L'arco
Ferro 3 possedeva un equilibrio narrativo magari ai limiti dell’artificioso ma indubitabile. Equilibrio che qui purtroppo manca. Ki-Kim Duk, questa volta, confeziona un film un po' troppo autocompiacente. Recensione di MARCO CAVALLERI

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L’ARCO di Kim Ki-Duk
recensione di
credits Tit. or.: Hwal
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| Un vecchio e una ragazza adolescente, da lui raccolta sola al mondo all’età di sei anni, convivono su un peschereccio al largo della costa coreana. I loro sporadici contatti con l’esterno consistono nelle rare occasioni in cui il vecchio affitta la barca a degli appassionati di pesca. Nulla sembra turbare la loro serenità: né i rischiosi esercizi di predizione del futuro che vedono la ragazza ondeggiare in altalena tra le frecce scagliate dal vecchio, né le frizioni con i rozzi cittadini che vorrebbero imporre i loro desideri alla strana coppia. Ma quando arriva uno studente che intreccia una tenera amicizia con la giovane, l’artificiosa armonia tra i due va in pezzi: il pescatore sta solo aspettando i diciassette anni di lei per poterla sposare, e reagisce con estrema durezza alla possibilità che possa andarsene. Ma quando tutto sembra precipitare verso a tragedia… L’arco, ultima fatica di Kim Ki-Duk , non sembra destinato a ripetere il successo del pluripremiato Ferro 3. Presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard – non quindi nel concorso maggiore – ha poi trovato ospitalità in vari Festival senza suscitare particolari entusiasmi: ed ora esce alla chetichella, quasi senza battage nonostante il notevole successo della pellicola precedente. E in effetti siamo di fronte a un’opera minore rispetto allo standard del giovane ma ormai consacrato maestro coreano. Intendiamoci, Kim Ki-Duk è uno dei pochissimi cineasti attuali che meriti comunque la pena di recarsi in sala: per la straordinaria capacità di creare inquadrature mai banali o prevedibili, per la naturalezza pressoché unica nel panorama cinematografico mondiale di fare poesia a partire da qualunque materiale (basti pensare alla sequenza – semplicissima ma toccante – in cui l’arco diventa strumento musicale, dove si sfiora l’epica a partire da oggetti di uso del tutto comune), per l’attenzione maniacale al colore che rende ogni immagine pittorica nel senso migliore del termine. Meriti messi in ombra da una trama "esemplare" ai limiti dell’asfittico, più adatta a un mediometraggio che a un film vero e proprio. Si potrebbe obiettare che spesso il regista coreano si è affidato a poco più di un canovaccio per lasciar poi parlare le immagini: e in effetti basterebbe il suo immediato precedente a dimostrarlo. Ma Ferro 3 possedeva un equilibrio narrativo magari ai limiti dell’artificioso ma indubitabile. Equilibrio che qui purtroppo manca: e, tra situazioni fin troppo ripetute (le sequenze di predizione del futuro), qualche caduta in simbolismi banali al limite del pecoreccio (la freccia scagliata dal vecchio che penetra figurativamente la giovane addormentata con tanto di rottura dell’imene) e un moltiplicarsi di finali abbastanza pleonastici , si arriva al termine della visione con qualche fatica nonostante la durata "aurea" di 90 minuti. E’ sempre bel cinema, certo. Ma stavolta il sospetto di un eccessivo autocompiacimento e di una scelta di campo festivaliera nel senso deteriore del termine è forte. Marco Cavalleri |