Le avventure acquatiche di Steve Zissou
Non è un film riuscitissimo, non è certamente impedibile: ma se vi piace un cinema di idee capace qua e là di esser divertente potreste fare una visita. Recensione di MARCO CAVALLERI

LE AVVENTURE ACQUATICHE DI STEVE ZISSOU
di Wes Anderson
| recensione di MARCO CAVALLERI |
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| Tit.
or.: The life aquatic with Steve Zissou REGIA: Wes Anderson SCENEGG.: W. Anderson, S. Baumbach INT.: B. Murray, A. Huston, O. Wilson, C. Blanchett FOTOGR.: R. D. Yeoman MONT.: D. Moritz. D. R. Padgett PROD.: Usa, 2004 DISTRIB.: Buena Vista International Italia DURATA: 118’. |
Steve Zissou è stato un affermato oceanografo. Il passato prossimo è d’obbligo, visto che il presente non sembra altrettanto felice. Tra film di sempre maggior insuccesso e una ciurma a dir poco eccentrica, ci si è messo pure uno squalo giaguaro che ha sbranato Esteban, suo miglior amico oltre che cineoperatore. Inevitabile pensare di vendicarlo: ma mettere in piedi una spedizione, tra diktat del produttore Drakoulias che per trovare i soldi ha dovuto accettare che al viaggio partecipi anche l’esperto di business Bill Ubell e l’abbandono della moglie Eleanor, si rivela più difficile del previsto. E, come se non bastasse, l’arrivo di Ned Plimpton – pilota dell’Air Kentucky che forse è suo figlio – assume improvvisi risvolti edipici quando al gruppo si aggiunge la bella e incinta giornalista Jane, per cui entrambi provano attrazione. Tra assalti dei pirati e improbabili abbordaggi a basi segrete di colleghi e rivali, non mancherà il dramma…
Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ultima fatica del Wes Anderson dei Tenenbaum, non nasce sotto una buona stella: critiche tiepide e incassi poco meno che catastrofici in Usa, tanto che anche in Italia esce praticamente senza sostegno pubblicitario. E in effetti la pellicola è di quelle da prendere o lasciare senza troppo pensarci. Per un sacco di motivi: l’intellettualismo evidente che la permea, l’aria di private joke che trasuda da ogni fotogramma, le scelte registiche ed espressive che sembrano avere come unico obiettivo di essere le più scrause possibili (e, specie nelle scene d’azione, sembra davvero d’assistere a molta della nostra peggiore serie B) . Quasi che, visto il successo del titolo precedente il registra texano abbia deciso di replicarne tutto l’aspetto esteriore – dal bric à brac scenografico e di costumi all’evidente straniamento degli attori – senza troppo preoccuparsi di coerenza e tenuta di sceneggiatura e regia. Eppure, pur date le non esaltanti premesse, personalmente prendo.
Anderson non sarà forse il genio che parve – più con Rushmore, se devo dire la mia, che con la pellicola precedente – ma è comunque un buon regista, e soprattutto ha un’idea di cinema e di narrazione. E qualche tema (im)portante. Ad esempio l’inevitabile scontro tra padri tanto giganteschi quanto indegni e figli smarriti e timorosi, che può risolversi solo con l’obliterazione – magari casuale ma inevitabile - di uno dei due contendenti, in quello che sembra un pensiero – se non polemico – almeno perplesso sul proprio paese d’origine e i suoi miti. O la scoperta, dolorosa ma necessaria, che qualunque traguardo si possa raggiungere si resta sempre una banda di falliti, come l’improbabile equipaggio di Steve, tra possessivi ingegneri tedeschi che facevano tutt’altro e marinai portoghesi che si sgolano in orrende versioni portoghesi di David Bowie. O, ancora, l’accettazione di una diversità che riguarda tutti (il paradossale abbraccio tra i due rivali Zissou e Hennessey quando quest’ultimo rivela di esser gay).
La vita, alla fine, è simile allo squalo giaguaro che – Moby Dick in sedicesimo - muove tutta la trama: letale ma bello. Resta solo, come già suggeriva Ungaretti, da riprendere il mare. Non è un film riuscitissimo, non è certamente impedibile: ma se vi piace un cinema di idee capace qua e là di esser divertente potreste fare una visita. C’è il caso che non vi deluda.
Marco Cavalleri