Autofocus

Il film di Paul Schrader recensito da Marco Cavalleri

AUTOFOCUS
di Paul Schrader

recensione di
MARCO CAVALLERI

credits

Titolo or.: Autofocus – Regia: Paul Schrader – Scenegg.: M. Gerbosi, dal libro "The murder of Bob Crane" di R. Graysmith – Int.: G. Kinnear, W. Dafoe, R. Wilson, M. Bello – Fotogr.: F. Murphy - Mont.: K. Boden – Musica: A. Badalamenti – Prod.: Usa, 2002 – Distrib.: Columbia Tristar Italia – Durata: 105’ 

 

California, anni ’60. Robert Crane è un famoso DJ, ma il suo desiderio è quello di lavorare per cinema o televisione. L’occasione buona arriva quando viene scelto per "Hogan’s Heroes", serie di culto della tv americana. Sul set conosce John Carpenter (trattasi naturalmente di omonimia…), tecnico video patito, oltre che del proprio mestiere, di night club e sesso di gruppo. Dopo le prime esitazioni, il fino ad allora timorato Bob – marito e padre felice, sempre presente alle funzioni religiose, autentico "pilastro della comunità" – deciderà di lasciarsi andare. Sarà l’inizio di una spirale di orge e registrazioni video condotte sempre in tandem che avranno termine solo nel ’78. Quando, ormai abbandonato dal successo e con due matrimoni alle spalle, verrà trovato assassinato nella camera di un motel dell’Arizona.

Paul Schrader è, nel bene e nel male, uno tra i più coerenti cineasti americani. Da sempre i suoi film ruotano intorno a due temi portanti: quello della discesa agli inferi da parte di personaggi comunque predestinati (da ragioni eterne e interne alla loro volontà) e quello del sesso come forza al contempo propulsiva e distruttiva, in ogni caso l’unica non dominabile dalle convenzioni sociali e in grado di dare una svolta – per quanto quasi sempre negativa – all’esistenza. Temi che si incrociano spesso (si pensi a titoli come American Gigolò e Hardcore ma anche, in forma più mediata, al Bacio della pantera) e che trovano in Auto Focus la definitiva sistematizzazione. La vita del divo televisivo che ebbe il suo quarto d’ora di gloria per poi sparire fino a una fine ingloriosa, è l’occasione per esplicitare un discorso assai critico sulla morale non solo individuale ma di un sistema sociale –e, in un certo senso, di un’intera nazione. Il vero delitto di Crane – delitto cui inevitabilmente seguirà il castigo - non è di essere un erotomane, ma di vivere la sua ossessione sessuale come mera performance, atto da registrare e riguardare ossessivamente come se si trattasse di un evento sportivo o (e l’equivalenza viene a un certo punto resa esplicita) un home movie. Evitando così di mettersi in gioco completamente e credendo di mantenere un dominio sugli eventi.

La relazione tra Robert e John, nonostante la conclamata amicizia tra i due, è fin dall’inizio quella tra un padrone e un servo, segnata dal dominio del primo sul secondo. E il progressivo sfaldamento della personalità di Bob – contrappuntato dall’impercettibile passaggio dal technicolor squillante dell’inizio ai toni cupi e freddi, quasi da video, del finale – corrisponde anche allo sfaldamento di un paese che proprio tra i ’60 ed i ’70 ha perso la propria innocenza. Logico che tra i due compagni di avventura non possa che sopravvivere John, che almeno è quello che fa: mentre Bob pagherà con la vita la pretesa di poter soddisfare, oltre alle proprie smanie erotiche, anche l’anelito a un successo borghesemente rispettabile. Temi alti, come si vede, da cui poteva emergere un gran pasticcio. Ma Schrader sa tenere in pugno la situazione fino in fondo, adottando una regia quasi invisibile e lasciando gran parte del lavoro a due attori – Kinnear e Dafoe – semplicemente perfetti. E lasciando un messaggio - nell’era della riproducibilità tecnica anche il sesso è diventato definitivamente merce, non diversamente dall’arte – amarissimo ma inconfutabile. Da vedere: ne sarete ripagati.

Marco Cavalleri


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