L’amore in gioco
La sceneggiatura ha dovuto subire dei cambiamenti, ma l’atmosfera è passata dal campo di gioco direttamente allo schermo. Recensione di TULLIO DI FRANCESCO

L’AMORE IN GIOCO
di Peter e Bobby Farrelly
recensione di
TULLIO
DI FRANCESCO
credits
L’AMORE IN GIOCO (The Perfect Catch, 2005) REGIA: Peter e Bobby Farrelly.
SCENEGG: Lowell Ganz e Babaloo Mandel dal romanzo di Nick Hornby.
FOT: Matthew F. Leonetti.
SCENOG: Maher Ahmad.
MONT: Alan Baumgarten.
COST: Sophie de Rakoff.
MUSICA: Craig Armstrong.
PROD: Alan Greenspan, Amanda Posey, Gil Netter, Drew Barrymore, Nancy Juvonen,
Bradley Thomas.
ORIGINE: USA.
DURATA: 1h:38’ INTERPRETI: Drew Barrymore (Lindsey), Jimmy Fallon (Ben), Jason
Spevack (Ben nel 1980), Jack Kehler (Al), Scott H. Severance (Artie), Jessamy R.
Finét (Teresa), Lenny Clarke (Zio Car), James B. Sikking (Doug Meeks), Jobeth
Williams (Maureen Meeks).
Il cinema statunitense ha dedicato poche pellicole al gioco del calcio, e ancora meno sono quelle meritevoli di entrare negli annali. In compenso ha una filmografia sterminata dedicata al baseball (gioco nazionale insieme al football), ed è così che quando si è trattato di trasporre il romanzo Febbre a 90° di Nick Hornby non solo è cambiata l’ambientazione (Boston al posto dell’originale Liverpool), ma l’amore per il calcistico Arsenal ha ceduto il posto ai "disperati" del diamante Boston Red Sox (e vedremo poi perché). Portare sullo schermo un romanzo di Hornby può essere controproducente, data la consistente vena di autobiografismo che permea le sue pagine. Adattare Fever Pitch ancora di più, visto che si tratta di un "saggio" autobiografico che segue la storia dell’Arsenal dal 1968 al 1992, ricco di ricordi e note a margine sulla passione di un calciomane per la sua squadra del cuore.
Il film dei fratelli Farrelly sembra aver fatto il miracolo, ed è un peccato che la produzione glissi sul fatto che in realtà è il remake dell’inglese Febbre a 90° diretto da David Evans e interpretato da Colin Firth. A testimoniarlo troviamo tra i produttori esecutivi la presenza degli stessi Hornby ed Evans, che si sono venduti i diritti.
Nonostante non faccia che confermare la tendenza imperante del cinema d’oltreatlantico a sfruttare le idee altrui, L’amore in gioco è un prodotto che mescola sapientemente vari ingredienti sfornando come risultato finale una riuscita e gradevole commedia dal sapore d’altri tempi. Per cominciare metteremmo la sceneggiatura firmata da Lowell Ganz e Babaloo Mandel (Splash – Una sirena a Manhattan, Parenti, amici e tanti guai, Scappo dalla città, Robots), che, tra una gustosa battuta e l’altra, cattura i ritmi delle spumeggianti commedie della Hollywood classica recitate tra una battuta sul diamante e un hot dog allo stadio. Né va dimenticata l’alchimia che si crea tra la frizzante Drew Barrimore (al solito anche produttrice), film dopo film sempre più rilassata, e il semisconosciuto Jimmy Fallon (Band of Brothers in tv, ma uscito dalla fucina del Saturday Night Live).
Da parte loro i fratelli Farrelly dimostrano di essere momentaneamente usciti dal brutto baratro in cui sembravano caduti con l’ultimo Fratelli per la pelle. La loro ricerca di una nuova identità, dopo le commedie scatologico-demenziali, pare avere trovato un giusto equilibrio con L’amore in gioco, in cui i due terribili fratelli riescono a rimanere perfettamente in bilico tra l’umorismo della commedia classica e, in alcuni incisi, il sarcasmo delle loro atmosfere preferite (una tra tutte: il primo appuntamento di Ben e Lindsey intervallato da continui rigetti intestinali). Come prova dello stato di grazia vissuto dal film ci si aggiunge addirittura la sconfitta della "maledizione del Bambino" (vedere il film per sapere cos’è), quando, sul finire delle riprese, i Boston Red Sox sono usciti dal loro epocale periodo nero (86 anni) e hanno vinto la World Series. La sceneggiatura ha dovuto subire dei cambiamenti, ma l’atmosfera è passata dal campo di gioco direttamente allo schermo.
Tullio Di Francesco