L'alba del giorno dopo

Emmerich è molto furbo, e sa dove andare a parare per solleticare lo spettatore medio, ma non basta avere un budget multi-milionario per infondere un'anima alle proprie creazioni. Recensione di Davide Verazzani

L'ALBA DEL GIORNO DOPO
di Roland Emmerich

 

recensione di
DAVIDE VERAZZANI
credits
L'ALBA DEL GIORNO DOPO Di Roland Emmerich Con Dennis Quaid - Jake Glynnenhall - Emmy Rossum - Ian Holm Soggetto: Roland Emmerich Sceneggiatura: Roland Emmerich - Jewffrey Nachmanoff Prodotto da: Mark Gordon - Roland Emmerich Distribuzione: 20th Century Fox Durata: 120'

 

A causa dello sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta, i ghiacci del Polo si surriscaldano fino a sciogliersi; questo provoca l'annientamento della Corrente del Golfo, e la conseguente glaciazione di gran parte dell'emisfero nord. Jack Hall, un climatologo di Washington, grazie anche ai dati, ben più allarmanti, che gli giungono da un collega inglese conosciuto ad un convegno, capisce l'avvicinarsi della catastrofe e tenta di informarne il governo statunitense, ma viene preso per pazzo dal vice-presidente; quando la tragedia sta per incombere, viene a sapere che il figlio Sam è a New York, prigioniero insieme ad alcuni compagni di corso (fra cui la bellissima Laura, di cui è innamorato) all'interno della Public Library mentre fuori infuria una violentissima tempesta di neve. Mentre il governo americano decide finalmente di dar retta alle teorie di Hall, ordinando l'evacuazione verso il Messico degli Stati del Sud, lo scienziato intraprende un proibitivo viaggio verso New York per salvare il figlio.

Se volessimo essere superficiali, potremmo liquidare la recensione dicendo tranquillamente che la migliore immagine del film è un gol dell'attaccante del Manchester United Van Nistelrooy, che gli scienziati inglesi osservano in tv durante una sfida di Champions League. Ma ci tocca approfondire, e difficilmente ricordiamo impresa più ardua. Emmerich, nella sua recente carriera, ha dimostrato una certa affinità verso i kolossal; e così, dopo l'invasione degli alieni in "Independence Day" e quella del titanico mostro in "Godzilla", ecco che stavolta è la Natura stessa a scatenarsi, e a punire la superbia dell'uomo. Sembrerebbe un intento ecologista, e difatti tutta la prima parte del film è tesa a esaltare l'obiettività della ricerca scientifica "non ufficiale", contrapposta alla miopia ignorante della politica e delle istituzioni (con la non insignificante rassomiglianza, anche fisica, fra il Vice-Presidente della pellicola ed il reale detentore della carica, Dick Cheney).

 

Forte di un budget che sfiora i 150 milioni di dollari, Emmerich profonde ogni sforzo in effetti speciali strabilianti, facendo scomparire New York sotto un ghiacciaio e distruggendo Los Angeles con tornadi giganteschi (per non parlare di Tokyo e Washington). Ma il sensazionalismo ha fiato corto, e cede ben presto il passo alla noia, da cui un regista almeno discreto avrebbe potuto uscire immaginando personaggi meno stereotipati e dialoghi più sensati; invece, dobbiamo assistere alla solita sequela di buoni sentimenti, che nel mezzo della tragedia fanno riappacificare Hall e la moglie dopo anni di litigi e riescono a far nascere, fra Sam e Laura, persino una storia d'amore adolescenziale (solo immaginata, in virtù di un neo-puritanesimo imposto dalle ferree regole hollywoodiane); e siamo costretti a sorbirci dialoghi, questi sì, agghiaccianti, involontariamente comici (ma niente affatto ironici) anche nei momenti più impensati: gridano vendetta, infatti, frasi del tipo "Non si bruciano i libri!" detta a 30 gradi sottozero, oppure "Questo libro non si può bruciare, è di Nietzsche!" con risposta "Nietzsche era un porco sciovinista ed era innamorato della sorella!".

 

Quando poi vediamo il film concludersi, inevitabilmente, con un lieto fine in cui il vice-presidente dichiara in tv i suoi errori e ringrazia i popoli del "cosiddetto" Terzo Mondo per avere accolto gli occidentali in fuga, allora ogni dubbio viene fugato, e si capisce di avere assistito solo all'ennesimo trionfo del superomismo statunitense, solo vagamente condito di ideali ecologisti (che, possiamo immaginare, verranno bellamente dimenticati in un prossimo futuro). Non vi è davvero nulla da salvare, in questo ciclopico melodramma privo persino di quel pizzico di ironia che, almeno, faceva accettare "Independence Day". Emmerich è molto furbo, e sa dove andare a parare per solleticare lo spettatore medio, ma non basta avere un budget multi-milionario per infondere un'anima alle proprie creazioni; sempre che, ad un tipo come Emmerich, questo possa davvero interessare.

Davide Verazzani


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