Il ritorno
Il film di Andrey Zvyagintsev recensito da Davide Verazzani
Il ritorno
The Return
Regia: Andrey Zvyagintsev.
La vita di due fratelli, l'uno adolescente, l'altro poco più che bambino, che
vivono con la madre in un desolato villaggio della Russia, viene sconvolta dal
ritorno del padre, assente da casa per dodici anni. Di lui i due hanno solo
vaghi ricordi, tanto che sospettano che sia un impostore; ciononostante, il
giorno dopo il suo arrivo il padre decide di portare i figli in gita a pescare.
I ruvidi modi di fare dell'uomo portano il figlio maggiore a riconoscerne
l'autorità e sottostarvi di buon grado, mentre il piccolo si ribella
ostinatamente anche se è costretto a subire l'umiliazione di dovergli ubbidire.
Dopo un cambiamento di prOgramma in seguito ad una strana telefonata compiuta
dal padre, il trio giunge in un'isola sperduta in mezzo a un enorme lago; i
figli giocano e finalmente possono provare a pescare, mentre il padre raggiunge
una costruzione in rovina, dove recupera sottoterra uno scrigno sigillato che
nasconde, senza aprirlo, nella barca. Ma la tragedia è in agguato: per un banale
ritardo, il figlio maggiore viene severamente punito dal padre, che arriva
persino a minacciarlo con un'ascia; il piccolo allora, sconvolto, scappa nella
foresta, salvando il fratello dalla violenza paterna, e si nasconde in cima ad
una torre di ferro. Nel tentativo di farlo scendere, il padre muore. Ai
ragazzini non resta che riaccompagnare il cadavere sulla terraferma, dove
scoprono, all'interno dell'automobile, la prova che lui è il loro vero padre:
una foto che li ritrae da piccoli con la madre. La barca, male ancorata alla
riva, viene spinta dalla corrente verso il largo, ed affonda lentamente portando
con sé il suo carico di morte e mistero.
Quando si vive l'atmosfera di un festival cinematografico, con un susseguirsi
schizofrenico di visioni di pellicole diverse come genere e provenienza, si fa
fatica a raccapezzarsi e dare una valutazione davvero oggettiva di quanto si è
visto, e spesso si preferisce ripiegare su formule di giudizio mediane, per non
farsi troppo sbilanciare dall'emozione. Non faremo così con questo film russo,
opera prima del russo Andrey Zvyagintsev, che possiede i crismi per essere
definito un capolavoro.
La visione del film assicura una doppio binario di lettura. Da un lato, un
road-movie a tinte fosche, strutturalmente lento ma di godibile visione, dove è
soprattutto il mistero a farla da padrone, e l'impossibile rapporto padre-figli
si tramuta quasi in una lotta per la sopravvivenza e per la propria
affermazione; non è un caso, infatti, che il film si apra con una sequenza in
cui il figlio più piccolo, salendo su una torretta davanti al mare, si condanna
agli scherni degli amici per la mancanza di coraggio nel tuffarsi, ed ha il suo
climax, nel sotto-finale, con una scena identica, che però è la possibile
salvezza sia dall'inevitabile punizione per la fuga, sia dalla presenza
incombente di un padre-padrone. D'altra parte, è evidente nelle intenzioni del
regista una trasfigurazione mitologica della vicenda, dove l'afflato
mistico-religioso della raffigurazione diventa paradigma delle vicende umane e
familiari, attraverso l'uso di tecniche narrative che mostrano esplicitamente i
riferimenti alla Bibbia ed alle più cupe tragedie greche: il padre, appena
tornato, dorme nel suo letto nella stessa posa del Cristo del Mantegna,
l'uccisione sfiorata del figlio somiglia al mancato sacrificio di Isacco
(salvato dall'angelo, in questo caso impersonato dal bambino che infatti, subito
dopo, risale verso l'alto, verso la cima di quella torre che è la salvezza), il
conflitto fra i sentimenti e la legge, rappresentata dalla figura paterna, è
sottolineato dal contrasto fra una macchina da presa che insiste su inquadrature
dall'alto ed una sceneggiatura che ci impone una visione molto spesso simile a
quella dei due ragazzi. Vicende di così turgida importanza necessitano di una
mano ferma e polsi saldi: Zvyagintsev se la cava più che egregiamente, inserendo
le vicende in un paesaggio di selvaggia bellezza, fotografato con i colori
lividi e spettrali delle albe del Nord, e soprattutto soppesando alla perfezione
i toni della tragedia, senza indulgere in magniloquenze eschilee ma
contemporaneamente senza mai dimenticare la grandiosità dei temi trattati. Al
termine della pellicola, il regista ci mostra le foto scattate durante il
viaggio dai due ragazzi, ed un'ultima foto, disvelatrice, che mostra il padre,
da giovane, con in braccio uno dei due figli. Molte domande rimangono senza
risposta: da dove arriva veramente il padre? Chi lo manovra? Perchè è ritornato?
E cosa contiene lo scrigno che l'uomo ha dissotterrato? Le acque del gigantesco
lago che circonda l'isola si portano con sé il segreto (così come all'inizio,
con gli straordinari titoli di testa, hanno permesso l'aprrirsi della pellicola
facendo riemergere i nomi dei protagonisti dai loro abissi), mettendo una pietra
tombale sulla nostra razionale ansia di conoscenza. "Qualcosa" è ritornato da un
mondo lontano ed oscuro, ed è scomparso per sempre nell'arco di pochi giorni:
quel momento, vero e proprio giro di boa esistenziale, impone di lasciarsi alle
spalle i giochi dell'infanzia e di scegliersi il proprio posto nel mondo.
Raramente, la rappresentazione di questa ancestrale "frattura" è stata di tale
spettrale e raggelante bellezza; sarebbe davvero un delitto se non venisse in
qualche modo premiata dalla Giuria veneziana.
Davide Verazzani
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