Austin Powers in Goldmember
Lo spiritoso film di Jay Roach secondo Marco Cavalleri
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Austin Powers, dopo aver assistito a un film sulla sua vita interpretato dai migliori divi di Hollywood, cattura ancora una volta il dottor Male e si guadagna la nomina a baronetto. Il suo malvagio antagonista, per tutta risposta, approfitta della macchina del tempo per convincere l'olandese debosciato Goldmember - così chiamato a causa di un'ossessione per l'oro che l'ha portato a perdere i genitali in fonderia - a rapirne il padre. Lo scopo ultimo è ancora una volta è quello di impadronirsi della Terra grazie a un cannone spaziale in grado di attirare un asteroide aureo nell'orbita del pianeta.Ma Powers, ritrovata dopo un viaggetto negli anni '70 l'antica fiamma Foxxy Cleopatra, non farà gran fatica a sbrogliare la matassa. Avanzando anche il tempo per risolvere il proprio Edipo e ritrovare un inaspettato fratello… Non si dovrebbe partire dagli incassi per giudicare una pellicola, ma stavolta la scelta si impone. Austin Powers in Goldmember - ultima incarnazione dell'agente segreto erotomane e pasticcione creato da Mike Myers - ha portato a casa qualcosa come 220 milioni di $ nei soli Stati Uniti, eppure è un titolo di quelli da dimenticare velocemente o da espungere subito dalla lista delle cose da vedere. Non foss'altro sulla base della constatazione, banalissima ma inevitabile, che è difficile giudicare positivamente un film comico che non fa ridere praticamente mai. Siamo dalle parti delle parodie liceali, con gag deboli giocate sull'ammicco sessuale o sulla storpiatura dialettale (resa con evidente fatica dal doppiaggio italiano, ma era impossibile fare altrimenti) ripetute invariabilmente tre o quattro volte. Con, oltretutto, un sovrappiù di volgarità da far impallidire i peggiori esempi della commedia scollacciata all'italiana. Eppure, se un lavoro che spinge a rivalutare i Pierini nostrani ottiene un simile successo, conviene forse - anche sulla scorta di titoli similari provenienti dall'America nell'ultimo biennio (da American Pie a 40 giorni e 40 notti fino a La cosa più dolce, che troverete ugualmente recensito in questo numero) - interrogarsi su come sia mutato il genere comico in Usa (e conseguentemente, prima o poi, nel mondo). Mutazione non felice, anche perché segnala una preoccupante inversione di tendenza. In precedenza erano i film poveri - quelli del circuito exploitation o quelli indipendenti - a calcare la mano sul versante della volgarità, nella speranza di trovare un proprio posto tra i colossi della distribuzione. Adesso, invece, sono produzioni medie o alte con fior di battage pubblicitario alle spalle a percorrere senza freni la strada della stupidità e della beceraggine. Ricevendone i favori di un pubblico sempre meno cinematografico e sempre più televisivo, in occasionale trasferta nelle sale. E non bastano certo i primi cinque divertenti minuti, che schierano il meglio di Hollywood in una riuscita parodia meta - cinematografica, a elevare il mediocrissimo tono generale. Peccato, perché Myers in precedenza aveva dimostrato una certa attitudine a far ridere: speriamo che sappia ritrovarla la prossima, inevitabile volta.
Marco Cavalleri |