The agronomist

Il film di Jonathan Demme nella recensione di Marco Onorato

THE AGRONOMIST
di Jonathan Demme


recensione di
MARCO ONORATO

credits

Regia: Jonathan Demme
Fotografia: Aboudja, Jonathan Demme, Kevin McNamara, Peter Saraf
Montaggio: Lizzie Gelber, Kevin McNamara
Musica: Wyclef Jean, Robert Aaron, Melky Jean
Suono: Nicholas Renbeck
Produzione: USA 2003
Durata: 98'


Anche se a Venezia 2003 fu scandalosamente marginalizzato dall'inserimento nella sezione "Nuovi territori" (sia pur come "evento speciale"), "The agronomist" è una delle opere più riuscite di Jonathan Demme, che ha un pò deluso alcuni suoi estimatori con "The truth about Charlie" (anodino remake di "Sciarada") e il recentissimo e macchinoso "The Manchurian Candidate".


Recuperando dei materiali girati addirittura una decina di anni fa, "The agronomist" ripercorre la vita di Jean Dominique, personaggio di primo piano nella lotta per i diritti civili e per la libertà d'informazione nella tormentata Haiti. Specializzatosi in agronomia e genetica delle piante a Parigi, Dominique ritorna nel suo paese negli anni '60 e si segnala subito per la straordinaria sensibilità verso i problemi della popolazione haitiana, che sconta un tasso di analfabetismo pari all'80% ed è vessata dal regime di "Papa Doc" Duvalier che gode del favore dell'élite latifondista e della protezione della milizia dei Tonton Macoutes: dapprima decide dunque di fondare un cineclub e dare impulso allo sviluppo della settima arte nell'isola (addirittura co-dirigendo egli stesso un documentario su un concorso di bellezza) e, poi, una volta chiusa a tempo indeterminato la sala dal governo, si lancia nella fondazione di "Radio Haiti", pionieristica radio libera haitiana che nel corso del tempo cercherà di rappresentare una voce scomoda, a tratti persino rivoluzionaria.


L'estrema linearità della ricostruzione che emerge dalle parole di Jean Dominique e degli altri intervistati (tra cui la moglie Michelle Montas) garantisce alla pellicola lo spessore di un'autentica lezione di storia sull'Haiti della dittatura Duvalier e degli schizofrenici anni a seguire, in cui il governo del repubblicano Aristide e gli sforzi dell'America clintoniana di imporre una certa stabilità politica furono sistematicamente smentiti da una sequela di "golpes" dolorosi ancorché effimeri. Ma non si renderebbe giustizia a "The agronomist" se lo si riducesse soltanto a questo. Il film di Demme, infatti, è soprattutto il ritratto di un intellettuale che, nella sua ostinata volontà di tornare ad Haiti dopo essersene distaccato nel periodo della formazione universitaria e dell'esilio, ha rappresentato una singolare eccezione alla consueta fuga di cervelli che tristemente si accompagna all'instaurarsi di un regime totalitario. Del resto Dominique era memore del detto haitiano secondo cui "i contadini non devono attardarsi troppo in città" e si sentiva anch'egli un pò contadino, sia per la cultura da agronomo, sia per l'estrema vicinanza alle esigenze di una classe sociale bistrattata ma a suo avviso fondamentale per le speranze di rivalsa di Haiti.


Demme ha anzitutto il grande merito di consegnarci l'eredità spirituale di quest'uomo che, nell'entusiasmo e nell'indignazione che gli facevano vibrare le mani, gli occhi e in definitiva tutto il corpo affilato e nervoso, si dichiarava amante dei "risky business" (tali, purtroppo, potevano definirsi le lotte civili ad Haiti) e convinto che nella sua isola le cose dovessero prima o poi cambiare perché, come diceva Shakespeare, "la verità farà sempre arrossire il volto del diavolo". Il regista statunitense, però, va elogiato anche per il formidabile impatto emotivo di alcuni momenti: la scena della lettera anonima in cui la figlia di Dominique rimprovera al padre le poche parole d'amore e la risposta radiofonica di Dominique che spiega all' "anonimo" che l'amore si esprime a volte meglio nei piccoli gesti quotidiani; una panoramica in cui le fatiscenti casupole dell'isola sembrano ancora più fragili mentre Radio Haiti, colpita al cuore dal regime, diffonde solo il rumore di un disco incantato; la cremazione di Dominique e la disseminazione delle sue ceneri nelle acque del fiume Artibonite, a suggello di un legame viscerale mai spezzato.
Si dirà che "The agronomist" è pur sempre un film fatto solo di interviste ed immagini di repertorio e che, quindi, ha un interesse limitato come saggio delle doti stilistiche manifestate dal regista americano nelle pellicole di "fiction". Queste obiezioni sono però ineluttabilmente destinate a cadere qualora si pensi alla sensibilità di Demme nel rievocare un eroe così significativo ma così poco conosciuto, all'incredibile lavoro di montaggio svolto per ampliare continuamente l'angolo di visuale dal documentarismo alla storia e, in ultimo, alla capacità di emozionarci come pochi, in tempi recenti, hanno saputo fare. Forse perché, come sosteneva il cinefilo Jean Dominique, scavando in un buon film si scopre talvolta che la sua grammatica è un atto politico.

Marco Onorato


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