Apocalypse Now Redux

Il mitico film di Coppola, nella versione più moderna, nella recensione di Marco Cavalleri

 

APOCALYPSE NOW REDUX
di Francis Ford Coppola

 

Credits:

Tiolo originale: idem

Regia: Francis Ford Coppola

Sceneggoiatura: F. F. Coppola, J. Milius, dal romanzo “Heart of Darkness” di J. Conrad
Inerpreti: M. Sheen, M. Brando, R. Duvall, F. Forrest
Fotografia: V. Storaro
Montaggio: W. Murch
Musica: C. Coppola, F. F. Coppola

Produzione: Usa, 2001
Distribuzione: Buena Vista International
Durata: 202’.

 

Se ne parlava da un anno, e l’anteprima allo scorso Festival di Cannes non aveva fatto altro che far crescere l’attesa tra tutti i cultori del cinema. Dopo mesi trepidanti (e gli incassi eccezionali fatti registrare a quell’autentico tempio del cinema che è l’Arcadia di Melzo lo confermano senza alcun dubbio) ecco finalmente sui nostri schermi Apocalypse Now Redux, versione restaurata e rimontata (non solo con nuove sequenze, ma anche novità nella sequenza delle scene originali) del capolavoro di Coppola del 1979. Permettetemi per una volta di non far cenno alla trama - che immagino nota a tutti, non foss’altro che per i numerosi passaggi televisivi - e di concentrare l’attenzione su qualche considerazione generale. Non si tratta qui di stabilire - gioco di società piuttosto ozioso in cui pure paiono eccellere i giornali nostrani - se risulti migliore la nuova versione o la precedente: la risposta è di quelle da consegnare al notaio dicendogli di aprire la stessa solo in caso di decesso. Si tratta semmai di riconoscere la superiorità di un cinema e di un clima culturale di cui la pellicola è perfetta epitome rispetto al cinema banalmente marketing oriented di oggi, il cui unico parametro è la soddisfazione del maggior numero di utenti possibili con le inevitabili ricadute che la cosa comporta .

Gigantesco, visionario ed oscuro, il film di Coppola rappresentò il culmine e la crisi di un modello cinematografico - quello della New Hollywood inventata e imposta a forza di incassi oltre che da Coppola da una generazione di cineasti che annoverava tra le sue file cineasti come Spielberg, Lucas, Cimino e Scorsese (naturalmente la lista potrebbe essere assai più lunga, ma lo spazio è tiranno) - che, nutrita di solidissimo background tecnico e di visioni altre rispetto al tradizionale entertainment statunitense, provò a coniugare sperimentazione e cassetta, impegno e spettacolo con obiettivo non più l’intrattenimento ma la creazione del mito, di pellicole che si proponevano ogni volta come summa del cinema precedente e punto di partenza per nuovi percorsi visivo/narrativi.

Fateci caso: nel giro di poco più di un anno lo schermo propose da una parte Star Wars e Incontri ravvicinati del terzo tipo, dall’altra Il Cacciatore e Apocalypse now. Quattro capolavori indiscussi, tra cui non si può scegliere se non a livello di “gioco della torre”. Ma, soprattutto, quattro ipotesi di rifondazione del cinema e del suo immaginario. A prevalere, è storia, fu il modello Spielberg/Lucas, più immediatamente fruibile da chiunque e rispettoso dello Studio System, mentre Coppola e Cimino finirono col pagare salato il titanismo e l’assoluto sprezzo delle regole del gioco economico che, in un cinema che evolveva sempre più verso la megaproduzione, cominciò a costituire il vero limite invalicabile della libertà creativa. Non si spendono milioni di dollari se non si ha la certezza del loro ritorno: Coppola violò il diktat e l’incerto esito iniziale dell’opera segnò l’inizio della sua parabola discendente, ricca di bei momenti ma anche di episodi davvero minori. Ma così facendo consegnò -prima allo schermo e poi alla storia - una pellicola che si situa indubitabilmente tra le vette della cinematografia di tutti i tempi e latitudini. Il viaggio di Willard verso Kurtz e l’incontro finale con lui non appartengono solo al regno dell’immagine, ma sono entrati a far parte degli archetipi culturali collettivi: e Apocalypse Now, original o redux che sia, della cultura - non solo cinematografica - fa ormai parte stabile. Imprescindibile: non vederlo almeno una volta su grande schermo sarebbe davvero un delitto. Da lì il cinema - nel bene e nel male - fu davvero altra cosa.

 

Marco Cavalleri

 

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