The Aviator
Martin Scorsese sbarca a Hollywood. Recensione di Marco Cavalleri

THE AVIATOR
recensione di
MARCO
CAVALLERI
credits
Tit. or.: idem
Regia: Martin Scorsese
Scenegg.: John Logan
Int.: L. Di Caprio, K. Blanchett, K. Beckinsale, A. Baldwin
Fotogr.: R. Richardson
Mont.: Th. Schoonmaker
Scenogr.: D. Ferretti
Musica: H. Shore
Prod.: Usa/Giappone, 200
Distrib.: 01 Distribution
Durata:169’.
Se gli anni ’90 sono stati quelli della crescita del mito di Bill Gates, gli anni ’30 trovarono il loro faro in Howard Hughes. Che accumulò un’immensa fortuna puntando sul fatto che l’aereo sarebbe stato il mezzo di trasporto del futuro, divenne un eroe dei cieli, fondò una casa di produzione cinematografica meritoria come la Rko, diresse film all’epoca di immenso successo e divenne il primo miliardario playboy della storia accumulando flirt e relazioni da Jean Harlow alla Hepburn, fino ad Ava Gardner.
Ma che era anche affetto da sindrome ossessivo – compulsiva, ossessionato dai germi, indagato per comportamenti anti – concorrenziali dal Senato degli Stati Uniti. In qualche modo ne uscì, ma già dal ’47 – anno del primo e unico volo del più grande aereo del mondo da lui stesso progettato – Howard Hughes era destinato alla pazzia: trent’anni più tardi sarebbe morto irriconoscibile, le braccia cosparse dei pezzi di vetro dovute alle frequenti iniezioni di morfina.
E’ notizia delle ultime ore che The Aviator – ultima fatica di Martin Scorsese –
è candidato a 11 Oscar, film assolutamente favorito nella corsa alla statuetta e
probabilmente destinato a regalare l’ambito riconoscimento al regista italo –
americano che lo attende da troppi anni e molti capolavori. Capolavori che però
stentano a ripresentarsi almeno dall’epoca dello straordinario L’età
dell’Innocenza. In mezzo titoli interlocutori (Al di là della vita), sbagliati
(Kundun) o schizofrenici come Gangs of New York, capace del meglio e del peggio
senza soluzione di continuità.
Certo, ogni film di Scorsese è in qualche modo un evento e questo non fa eccezione. E il fatto che si confrontasse con una delle più enigmatiche figure del secolo – un miliardario baciato da ogni successo e distrutto da una segreta incapacità nell’affrontare le sue stesse affermazioni – faceva sperare in un film da ricordare. Il che, purtroppo, non avviene, visto che siamo di fronte alla classica pellicola inferiore alla somma delle sue pur riuscitissime parti. Che vanno da alcune sequenze di assoluto valore (la ripresa della battaglia aerea, l’incidente occorso in sede di presentazione di un aereo – spia, e più ancora la seduzione della Hepburn – una steadycam letteralmente liquida che attraversa diversi ambienti facendo pensare a Kubrick) alla stupenda scenografia di Ferretti, capace di restituire grandezza e volgarità della Los Angeles dai ’20 ai ’40, dalle efficaci musiche di Shore a una fotografia capace di restituire il passaggio dal Technicolor coi suoi fiammeggianti rossi e verdil alla fotografia odierna incentrata sui neri. Per non parlare della stupenda resa degli interpreti principali, davvero meritevoli degli eventuali Oscar. A difettare è purtroppo la sceneggiatura: del resto scritta da quel John Logan che ci ha regalato – si fa per dire – L‘ultimo samurai e Gladiator. L’aspirazione – evidente -sarebbe quella di proporre un Citizen Hughes in grado di aggiornare temi e riuscita del prototipo wellesiano (tant’è che in più di una sequenza ritorna la mai abbastanza celebrata profondità di campo di Toland). Solo che quel che per Welles era metafora dell’artista e dell’uomo in generale – inevitabilmente larger than life, condannato al fallimento proprio per la sua smania di dominio sulla realtà – qui si trasforma in mero aneddoto, con tanto di penosi viavai tra cessi hollywoodiani e battibecchi con fidanzate e amici. Uno Scorsese più convinto ne avrebbe tratto una potente metafora dell’ ascesa e caduta dal Paradiso, come fu ad esempio lo straordinario dittico "mafioso" rappresentato da Quei bravi ragazzi e Casinò.
Ma qui c’è molto più mestiere che convinzione: e alla fine Hughes – per certi aspetti una delle figure più sconcertanti del secolo scorso – si riduce a una banale esemplificazione del complesso di Edipo, cui la pur eccezionale interpretazione di Di Caprio non riesce a dare profondità. Sembra di assistere a un compito a casa eseguito alla perfezione ma senza crederci fino in fondo: in grado di regalare momenti bellissimi ma pensato – forse per la prima volta in una carriera cui tutti noi spettatori siamo comunque debitori – a conseguire un risultato più che a investire lo schermo delle proprie ossessioni. Da un punto di vista meramente estetico, senz’altro bello. Ma anche terribilmente freddo, levigato, senz’anima. Era legittimo attendersi molto di più.
Marco Cavalleri