Ararat – Il monte dell’Arca
Il film di Atom Egoyan recensito da Davide Verazzani

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ARARAT – IL MONTE DELL’ARCA di Atom Egoyan
recensione di credits di Atom Egoyan
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| Nel 1915, i Giovani
Turchi, ultima incarnazione della realtà ottomana ormai prossima alla
fine, decisero di cancellare dalla faccia della terra il popolo armeno.
Di religione cattolica, gli armeni si erano distinti per acutezza negli
affari e capacità imprenditoriali, fino a divenire un centro di potere
alternativo al governo centrale. Una specie di lobby, come si direbbe
oggi, ricca e unita. Con una meticolosità che si ritroverà poi,
trent'anni più tardi, nello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti
(e lo stesso Hitler si "ispirò", per così dire, ai turchi di inizio
secolo per pianificare l'olocausto), l'esercito turco strinse d'assedio
città e paesi abitati in prevalenza da armeni ed uccise senza pietà
uomini, donne e bambini. A nulla valse la richiesta di aiuto alle altre
potenze occidentali cattoliche: l'impegno nella Guerra Mondiale ed un
generale e cinico disinteresse verso il destino di quel popolo non
salvarono gli armeni dallo sterminio. Solo pochi sopravvissero,
scappando e rifacendosi una vita all'estero, mantenendo per sempre negli
occhi l'orrore che avevano vissuto, e nell'anima una sorta di atavico
terrore verso i turchi. I quali, da parte loro, non ammisero mai di aver
compiuto alcun tipo di atrocità, men che meno un genocidio: non c'erano
televisioni a dimostrarlo, né fotografie. A poco a poco, del genocidio
degli armeni si perse ogni traccia. Atom Egoyan, regista canadese di origini armene, è il nipote di una sopravvissuta. Ha sentito queste storie fin da bambino, e da quando iniziò la professione di regista, vent'anni or sono, ha sperato di potere, un giorno, porre su pellicola le favole tragiche con cui era cresciuto. Dopo svariati film, dapprima sperimentali, poi di larga presa ("Il dolce domani" e "Il viaggio di Felicia", autentici capolavori, fra gli ultimi), è finalmente arrivato il momento che tanto attendeva. "Ararat" è il suo omaggio alla Storia dei vinti. Alle piccole vicende quotidiane che, unite, formano il grande fiume degli eventi, e che non si raccontano sui libri. Ad un popolo a cui è stata strappato ogni legame ancestrale, che ancora oggi non ha una patria, e vive in una sorta di insipida rassegnazione.
Davide Verazzani |