L’apparenza inganna

Il film di Francis Veber recensito da Tullio Di Francesco

L'APPARENZA INGANNA
di Francis Veber

recensione di
Tullio Di Francesco

credits 

(Le placard, 2001) REGIA: Francis Veber. SCENEGG: Francis Veber. FOT: Luciano Tovoli. MONT: Georges Klotz. COST: Jacqueline Bouchard. MUSICA: Vladimir Cosma. PROD: Carole Scotta. DISTR: Gaumont/EFVE/TF1. ORIGINE: FRANCIA.
DURATA: 1h:24’

INTERPRETI: Daniel Auteuil (François Pignon), Gérard Depardieu (Felix), Thierry Lhermitte (Guillaume), Michel Aumont (Belone), Alexandra Vandernoot (Christine), Michèle Laroque (signorina Bertrand), Jean Rochefort

  

François Pignon, contabile, divorziato, classico tipo incolore che nessuno ricorda o invita fuori; perfino l’ex moglie e il figlio non lo sopportano perché troppo noioso. Per una fortuita coincidenza Pignon scopre che sta anche per perdere il posto. Un degno coronamento di una vita così insipida potrebbe essere il suicidio, ma un vicino di casa ex psicologo aziendale lo convince a giocare un’altra carta. Perché non far credere in fabbrica di essere omosessuale? Lo scandalo che ne deriverebbe (licenziare un dipendente perché "diverso") sarebbe troppo scomodo per l’azienda che tra le altre cose produce preservativi, così il giochino funziona. Funziona tanto bene che di punto in bianco per Pignon la vita cambia radicalmente: le colleghe iniziano a concupirlo, i superiori lo incensano e gli propongono avanzamenti di carriera, la moglie e il figlio tornano a considerarlo, perfino il collega più "macho" dell’azienda, per non farsi credere intollerante, finisce col confondersi e provare un attaccamento un po’ troppo spinto per il collega. All’inizio Pignon non se ne capacita, poi impara ad approfittare della situazione…

Il regista Francis Veber ha un record a suo modo invidiabile (se non altro economicamente): è forse l’autore che conta più remake americani. A parte il "maledetto" (dopo che un cinema di Torino dove lo proiettavano prese fuoco) La capra, è stato rifatto il suo Les compères - Noi siamo tuo padre (Due padri di troppo di Ivan Reitman), rifatto Professione… giocattolo (Giocattolo a ore di Richard Donner); egli stesso si è rifatto durante la sua breve (e sfortunata) parentesi hollywoodiana con In fuga per tre che rifaceva il suo precedente francese Due fuggitivi e mezzo. Cosa che rende onore al suo innegabile fiuto nel costruire macchine perfette nel loro impianto comico (se non si era capito, Veber dirige solo commedie), più che le modeste capacità della sua regia piatta il più delle volte. Il colpo gobbo lo aveva centrato l’anno scorso con La cena dei cretini, film che evidenziava una personale attitudine del regista d’oltralpe al paradosso e un’attenzione alla commedia di situazione più che a quella di caratteri.

Anche in questo caso ci troviamo nel bel mezzo di un paradosso di partenza (la consequenzialità con il precedente film di Veber sembra sottolineata dallo stesso nome dei due protagonisti, Pignon): mascherare la propria personalità e ricavare un profitto da un’immagine ben più interessante e integrata. La commedia fila via liscia servita da battute ironiche e intelligenti e da bravi attori (quarto film per Depardieu con Veber, mentre Auteuil scivola con prontezza dal ruolo antipatico di Vajont a quello dell’incompetente Pignon), ma alla lunga lo spunto si rivela inconsistente per questo balletto delle convenzioni sociali che si srotola senza particolari picchi né colpi di scena.

La sottotrama in parallelo con protagonista Gérard Depardieu si affloscia su se stessa e non sembra avere conseguenze con il resto della trama, e alla lunga non è chiaro dove voglia andare a parare la "morale" di questa contraddizione lavorativa: Pignon che se ne approfitta della situazione e che da bigio impiegatuccio si trasforma in un "falco" della ditta (ben inserito e sorridente all’interno della foto aziendale) è un personaggio da ammirare o da condannare? Rimaniamo in attesa che l’ennesimo remake americano ci fughi ogni dubbio.

Tullio Di Francesco


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