Angela
Il film di Roberta Torre secondo Marco Cavalleri

ANGELA
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Palermo, anni '80. Angela, almeno ufficialmente, gestisce col marito Saro un negozio di scarpe: ma l'attività è solo un paravento per un lucroso traffico di cocaina che la donna si preoccupa di smistare per le vie della città. La loro vita scorre ordinariamente tra soldi facili, gioielli, e bei vestiti, finché il marito non ha l'idea di chiamare al proprio servizio Masino. Che è giovane, bello e ha un debole per le donne. Quasi inevitabilmente tra i due comincia una relazione clandestina tanto passionale quanto tormentata, complicata da evidenti ragioni ambientali. Ma l'intervento della polizia, da tempo sulle tracce del clan, farà precipitare la situazione: Angela si ritroverà sola.
Che noi italiani si stia prendendo l'antipatico vizio dei cugini d'Oltralpe, consistente nell'esaltare acriticamente qualunque prodotto nazionale a prescindere dall'effettiva riuscita? Il dubbio (che, intendiamoci, non è di quelli da togliere il sonno) sorge inevitabile di fronte ad un film come Angela, opera terza di Roberta Torre. Che, transitato per la Quinzaine di Cannes come L'imbalsamatore, raccolse un'uguale quantità di elogi dalla critica nostrana. Ma, se la pellicola di Garrone meritava tutti gli apprezzamenti positivi ricevuti, in questo caso appare ben più difficile condividere gli entusiasmi di allora. Entusiasmi che nascono forse dall'equivoco consistente nell'elogiare il cambiamento di genere cinematografico operato dalla regista, che si cimenta per la prima volta con un film drammatico. O nella supposta novità di uno sguardo sulla mafia - mondo maschile o meglio macho per eccellenza - dal punto di vista di una donna. Ora, detto che tale novità è per l'appunto solo supposta (se già un replicante come Soderbergh si può permettere di compiere un'operazione analoga col personaggio della Zeta - Jones in un film di splendida quanto facile confezione come Traffic) il vero punto dolente è che il coraggio di cambiare non mette necessariamente capo a un bel film: e Angela, purtroppo, non lo è, oltretutto per una lunga serie di ragioni.
Si potrebbe partire da una sceneggiatura assai raffazzonata a livello narrativo, oltretutto pesantemente debitrice di modelli assai più alti (l'interminabile prologo con l'illustrazione dei metodi di circolazione della droga si pone in filiazione diretta della circolazione del denaro che sostanzia la prima parte dello scorsesiano Casinò, ma il paragone è inevitabilmente insostenibile). Proseguire poi notando la tipizzazione banale di quasi tutti i personaggi maschili, che tocca vette irritanti nel personaggio del cugino Mimmo, autentico mafioso da operetta. Difetti che sarebbero ancora perdonabili se ci trovassimo di fronte a un lavoro registico di gran livello: peccato che proprio la regia sia la componente meno riuscita della già periclitante operazione. La Torre rinuncia infatti allo stile pop - sgangherato quanto si vuole, ma almeno divertente - dei suoi titoli precedenti per rincorrere modelli che vanno dalla nouvelle vague (l'uso del flou, il montaggio asintattico) al Fassbinder degli inizi, quello che cercava una via nuova e più gelida al melodramma hollywwodiano. Il risultato è un pastrocchio stilistico poco ispirato, con oltretutto alcune cadute visive (si vedano le numerose scene girate all'interno delle auto, con un uso dei trasparenti inguardabile) che fanno pensare nel migliore dei casi a poca cura, nel peggiore all'incapacità. Volendo proprio trovare dei pregi si può citare la bella prova fornita dalla Finocchiaro che, sebbene all'esordio, regala alla sua Angela un'intensità degna di una grande attrice: ma non basta a compensare i difetti di cui sopra. La Torre sembrava un talento indisciplinato ma in grado di crescere: la paura (per fortuna non ancora la certezza) è quella di essersi sbagliati
Marco Cavalleri