L'abbaraccio perduto
Il film di Daniel Burman recensito da Tullio Di Francesco

|
L'ABBRACCIO PERDUTO di Daniel Burman credits L'ABBRACCIO PERDUTO (El abrazo partido, 2004) REGIA: Daniel Burman. SCENEGG: Daniel Burman. FOT: Ramiro Civita. SCENOG: Maria Eugenia Suerio. COST: Roberta Pesci. MUSICA: Cesar Lerner. PROD: Sebastian Ponce. PRODUZ: Classic, BD Cine, Paradis Films, Wanda Vision. DISTRIBUZ: Istituto Luce. DURATA: 1h:40' INTERPRETI: Daniel Hendler (Ariel), Sergio Boris (Joseph), Adriana Aizenberg (Sonia), Diego Korol (Mitelman), Silvina Bosco (Rita), Melina Petriella (Estela), Jorge D'Elia (Elias), Rosita Londner (nonna di Ariel), Isaac Fajn (Osvaldo), Atilio Pozzobon (Saligani), Daniel Kargieman (Alfadi), Francisco Pinto (anziano di Rita), Pablo Kim (Li-Khue), Juan Jose Flores Quispe (Ramon).
|
| Ariel gestisce un negozio
di intimi con la madre a Buenos Aires, lasciatogli dal padre partito
quando lui era ancora piccolo e andare in Israele a combattere la guerra
del Kippur. Nella galleria commerciale sono tutti un po' come una
famiglia allargata. Joseph, il fratello di Ariel, gestisce una
scalcinata attività di compravendita in un magazzino giusto al piano di
sopra, il cartolaio Osvaldo è dirimpettaio da più di vent'anni, e poi ci
sono i riparatori di elettronica italiani, gli arredatori coreani, altri
ebrei più in là con un'attività di stoffe, l'amico che ricicla denaro e
cambia la segretaria attempata e paffuta con una lituana giovane e
magra, il vecchio proprietario del negozio di Internet con la bella
commessa e l'incomprensibile relazione che intercorre tra loro, e infine
il bar dove il padre di Ariel aveva scagliato un barattolo di maionese
scaduta prima di andarsene per sempre. Questo piccolo mondo familiare è
però per Ariel come una prigione: trentenne, eterno laureando in
architettura, ha appena troncato una seria relazione con Estela per
vivere un amorazzo con la commessa del negozio di Internet. Inoltre è in
cerca di qualche risposta che possa colmare quella sensazione ineffabile
che lo attanaglia quando pensa al padre che li ha abbandonati da anni, o
quando cerca una nuova identità al consolato polacco per richiedere la
cittadinanza di quel paese. Poi un giorno il padre ritorna senza un
braccio e molte piccole tessere del puzzle trovano la loro collocazione,
Ariel può finalmente fare i conti con il suo passato e le sue radici in
un abbraccio ritardato ma rappacificatore.
L'abbraccio perduto si presenta sui nostri schermi in un periodo ingrato, quasi come un anticipo sui saldi di fine stagione ma forte del palmarès conquistato a Berlino 2004: Orso d'Argento come miglior film e Premio della Giuria, oltre all'Orso d'Argento come miglior attore al protagonista Daniel Hendler e il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Rotterdam sempre 2004. D'altra parte il suo giovane autore, Daniel Burman, classe 1973, è personalità di un certo peso e uno che ai premi dovrebbe averci fatto l'abitudine: Aspettando il Messia, il suo secondo lungometraggio è stato presentato a Venezia 2000 e ha vinto numerosi premi nei festival di mezzo mondo, Todas las azafatas van al cielo, il suo film successivo, tra i tanti premi ha conquistato quello per la miglior sceneggiatura al Sundance, e ora questo El abrazo partido, quarto lungometraggio. È stato inoltre produttore esecutivo di Garage Olimpo del nostro Marco Bechis e produce ora I diari della motocicletta di Walter Salles sulla giovinezza del Che. E non possiamo che consigliare quest'opera a chiunque voglia ingannare con ironia e intelligenza l'attesa degli immancabili e immarcescibili blockbuster estivi. Il film di Burman s'inscrive perfettamente in quel rivolo di opere argentine che, bene o male, sono riuscite ad approdare anche da noi, e anzi ne è il migliore rappresentante almeno dai tempi di La Ciénaga di Lucretia Martel. Ariel è un giovane lontano mille miglia dagli pseudo rovelli ombelicali dei trentenni nostrani, a suo favore possiamo ascrivere una buona dose di umorismo ebraico e un bisogno delle radici in un mondo invasivo in continua evoluzione, dove per accettare il nuovo è necessario prima crescere e imparare ad accettare se stessi. L'uso della macchina a spalla e dei continui aggiustamenti di fuoco possono sembrare superflui e, alla lunga, perfino pretestuosi, ma il film si avvale veramente di una buona sceneggiatura, con una progressione emozionale esemplare nel descrivere il rapporto parentale di questo giovane, a cui Daniel Hendler, pur se doppiato, dà il giusto spessore e dimostra di essersi meritato il proprio premio. Tullio Di Francesco |