American Splendor

Ricavare una buona pellicola da un fumetto non è impossibile, purché in primo luogo si scelga il fumetto giusto. Recensione di MARCO ONORATO

AMERICAN SPLENDOR
di Shari Springer Berman, Robert Pulcini

recensione di
MARCO
ONORATO
credits
Regia e sceneggiatura: Shari Springer Berman, Robert Pulcini
Fotografia: Terry Stacey
Montaggio: Robert Pulcini
Musiche: Eytan Mirsky, Mark Suozzo
Interpreti: Paul Giamatti, Harvey Pekar, Hope Davis, James Urbaniak, Judah Friedlander, Toby Radloff
Produzione: USA 2003
Durata: 101’


 

"American Splendor" è il titolo di un "comic book" che, a partire dal 1976 e per circa un ventennio, ha segnato una piccola grande svolta nel panorama fumettistico americano, a lungo dominato dalle figure dei supereroi. Vi si raccontavano, infatti, con assoluta aderenza autobiografica le ordinarie vicissitudini di un uomo comune, Harvey Pekar, il cui unico nemico contro il quale ingaggiare una lotta incessante era il grigiore dell’esistenza quotidiana e la cui sola arma erano le sapide sceneggiature per fumetti destinati ad essere illustrati prima dal solo Robert Crumb (il cartoonist di "Fritz the Cat") e poi da un numero crescente di celebri disegnatori.

Il caso ha giocato senz’altro un ruolo importante nella vita di Harvey Pekar (se Robert Crumb non fosse stato suo vicino di casa, probabilmente le storie di quell’oscuro archivista ospedaliero di Cleveland con un grande bisogno comunicativo ed un’assoluta inettitudine fumettistica non avrebbero avuto non solo un’insperata notorietà ma neppure una benché minima versione figurativa); eppure, Pekar, con un’ostinazione sconfinante in una patologia ossessivo-compulsiva, non si è mai lasciato trasportare con opportunistica arrendevolezza dall’altalena della sorte ed ha anzi cercato di restare abbarbicato alla precarietà del proprio mondo, in cui evidentemente sentiva compendiato il destino di migliaia e migliaia di persone, vittime della stessa balorda temperie socioculturale.


Non è facile tracciare un ritratto di questo Harvey Pekar che mieteva successi nel gotha fumettistico e intanto continuava a fare il travet, che diventava ospite fisso del "Late Show" di David Letterman e poi si faceva cacciare in un baleno dal programma per una bizzosa ed estemporanea filippica televisiva contro i tycoons della comunicazione di massa, che regalava un sorriso ad un’America sommersa e, nel frattempo, si rifugiava con compiaciuta rassegnazione nel disordine della sua casa-scatoletta. Non è facile raccontare questo personaggio bizzarro e spigoloso, ed infatti ci era riuscito solo lo stesso Pekar nei suoi fumetti. Poi, nel 2003, si sono cimentati nell’impresa anche Shari Springer Berman e Robert Pulcini, due registi che, al quarto lungometraggio dopo tre documentari forse un pò pretestuosi su varie amenità hollywoodiane (Off the Menu, 1997; The Young and the Dead, 2000; Hello, He Lied & Other Truths From the Hollywood Trenches, 2002), sono apparsi finalmente consci del discrimine tra il cinema indipendente creativo ed originale e quello fatuo e narcisistico, realizzando un film sincero e umanissimo che in quello stesso anno ha vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance ed il premio Fipresci a Cannes e fatto incetta di pressoché tutti i riconoscimenti assegnati dalle associazioni dei critici cinematografici americani.


Purtroppo in Italia "American Splendor" resta una pellicola invisibile, a conferma dell’ineffabile stolidità del nostro sistema distributivo. Un vero peccato, perché il film di Berman e Pulcini ha innumerevoli meriti: riesce a catturare l’essenza di una vita e, insieme, della sua resa fumettistica, senza smarrire l’incisività e l’interesse che si sarebbero potuti diluire in quella che resta pur sempre una trasposizione iconica di secondo grado; gestisce con apprezzabile misura i prevedibili ma in fondo doverosi slittamenti dall’immagine filmica alla vignetta e viceversa, senza mai renderli meccanici; si fa cantore dei "dropouts" evitando la maniera di certo cinema indipendente e aderendo anzi alla poetica realistica di Pekar; si pone sotto il nume tutelare dello stesso Pekar (il cui ruolo è triplice: prima mero narratore autodiegetico; poi voce fuori campo che si materializza in interviste inframmezzate agli spezzoni di fiction; infine, personaggio reale che si sovrappone al suo doppio attoriale) ma non rinuncia a prenderne le distanze per tracciarne un profilo impietoso, valorizzando ad esempio il personaggio della moglie, autentica coscienza critica del comic writer talora incline ad eccessi di autocommiserazione.


"American Splendor" regala un cast formidabile, con un Paul Giamatti che è ormai riduttivo definire un semplice caratterista ed uno stuolo di comprimari di ottimo livello come Hope Davis (la moglie di Pekar, impagabile sfinge che, con poche stilettate, mette a nudo l’indole di chi le sta davanti) e Judah Friedlander (che incarna con grande simpatia Toby Radloff, amico autistico di Pekar e protagonista di una paradossale ascesa mediatica). Tra i tanti momenti significativi del film (il prologo rivelatore con Pekar unico bambino a non travestirsi da supereroe ad Halloween; la disputa tra il realismo oltranzista di Pekar e le tenere esigenze consolatorie di Toby dopo la visione de "La rivincita dei Nerds"; la lotta al linfoma da parte di Pekar, che, su sollecitazione della moglie, trasforma un periodo nero nell’occasione per deporre un certo solipsismo della propria precedente produzione fumettistica), ci piace segnalare una scena in cui il protagonista racconta direttamente agli spettatori la scoperta – per lui sorprendente – dell’esistenza di altri cittadini di Cleveland col suo stesso nome e cognome e, inoltre, il dolore per la notizia della morte di uno di loro: in un’atmosfera vagamente onirica Berman e Pulcini esprimono il miracolo di una comune condizione esistenziale che pare sostanziarsi e svelarsi in una semplice omonimia e ci convincono definitivamente del valore del loro film. E dimostrano che ricavare una buona pellicola da un fumetto non è impossibile, purché in primo luogo si scelga il fumetto giusto.


Nella speranza che il successo di "Sideways" induca prima o poi alla riscoperta di quest’altro film con Paul Giamatti e in attesa del prossimo lavoro dei coniugi Berman-Pulcini ("Wanderlust", un documentario sui road movies e il loro influsso sulla cultura americana), non possiamo che consigliarvi il dvd di "American Splendor", reperibile per poco più di una decina di dollari su Amazon: buona qualità audio-video ed extra filmici e fumettistici che faranno la gioia degli appassionati.

Marco Onorato


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