D. Di Pasquale. C. Drummond de Andrade: 3 poesie. Le inquietudini tardo-adolescenziali del giovane Alex di A. Tagliabue. Il violino nella Coscienza di Zeno di M. R. Panté. Le lettere tra James e Stevenson di P. Citati. F. Pessoa: Dalla bellezza e dall’amore nessuno si separi. P. Russell: In aspetto. A. M. Ripellino: Tutto è possibile la domenica... La campagna di Alessandro; Bada di C. Beltrami; Viso di strega di L. Cosenza; Ritrovo il silenzio… di G. Gavioli; Due di D. Mandolini; come insonnia interrotta dal tempo di A. Rizzi; Risposta di bimbo e I dialogo (sul treno per Parma) di G. Simoncini. Viaggiatori dell’alba… di H. Miller. Vagabondo di notte di E. Peruffo. Novembre e Il lattaio di P. Bichsel.
Anno X – Numero quarantaquattro – marzo 2002
Della giovinezza dei poeti. I. Lisboa: 3 poesie e 1 prosa traduzione di A. Ferreira. L. Hughes: 3 poesie. Corso: un americano rinascimentale di D. Cappelli. Un vecchio poliziotto… di A. Tagliabue. Le tre anime di Irene Lisboa di A. Ferreira. F. Pessoa: Il mondo è tutto intessuto… R. Carver: Non c’è bisogno. P. Russell: Ultimo giorno dell’anno. Il poeta sott’olio di E. Cerquiglini; Notte di ieri di A. Magherini; Rosse bacche d’autunno di Gilberto Gavioli; Il giardino di Laerte di L. Morandotti; Novembre di F. Vitali. Morte dell’amante di A. Delfini. Percezioni finissime di R. Musil. Il carbone di I. Örkény.
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FILM IN SALA
L’ambizione della Storia
di Davide Verazzani
Il film: La meglio gioventù
- Italia 2002 - di Marco Tullio Giordana, con Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Jasmine TrincaUn film che dura sei ore è del tutto inusuale. Lo giustifica il fatto che, originariamente, si trattava di una fiction pensata e girata esclusivamente per la RAI. La lungimiranza dei funzionari della TV di Stato ha tenuto il film nel cassetto per un anno, e solo l'inserimento in concorso alla Quinzaine di Cannes, e l'inopinata vittoria della manifestazione, ha convinto la RAI a programmarlo nel prossimo autunno, e nel frattempo a distribuirlo nelle sale opportunamente diviso in due spezzoni.
La vicenda parte dal 1966 e giunge, dunque, ai giorni nostri, anche se in effetti termina a metà degli anni Novanta, quando tutti i nodi narrativi vengono al pettine. Protagonista è la famiglia Carati: piccola borghesia romana, padre faccendiere ma onesto, madre maestra elementare, e quattro figli uno più particolare dell'altro: Giovanna, la maggiore, che già all'inizio è magistrato a Marghera (e si batterà contro i disastri provocati dalle aziende del porto) e che ritroveremo poi a Palermo prima e dopo l'assassinio di Falcone; Nicola, che dopo la laurea in medicina diventerà uno psichiatra seguace delle idee innovative di Basaglia; Matteo, il più fragile, che giovanissimo si arruola in polizia ma viene sballottato da una città all'altra per il suo carattere difficile ed irrequieto; ed infine Francesca, la più giovane, che studia da archeologa e si sposa con Carlo, il migliore amico di Nicola, diventato un importante funzionario della Banca d'Italia. Le vicende dei componenti del gruppo familiare si intersecano con quelle di altri personaggi, come Giorgia, una ragazza psicolabile curata a Roma con l'elettroshock, Giulia, la compagna di Nicola, che lo lascerà per entrare a far parte delle Brigate Rosse, e Mirella, fotografa siciliana, compagna di una notte per Matteo, da cui nascerà il ragazzo che concluderà il film con un viaggio-fotocopia di quello effettuato dallo zio Nicola tanti anni prima.
Ma soprattutto, sempre presente fino quasi a diventare protagonista assoluta,
c'è la Storia, ovvero questi ultimi trent'anni di vita italiana, turbolenti e
colmi di aspettative e di speranze, raramente tramutatesi in realtà.
Il progetto di Giordana è, in effetti, quello di riuscire a raccontare la
cronaca di questi anni attraverso il filtro delle vicende private di una
famiglia, tradendo in questo senso la sua origine televisiva, addirittura più da
soap che da fiction, se non fosse per la durata troppo breve. Ma per sua (e
nostra) fortuna, il lavoro del regista e, soprattutto, degli sceneggiatori (i
bravissimi Rulli e Petraglia), fa sì che i personaggi riescano ad interagire con
naturalezza con lo sfondo storico che hanno alle spalle, interiorizzando i
contenuti delle vicende che li circondano e camminando da protagonisti
all'interno di situazioni che altrimenti sarebbero state slegate dalla propria
psicologia. Ed in questo sta la grandezza del film, e la necessità (se vogliamo
chiamarla così) di una sua visione: Giordana costruisce, con inusitato coraggio,
un affresco gigantesco in cui fa muovere i suoi personaggi in modo tale che il
pubblico possa facilmente identificarsi, e quindi soffrire con loro,
comprendendo i loro stati d'animo perché inseriti in un contesto congeniale e
familiare.
Non tutto gira a meraviglia, peraltro, in questo progetto ambizioso: troppe volte la Storia è solo un pretesto per dare una connotazione temporale al racconto delle vicende (si veda la sconfitta dell'Italia con la Corea nel 1966, o l'assassinio di Falcone, tinteggiato appena e poi subito dimenticato, o infine l'improbabilissimo inserimento della finale dei Mondiali di Spagna nel 1982 durante una gita serale in un museo compiuta da Nicola con la figlia), e vengono a galla, a volte in maniera imbarazzante, le ossessioni del regista, quali il terrorismo (già protagonista, con ben maggiore forza e realismo, in altri film di Giordana), e la nuova psichiatria, trattata con leggerezza e senza che vengano sottolineati i tremendi carichi di dolore umano che l'hanno contrassegnata. Inoltre, la regia soffre a volte della sua impostazione televisiva, e si compiace di lunghi primi piani e di insistite scene in interni che allungano il brodo senza regalare emozioni.
Ogni imbarazzo, peraltro, viene cancellato da uno stuolo di interpreti assolutamente perfetti. Se si eccettua, infatti, Sonia Bergamasco, che dà a Giulia, sia nelle sue scelte estreme che nella normale quotidianità, un'aria eternamente sofferente senza che ve ne sia alcun bisogno, il resto degli attori sembra davvero baciato dalla grazia; se questo si poteva immaginare per un "mostro sacro" come Adriana Asti, dolce madre schiacciata dagli eventi della Storia che troverà nel limpido mare di Sicilia la forza di vivere con serenità gli anni della vecchiaia, e per una realtà del nostro nuovo cinema come Luigi Lo Cascio, che dona al personaggio di Nicola una dolente umanità che ce lo rende il più vicino ed il più amato, altrettanto non si poteva dire per Alessio Boni, il fragile e sfortunato Matteo, e per Fabrizio Gifuni, il volitivo e leale Carlo, che altrove non avevano affatto brillato. Anche se l'intrico delle emozioni passa necessariamente attraverso le straordinarie interpretazioni di Maya Sansa, la generosa e vitale fotografa che ridà vita al personaggio di Matteo con il suo lavoro, e funge da deus ex machina per far concludere i rimorsi e i dolori di Nicola, racchiudendoli nel suo animo pacificato, e soprattutto di Jasmine Trinca che, nonostante sia quasi un'esordiente e non una professionista, interpreta con incredibile naturalezza da attrice consumata un personaggio come Giorgia, il quale non solo è essenziale ai fini narrativi, visto che dà il "la" alle vicende iniziali ed attraversa con levità tutto il film fino alla sua conclusione, ma è anche difficile da un punto di vista interpretativo, data la sua instabilità psichica.
Forse non è un caso che, a Cannes, Giordana si sia portato proprio la Sansa e la Trinca. Così come non è un caso che abbia vinto. Non facciamone occasione per intonare peana alla rinascita del cinema italiano, ed alla sua improvvisa serietà d'intenti, chè verremmo smentiti nel giro di qualche mese; ma quantomeno, si tratta di un film che ha il merito di saperci nuovamente appassionare alle vicende dei personaggi, e di portare alla ribalta interpreti finora sconosciuti ai più. E, soprattutto, di farci discutere: e non fosse altro che per questo, merita la visione.
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La mia prima voce
di Heiko H. Caimi
Una sera con Sara. Sembra un gioco di parole. E invece no: si tratta semplicemente di un miracolo. Perché Sara, ormai, vive in America, e vedersi è un avvenimento che per me ha qualcosa di miracoloso. Questo, almeno, è ciò che mi sento dentro.
Perché Sara è la donna che mi ha dato voce. Non importa che ora sia lontana, importa ciò che è stato –qualcosa di profondo, di sconvolgente, che ha cambiato molti aspetti della mia vita. Non importa che oggi non sia più come prima: importa ciò che è stato per la mia vita. Che continua ad essere tutt’ora. Perché ogni cosa sarebbe diversa, per me, se non avessi conosciuto lei.
Ripenso ad alcuni dei momenti condivisi. Al fatto che ci siamo conosciuti quasi per caso. Avevo solo quattordici anni, lei uno meno di me. Io ero molto timido, lei non troppo. Era agosto ed ero privo di amici. Con i familiari non andavo d’accordo ormai da molto tempo, almeno secondo la percezione soggettiva che avevo allora del tempo. Fu la prima volta che vinsi la mia congenita timidezza. No, non feci chissà che: lei stava giocando a calcetto nel bar del paese con due amiche e, visto che di solito si gioca in due o in quattro, chiesi se potevo partecipare. Per un timido questo è un passo da gigante; specialmente se compiuto dinnanzi a testimoni (le sue amiche, che chissà cosa avrebbero potuto pensare e dire di me, poi). Ma ce la feci. A volte si diventa coraggiosi per disperazione. Che altro è, poi, il cosiddetto coraggio dei timidi? Che cosa se non dolore, disperazione, isolamento? E l’essere convinti di non poter essere accettati dagli altri?
Mi fecero partecipare. Per la prima volta qualcuno mi permetteva di partecipare senza farsi problemi. Per me era un avvenimento. Un avvenimento di quelli enormi, che possono cambiare moltissime cose. Che le cambieranno, se non sarà solo un breve incontro e se si avrà il coraggio di mettersi in gioco e d’imparare qualcosa.
Fu l’inizio di un’amicizia. Un’amicizia di quelle che durano tutta la vita. Ma allora non lo sapevo: allora avevo paura. E ad un certo punto la respinsi, perché non sopportavo le sue amiche o forse ne ero geloso. Lei, però, continuò ad accettarmi così come ero, senza pretendere di cambiarmi, senza chiedermi nulla di più o di diverso da ciò che potevo essere allora. Non rinunciò alle sue amicizie, per fortuna, ma decise di frequentarci separatamente. Aveva già allora un equilibrio interiore che io non mi sognavo neanche.
In quegli anni scrivevo molte poesie. Anche qualche racconto, quei racconti che non si fanno leggere quasi a nessuno perché ci si vergogna. A lei, un poco alla volta, li feci leggere. Non reagì come alcuni miei presunti amici, che mi consigliavano di lasciar perdere. Non reagì affatto. Mi chiese semplicemente di scrivere ancora, di farle leggere nuove storie, di continuare a creare. Non mi disse questo è bello questo è brutto: per lei era qualcosa di mio, che usciva da me, una parte della persona che sono. E lo accettava come qualunque altra parte della mia personalità. Non che fosse una persona acritica, anzi: discutevamo per ore di tutto, durante le lunghe serate estive. E mi diceva anche che cosa, secondo lei, non funzionava in ciò che scrivevo: che cosa non si capiva, che cosa non era chiaro; i punti nei quali mi dilungavo troppo, e inutilmente, a spiegare concetti e sensazioni, emozioni che temevo non fossero compresi; ed i punti nei quali tiravo dritto eludendo ciò che il mio subconscio non voleva affrontare. E’ chiaro, lei voleva conoscere me. Ma fu la miglior scuola di scrittura che mai abbia avuto. Perché mi diede modo di allenarmi, di esercitarmi; di affrontare i miei primi errori, di superarli; di unire la creatività letteraria all’autoconoscenza, e viceversa. Di conoscermi e di farmi conoscere. Di dare ritmo, timbro e voce a ciò che mi sentivo dentro ed a ciò che volevo scrivere. E pian piano la mia attività letteraria si dissociò dall’autobiografia, fino a permetterni di scrivere anche storie autonome senza nessun riferimento personale –a parte i temi di fondo, naturalmente.
Lei non scrisse mai molto. Quando lasciava tracce scritte era estremamente laconica. E quando scriveva di se stessa era lineare, lucida, serena. Ma un giorno mi diede da leggere un racconto breve breve, sette cartelle soltanto: la storia di una ragazza che attraversa la campagna accompagnata soltanto dal cigolio delle vecchie ruote della sua bicicletta, dai rumori della natura e dai propri pensieri. Una storia autobiografica, ma percorsa da una scorrevolezza di linguaggio, da una capacità di rappresentazione attraverso le immagini che mi facevano pensare a Pavese, e che invece erano opera di una quindicenne. Ogni tanto le rileggo, quelle sette cartelle. E mi chiedo perché non abbia continuato a scrivere. Senza sapermi dare risposta.
Glielo chiedo, in questa sera miracolosa. Mi risponde che il suo mondo è altrove, che ciò che ha dentro appartiene a lei soltanto, e alle persone cui vuole bene. Che potrebbe scrivere solo di sé, ma che quel sé è un luogo che non vuole vedere frequentato da troppe persone, tanto meno da sconosciuti. Ed io me ne sto lì, intrespolato sulla mia sedia, ad ascoltare le sue parole. Come sono diverso io, che dissimulo la mia autobiografia dentro a tutti i miei racconti, le donne che ho amato dietro i corpi e i pensieri di donne inventate, le esperienze che ho avuto nelle esperienze di uomini immaginari. Come siamo diversi, Sara ed io. Eppure come siamo vicini, ancora oggi, come siamo sempre stati.
Ritorniamo a casa a piedi. Ci è sempre piaciuto camminare nella notte scambiandoci impressioni, esperienze, pensieri. Questo non è cambiato mai. Neppure ora che è sposata con un altro uomo. E non importa che domani lei parta, perché nessuno è veramente lontano quando è dentro di noi. E lei è la donna che ha dato vita alla mia vita, che mi ha aiutato a superare molte timidezze, che ha dato voce -una voce vera, autentica, mia- alle cose che scrivo.
Ci salutiamo con un abbraccio lungo, prolungato. L’affetto, quando è sincero, non muore mai. E non è mai più morta quella mia voglia divorante di scrivere, di comunicare. Perché so che, in parte, scrivo anche per lei.
FINE
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UN VIAGGIO NELL’AMERICA DALL’ANIMA NERA
di Luigi Pennino
AAVV – IL MEGLIO DEL MYSTERY – a cura di Donald Westlake
Arnoldo Mondadori Editore – 265 pagine – 10 racconti – Prezzo: 5,10 euro
Da quando al timone del Giallo Mondadori c’è lo scrittore Sandrone Dazieri, la qualità media dei romanzi e delle antologie proposte è migliorata notevolmente, proponendo finalmente opere originali, ben scritte e, soprattutto, attuali. E "Il meglio del Mystery" non fa eccezione, perché si tratta di una autentica chicca.
A dire il vero l’antologia, che raccoglie dieci racconti di autori americani, non sfodera il meglio del mystery, ma una serie di racconti neri che più neri non si può.
Si incomincia con "La defenestrazione di Aba Sid" il cui protagonista, un avvocato incompetente, si trova a difendere un affiliato della mafia russa della cui innocenza per l’imputazione di omicidio è davvero convinto: ma tutti gli indizi sono contro di lui. Quando il suo avvocato scoprirà la verità, si sarà messo talmente in gioco, tanto come persona quanto come legale, che gli resterà soltanto una soluzione estrema. Il racconto è molto ben scritto, la tensione e l’ambiguità sono bene congegnate e, leggendolo, si viene trascinati nell’atmosfera della vicenda attraverso il punto di vista del protagonista. E questo, per un racconto scritto in terza persona, è davvero raro. E’ un peccato che in Italia non sia stato tradotto nessuno dei suoi romanzi, specialmente quel "Vaporetto 13" che rimanda a Venezia.
"L’isola in mezzo al fiume", di Chad Holley è la storia di due amici che si improvvisano rapinatori. Fino a quando gli eventi impazziscono e li gettano in una situazione senza uscita. In dodici pagine scarne l’autore riesce a tratteggiare i personaggi magistralmente, fino a coinvolgerci in una vicenda che dovrebbe esserci del tutto estranea. Il finale, poi, è un tocco da maestro, inevitabile ma reso imprevedibile dalla scelta del punto di vista.
"Terapia intensiva", di Edward Lee (già pubblicato nell’antologia "999 – Racconti inediti per un millennio da brivido" da Sperling & Kupfer, accanto a mostri sacri quali Joe R Lansdale, Neil Gaiman, Ramsey Campbell, T.E.D. Klein, Thomas Ligotti ed altri, a cura di Al Sarrantonio) è la storia di un gangster mafioso che si occupa di commercializzare film incentrati sulla pedofilia e che si trova in una situazione senza scampo, senza ricordare che cosa l’abbia portato ad essere ricoverato in un ospedale. Quando il ricordo si farà strada nella nebbia della rimozione, arriverà anche la vendetta, spietata, cinica ma estremamente appropriata. L’autore vinse un "Bram Stoker Award" nel 1995 (con "Mr. Torso"), ed oltre a cinque romanzi gialli ha scritto numerosi racconti di vario genere ma , se si eccettua questo racconto, è pressocchè sconosciuto in Italia. E’ un peccato, perché "Terapia intensiva" è una storia agghiacciante che ci trascina in un incubo e si conclude con un finale quasi horror degno della miglior narrativa di genere.
Dennis Lehane è l’unico autore dell’antologia noto al pubblico italiano per i thriller "Buio prendimi per mano", "La casa buia", "Pioggia nera" e "La morte non dimentica", tutti editi da Piemme, e spesso presenti anche in edicola. Di Lehane presente un racconto, "Esaurimento", che ci trasporta in un angolo buio della provincia americana, tra quegli interstizi di umanità degenere del Sud tanto cari a Joe R. Lansdale, e non sfigura affatto accanto al grande maestro. Una storia di amicizia, di amore e di cani disperante e disperata, un ritratto oscuro di un’umanità sull’orlo dell’annullamento. E la frase che chiude la novella è di quelle che non si dimenticano: " Nella vita, in caso non ve ne foste accorti, di solito si paga per i propri peccati. Al Sud, sempre".
"Pecore", di Thomas H. McNeely, è la storia di una vittima delle circostanze, una storia di ignoranza e di pregiudizio, d’impossibilità di comunicare che fa riflettere, come suggerisce l’autore stesso, "sull’inadeguatezza del sistema giudiziario penale" , che non tiene conto "di come e perché gli uomini condannati a morte erano diventati quel che erano".
Martha Moffett è, a mio parere, l’autrice più sopravvalutata dell’antologia ed il suo racconto, "Morte del cantante rock", è il ritratto di un’ossessione raccontata in maniera insipida e scontata. Peccato, perché l’idea era buona, ma lo svolgimento, incapace di essere minimalista come avrebbe richiesto la storia, è noioso e non porta da nessuna parte. E peccato anche perché si tratta dell’unica autrice presente nell’antologia.
"Insidia numerica", di Josh Pryor, è un racconto che ricorda, in alcuni momenti, "Il terrore corre sul filo", bel romanzo di Lucille Fletcher, a suo tempo premiato con l'Edgard Allan Poe Award, e splendido film di Anatole Litvak con Burt Lancaster e Barbara Stanwyck. Ma i riferimenti sono espliciti, giacché romanzo e film si intitolavano, in lingua originale, "Sorry, wrong number", ed il racconto di Pryor "Wrong Numbers". A parte le innovazioni tecnologiche ed il maggior numero di personaggi non ci sono grandi novità rispetto all’originale, ma l’autore riesce ad intrattenerci per 22 pagine con una buona tensione ed un finale così horror che più horror non si può.
"Il colpevole", di Shel Silverstein, è un magistrale racconto sulla giustizia e sulla discrezionalità dei giudici ("è l’ultima volta che cerco di emettere un verdetto basandomi sulla saggezza di chicchessia, invece che sulla mia"), denso di humour e nero come la pece. Davvero imperdibile. Forse il miglior racconto dell’intera raccolta.
"Ragazze da dimenticare", di Peter Moore Smith, è una discreta storia di ossessione e di morte (il suo primo romanzo, "Rivelazione", è stato pubblicato in Italia da Baldini & Castoldi ed è un buon thriller psicologico), mentre "Divinità palustri", di Brad Watson, è un buon racconto nero di isolamento e violenza.
Ogni racconto è preceduto da una breve presentazione dell’autore divisa in due parti: una generica, l’altra scritta di proprio pugno dai singoli autori.
Un’antologia, comunque, come non se ne leggevano da tempo, che consiglio non solo agli appassionati di storie nere ma anche a chi ama la buona letteratura di genere.
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L'amore non e' sempre una cosa meravigliosa
Il film: Raja
- Francia 2003 - di Jacques Doillon, con Pascal Greggory, Najat Bessalem -Frederic, un ricco francese che trascorre le sue giornate, in totale
indolenza, nella sua villa con piscina, conosce Raja e ne è attratto tanto da
assumerla al suo servizio, sfidando le ire delle sue
due vecchie cameriere. Tra Frederic e Raja comincia una schermaglia amorosa che,
oltre ad
essere compromessa da problemi di incomunicabilità (Fred non conosce il
marocchino, mentre
Raja capisce poche parole di francese), diventa quasi subito problematica per le
complesse
psicologie dei due: Fred non riesce a superare le proprie paure, mentre Raja non
è sicura
di potersi fidare del francese. La vicenda assume contorni paradossali quando
Fred, dopo
aver licenziato Raja per motivi futili, la torna a cercare e decide non solo di
assumerla
di nuovo, ma di prendere a servizio come autista anche Youssef, il suo presunto
fidanzato
(che è in realtà il fratello della sua migliore amica, ed in sostanza una sorta
di
protettore), cercando di organizzare un matrimonio fra i due. Anche quando,
finalmente,
Raja si concede a Fred, i dubbi sulla loro relazione non scompaiono, e la
ragazza
preferirà andarsene per sempre, tornando alla propria vita di stenti. A nulla
servirà un
ennesimo tentativo di riconciliazione da parte di Fred, che crollerà di nuovo
davanti alle
pretese economiche di Youssef e deciderà quindi di andarsene sperando che, prima
o poi, sia Raja
a tornarlo a cercare.
Comincia in tono decisamente minore il concorso ufficiale della Mostra del
Cinema, con un
melodramma che, nonostante il nobile intento di mostrare la difficoltà del
sentimento fra
culture diverse, in più punti non convince e non rende lo spettatore
compartecipe. Il
regista Doillon, forse troppo preoccupato della verosimiglianza dei dialoghi e
dei luoghi,
non si è accorto che l'eccessiva lunghezza della narrazione, a lungo andare,
riduce i due
personaggi principali a macchiette che sono in lotta non tanto con se stesse
quanto con la
realtà. L'ambientazione quasi teatrale, poi, se giustamente dà risalto al
"chiuso" della
villa di Fred (che, nella sua opprimente abitudinarietà, si contrappone invece
allo spazio
desertico o ai vicoli sordidi dove vive Raja, squallido e polveroso ma
straordinariamente
più pulsante), avrebbe necessitato di un'accortezza quasi matematica nella
costruzione dei
dialoghi, che invece risultano essere assai spesso eccessivamente (ed
inutilmente)
verbosi, o sciatti come se fossero improvvisati. Raja, nel suo orgoglio e nella
sua
disperazione, e Fred, nella sua ignavia e nella sua desolazione, avrebbero
potuto essere
personaggi difficilmente dimenticabili, vista anche l'interpretazione intensa
che ne danno
rispettivamente Najat Bessalem e Pascal Greggory; ma il sentimento che vibra,
sottostante
agli sguardi intensi e silenziosi dei due protagonisti, avrebbe meritato ben
altro
trattamento, piuttosto che un banale "gioco degli equivoci" che, anzichè
commuovere,
strappa in più punti un'involontaria risata.