The Assassination
Il regista non sa decidersi ad assumere un senso, una direzione precisa delle immagini e del racconto. Recensione di MARCO CAVALLERI

THE ASSASSINATION
di Niels Mueller
| recensione di MARCO CAVALLERI |
| credits |
| THE
ASSASSINATION Tit. or.: The assassination of Richard Nixon REGIA: Niels Mueller SCENEGG.: N. Mueller, K. Kennedy INT.: S. Penn, N. Watts, D. Cheadle, B. Henke FOTOGR.: E. Lubezki MONT.: J. Cassidy MUSICHE: M. Nyman PROD.: Messico/Usa, 2004 DISTRIB.: Lucky Red DURATA: 95’. |
Anno di disgrazia 1974 negli Usa travolti dallo scandalo Watergate. Mentre la nazione si trova di fronte al crollo dei suoi ideali, Samuel Bicke sperimenta un irrimediabile crollo privato. Che non consiste semplicemente (e già basterebbe…) nella fine del proprio matrimonio con Marie o nel fallimento professionale, ma soprattutto nella sperimentata incapacità – impossibilità? - di risalire la china. A nulla valgono gli ammonimenti del saggio Bonny, meccanico nero con cui avrebbe intenzione di portare avanti una cervellotica iniziativa imprenditoriale, a cercare di smussare gli angoli del proprio carattere e accettare il mondo per quel che è: quando la banca gli rifiuta il prestito che potrebbe dare una svolta alla sua vita Samuel perde definitivamente contatto col reale. E comincia a pensare che bisognerebbe eliminare la causa prima del marciume che gli monta intorno. E quale prima causa più identificabile del venditore numero uno degli USA, quel Nixon che ha mentito su tutti i fronti e quindi anche sul Sogno Americano?
The assassination (la distribuzione italiana omette "of Richard Nixon" in quello che sembra qualcosa di diverso da una semplice dimenticanza) ha chiuso i battenti della Quinzaine dello scorso Festival di Cannes, ricevendo critiche piuttosto distratte e concentrate per lo più sul valore dell’ interpretazione di Sean Penn. Ora, detto che quest’ultimo ormai farebbe notizia solo se recitasse male (e sì, la candidatura agli Oscar pareva a dir poco meritata) e che alla fine di un festival la gente ha per lo più voglia di tornare a casa e non certo di approfondire quanto visto, la pellicola appare più squilibrata che interessante.
Non che si sia di fronte a un film da saltare a piè pari, per carità: e, oltre alla già citata interpretazione del protagonista, qualche nota di merito andrebbe a una regia in grado di ricreare perfettamente non solo atmosfere ma anche soluzioni registiche da anni ’70, di quelle per intenderci che ci fecero accorgere del talento di Coppola e Scorsese. Del primo, l’assunzione a centro dell’opera di un protagonista comunque bigger than his life: del secondo il disperato esistenzialismo all’americana che contraddistinsero Mean Streets e soprattutto Taxi Driver, di cui l’opera sembra per certi versi un remake intervallato a situazioni e dialoghi tratti di peso da Morte di un commesso viaggiatore del compianto (almeno dal sottoscritto) Arthur Miller. Con una differenza purtroppo esiziale: che quel che là era sostanza (il titanismo, il senso di colpa, la rabbia nei confronti di una realtà aliena e minacciosa) qui si fa forma. O, meglio, non sa decidersi ad assumere un senso, una direzione precisa delle immagini e del racconto.
Se Travis Bickle segnava un’epoca, il timido Samuel Bicke – che dovrebbe
incarnare il tradimento e il disperato bisogno del Sogno Americano –
appare una figuretta fin troppo esile e monodimensionale, con atteggiamenti da
perfetto idiota più che da vittima delle circostanze. E il suo milieu –
tra saggi meccanici neri e avidi padroncini degni di un’opera del tardo Brecht o
mogli che destano scandalo per la gonna corta e la disponibilità a farsi toccare
(nei primi anni ’70?) – inquartato in una rappresentazione fin troppo
didascalicamente esemplare. Certo, dato un Penn qualche bel momento (il primo
colloquio in banca, il finale insolitamente secco e brutale) resta nel ricordo.
Quanto? Abbastanza per andare a vedere. Un po’ poco per potersene innamorare.
Marco Cavalleri