Shandurai è una giovane africana che vive a Roma. Perseguitata per
ragioni politiche nel proprio paese, la ragazza ha deciso di trasferirsi
in Italia per studiare medicina all'Università. Per mantenersi fa la
domestica presso la splendida abitazione romana di un musicista inglese
(Mr. Kinsky) piuttosto introverso che si innamorerà perdutamente di lei.
Shandurai in preda alla disperazione gli chiederà di fare qualcosa per
la liberazione del marito, rinchiuso in prigione in Africa. Così, tra i
due si instaurerà un rapporto profondo e controverso che lentamente si
trasformerà in una vera e propria storia d'amore.
Leggendo le recensioni dell'ultima pellicola di Bernardo Bertolucci,
abbiamo notato che in più parti si sostiene la grande qualità del film
associata al clima claustrofobico comune a "Ultimo tango a Parigi". In
sintonia con i toni di merito attribuiti al valore del romano "Ultimo
tango", dissentiamo invece nel momento in cui gli si accosti una certa
impressione claustrale.
Merito ed assieme paradosso di questo lungometraggio è il torrente di
scale musicali che veicola emozioni, una cascata sonora che fluisce
negli anfratti della palazzina dannunziana, smaterializzando le sue
mura, mutandola in un non luogo privo di fisici e geografici confini. Un
amplio respiro, unito ma lontano, ed è qui il paradosso, dalla soffocata
e claustrofobica Africa dittatoriale. Non è dunque, a nostro parere, il
materiale e delimitato spazio fisico delle stanze (dove la storia è per
gran parte ambientata), la causa di un clima angusto, fonte di paragoni
propriamente indebiti. "L'assedio", tratto dall'omonima raccolta di
racconti di James Lasdun, ci accompagna in una dimensione che non è
propria della nostra società. Siamo trasferiti in una piccola isola
clandestina dove il sacrificio legato all'amore prescinde da un
eventuale appagamento o premio.
Lui Mr. Kinski (David Thewlis) ricco e con la passione per il pianoforte
ospita Shandurai (Thandie Newton) giovane esule studentessa in medicina
che lo ricambia rassettandogli la casa. Ben presto Mr. Kinski se ne
innamorerà con una partecipazione all'apparenza sommessa ma di fatto
laboriosa. Tra loro nascerà un rapporto comunicativo fatto di gesti e
azioni e musica e parole non dette, diventando il contenuto più concreto
in un non luogo dove l'essenza materiale degli oggetti lascia spazio ad
una funzione più spirituale e veicolare. Dove montavivande, punti
interrogativi, orchidee e anelli si tramutano in espressioni dell'intimo
umano.
Mr. Kinski difatti, si priverà di tutti i beni più preziosi, compreso
del pianoforte che sino ad allora le sue melodie avevano riempito anche
il vuoto dell'africana Shandurai, il vuoto lasciato dal marito
imprigionato dalla dittatura.
Privazioni d'amore dunque. Lei che viene privata dell'uomo della sua
terra, lui che per amore spoglia la sua casa per comperare la libertà
del marito. Un amour fou dove le poche parole imbarazzate sono lo
specchio di un sentimento che scivola in un vortice di passioni senza
freni. Quel vortice figurativamente rappresentato dalla scalinata,
cordone ombelicale che mette in comunicazione due mondi, due culture,
due vite.
"L'assedio" è un kammerspiel a due, un film sobrio e di eleganza
stilistica che cerca la leggerezza di un'opera come "Le plaisir" di Max
Ophuls senza negare soluzioni di rimando avanguardista.
Una pellicola che mostra come elidere le inveterate diversità con la
forza dell'amore e dell'innocenza. Diversità inizialmente espresse dalla
giovane Shandurai con una frase che secondo noi riassume uno dei cardini
di questa opera italiana: "Io non capisco lei e non capisco la sua
musica".
Marco Cavalleri