Il ritorno

Il film di Andrey Zvyagintsev recensito da Davide Verazzani

Il ritorno
di Davide Verazzani

Il ritorno di un padre scomparso, un viaggio ancestrale verso un'isola sperduta, il passaggio tra infanzia ed età adulta: una metafora della condizione umana in una straordinaria opera prima.

The Return
Regia: Andrey Zvyagintsev. Sceneggiatura: Vladimir Moiseenko – Alexandre Novototsky. Fotografia: Mikhail Kritchman. Interpreti: Vladimir Garin – Ivan Dobronravov – Konstantin Lavronenko. Anno: 2003. Durata: 105'

 

La vita di due fratelli, l'uno adolescente, l'altro poco più che bambino, che vivono con la madre in un desolato villaggio della Russia, viene sconvolta dal ritorno del padre, assente da casa per dodici anni. Di lui i due hanno solo vaghi ricordi, tanto che sospettano che sia un impostore; ciononostante, il giorno dopo il suo arrivo il padre decide di portare i figli in gita a pescare. I ruvidi modi di fare dell'uomo portano il figlio maggiore a riconoscerne l'autorità e sottostarvi di buon grado, mentre il piccolo si ribella ostinatamente anche se è costretto a subire l'umiliazione di dovergli ubbidire. Dopo un cambiamento di prOgramma in seguito ad una strana telefonata compiuta dal padre, il trio giunge in un'isola sperduta in mezzo a un enorme lago; i figli giocano e finalmente possono provare a pescare, mentre il padre raggiunge una costruzione in rovina, dove recupera sottoterra uno scrigno sigillato che nasconde, senza aprirlo, nella barca. Ma la tragedia è in agguato: per un banale ritardo, il figlio maggiore viene severamente punito dal padre, che arriva persino a minacciarlo con un'ascia; il piccolo allora, sconvolto, scappa nella foresta, salvando il fratello dalla violenza paterna, e si nasconde in cima ad una torre di ferro. Nel tentativo di farlo scendere, il padre muore. Ai ragazzini non resta che riaccompagnare il cadavere sulla terraferma, dove scoprono, all'interno dell'automobile, la prova che lui è il loro vero padre: una foto che li ritrae da piccoli con la madre. La barca, male ancorata alla riva, viene spinta dalla corrente verso il largo, ed affonda lentamente portando con sé il suo carico di morte e mistero.
Quando si vive l'atmosfera di un festival cinematografico, con un susseguirsi schizofrenico di visioni di pellicole diverse come genere e provenienza, si fa fatica a raccapezzarsi e dare una valutazione davvero oggettiva di quanto si è visto, e spesso si preferisce ripiegare su formule di giudizio mediane, per non farsi troppo sbilanciare dall'emozione. Non faremo così con questo film russo, opera prima del russo Andrey Zvyagintsev, che possiede i crismi per essere definito un capolavoro.
La visione del film assicura una doppio binario di lettura. Da un lato, un road-movie a tinte fosche, strutturalmente lento ma di godibile visione, dove è soprattutto il mistero a farla da padrone, e l'impossibile rapporto padre-figli si tramuta quasi in una lotta per la sopravvivenza e per la propria affermazione; non è un caso, infatti, che il film si apra con una sequenza in cui il figlio più piccolo, salendo su una torretta davanti al mare, si condanna agli scherni degli amici per la mancanza di coraggio nel tuffarsi, ed ha il suo climax, nel sotto-finale, con una scena identica, che però è la possibile salvezza sia dall'inevitabile punizione per la fuga, sia dalla presenza incombente di un padre-padrone. D'altra parte, è evidente nelle intenzioni del regista una trasfigurazione mitologica della vicenda, dove l'afflato mistico-religioso della raffigurazione diventa paradigma delle vicende umane e familiari, attraverso l'uso di tecniche narrative che mostrano esplicitamente i riferimenti alla Bibbia ed alle più cupe tragedie greche: il padre, appena tornato, dorme nel suo letto nella stessa posa del Cristo del Mantegna, l'uccisione sfiorata del figlio somiglia al mancato sacrificio di Isacco (salvato dall'angelo, in questo caso impersonato dal bambino che infatti, subito dopo, risale verso l'alto, verso la cima di quella torre che è la salvezza), il conflitto fra i sentimenti e la legge, rappresentata dalla figura paterna, è sottolineato dal contrasto fra una macchina da presa che insiste su inquadrature dall'alto ed una sceneggiatura che ci impone una visione molto spesso simile a quella dei due ragazzi. Vicende di così turgida importanza necessitano di una mano ferma e polsi saldi: Zvyagintsev se la cava più che egregiamente, inserendo le vicende in un paesaggio di selvaggia bellezza, fotografato con i colori lividi e spettrali delle albe del Nord, e soprattutto soppesando alla perfezione i toni della tragedia, senza indulgere in magniloquenze eschilee ma contemporaneamente senza mai dimenticare la grandiosità dei temi trattati. Al termine della pellicola, il regista ci mostra le foto scattate durante il viaggio dai due ragazzi, ed un'ultima foto, disvelatrice, che mostra il padre, da giovane, con in braccio uno dei due figli. Molte domande rimangono senza risposta: da dove arriva veramente il padre? Chi lo manovra? Perchè è ritornato? E cosa contiene lo scrigno che l'uomo ha dissotterrato? Le acque del gigantesco lago che circonda l'isola si portano con sé il segreto (così come all'inizio, con gli straordinari titoli di testa, hanno permesso l'aprrirsi della pellicola facendo riemergere i nomi dei protagonisti dai loro abissi), mettendo una pietra tombale sulla nostra razionale ansia di conoscenza. "Qualcosa" è ritornato da un mondo lontano ed oscuro, ed è scomparso per sempre nell'arco di pochi giorni: quel momento, vero e proprio giro di boa esistenziale, impone di lasciarsi alle spalle i giochi dell'infanzia e di scegliersi il proprio posto nel mondo. Raramente, la rappresentazione di questa ancestrale "frattura" è stata di tale spettrale e raggelante bellezza; sarebbe davvero un delitto se non venisse in qualche modo premiata dalla Giuria veneziana.

Davide Verazzani


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