"American Splendor" è il titolo di un "comic book" che, a partire dal
1976 e per circa un ventennio, ha segnato una piccola grande svolta nel
panorama fumettistico americano, a lungo dominato dalle figure dei
supereroi. Vi si raccontavano, infatti, con assoluta aderenza
autobiografica le ordinarie vicissitudini di un uomo comune, Harvey
Pekar, il cui unico nemico contro il quale ingaggiare una lotta
incessante era il grigiore dell’esistenza quotidiana e la cui sola arma
erano le sapide sceneggiature per fumetti destinati ad essere illustrati
prima dal solo Robert Crumb (il cartoonist di "Fritz the Cat") e poi da
un numero crescente di celebri disegnatori.
Il caso ha giocato senz’altro un ruolo importante nella vita di
Harvey Pekar (se Robert Crumb non fosse stato suo vicino di casa,
probabilmente le storie di quell’oscuro archivista ospedaliero di
Cleveland con un grande bisogno comunicativo ed un’assoluta inettitudine
fumettistica non avrebbero avuto non solo un’insperata notorietà ma
neppure una benché minima versione figurativa); eppure, Pekar, con
un’ostinazione sconfinante in una patologia ossessivo-compulsiva, non si
è mai lasciato trasportare con opportunistica arrendevolezza
dall’altalena della sorte ed ha anzi cercato di restare abbarbicato alla
precarietà del proprio mondo, in cui evidentemente sentiva compendiato
il destino di migliaia e migliaia di persone, vittime della stessa
balorda temperie socioculturale.
Non è facile tracciare un ritratto di questo Harvey Pekar che mieteva
successi nel gotha fumettistico e intanto continuava a fare il travet,
che diventava ospite fisso del "Late Show" di David Letterman e poi si
faceva cacciare in un baleno dal programma per una bizzosa ed
estemporanea filippica televisiva contro i tycoons della comunicazione
di massa, che regalava un sorriso ad un’America sommersa e, nel
frattempo, si rifugiava con compiaciuta rassegnazione nel disordine
della sua casa-scatoletta. Non è facile raccontare questo personaggio
bizzarro e spigoloso, ed infatti ci era riuscito solo lo stesso Pekar
nei suoi fumetti. Poi, nel 2003, si sono cimentati nell’impresa anche
Shari Springer Berman e Robert Pulcini, due registi che, al quarto
lungometraggio dopo tre documentari forse un pò pretestuosi su varie
amenità hollywoodiane (Off the Menu, 1997; The Young and the Dead, 2000;
Hello, He Lied & Other Truths From the Hollywood Trenches, 2002), sono
apparsi finalmente consci del discrimine tra il cinema indipendente
creativo ed originale e quello fatuo e narcisistico, realizzando un film
sincero e umanissimo che in quello stesso anno ha vinto il Gran Premio
della Giuria al Sundance ed il premio Fipresci a Cannes e fatto incetta
di pressoché tutti i riconoscimenti assegnati dalle associazioni dei
critici cinematografici americani.
Purtroppo in Italia "American Splendor" resta una pellicola invisibile,
a conferma dell’ineffabile stolidità del nostro sistema distributivo. Un
vero peccato, perché il film di Berman e Pulcini ha innumerevoli meriti:
riesce a catturare l’essenza di una vita e, insieme, della sua resa
fumettistica, senza smarrire l’incisività e l’interesse che si sarebbero
potuti diluire in quella che resta pur sempre una trasposizione iconica
di secondo grado; gestisce con apprezzabile misura i prevedibili ma in
fondo doverosi slittamenti dall’immagine filmica alla vignetta e
viceversa, senza mai renderli meccanici; si fa cantore dei "dropouts"
evitando la maniera di certo cinema indipendente e aderendo anzi alla
poetica realistica di Pekar; si pone sotto il nume tutelare dello stesso
Pekar (il cui ruolo è triplice: prima mero narratore autodiegetico; poi
voce fuori campo che si materializza in interviste inframmezzate agli
spezzoni di fiction; infine, personaggio reale che si sovrappone al suo
doppio attoriale) ma non rinuncia a prenderne le distanze per tracciarne
un profilo impietoso, valorizzando ad esempio il personaggio della
moglie, autentica coscienza critica del comic writer talora incline ad
eccessi di autocommiserazione.
"American Splendor" regala un cast formidabile, con un Paul Giamatti che
è ormai riduttivo definire un semplice caratterista ed uno stuolo di
comprimari di ottimo livello come Hope Davis (la moglie di Pekar,
impagabile sfinge che, con poche stilettate, mette a nudo l’indole di
chi le sta davanti) e Judah Friedlander (che incarna con grande simpatia
Toby Radloff, amico autistico di Pekar e protagonista di una paradossale
ascesa mediatica). Tra i tanti momenti significativi del film (il
prologo rivelatore con Pekar unico bambino a non travestirsi da
supereroe ad Halloween; la disputa tra il realismo oltranzista di Pekar
e le tenere esigenze consolatorie di Toby dopo la visione de "La
rivincita dei Nerds"; la lotta al linfoma da parte di Pekar, che, su
sollecitazione della moglie, trasforma un periodo nero nell’occasione
per deporre un certo solipsismo della propria precedente produzione
fumettistica), ci piace segnalare una scena in cui il protagonista
racconta direttamente agli spettatori la scoperta – per lui sorprendente
– dell’esistenza di altri cittadini di Cleveland col suo stesso nome e
cognome e, inoltre, il dolore per la notizia della morte di uno di loro:
in un’atmosfera vagamente onirica Berman e Pulcini esprimono il miracolo
di una comune condizione esistenziale che pare sostanziarsi e svelarsi
in una semplice omonimia e ci convincono definitivamente del valore del
loro film. E dimostrano che ricavare una buona pellicola da un fumetto
non è impossibile, purché in primo luogo si scelga il fumetto giusto.
Nella speranza che il successo di "Sideways" induca prima o poi alla
riscoperta di quest’altro film con Paul Giamatti e in attesa del
prossimo lavoro dei coniugi Berman-Pulcini ("Wanderlust", un
documentario sui road movies e il loro influsso sulla cultura
americana), non possiamo che consigliarvi il dvd di "American Splendor",
reperibile per poco più di una decina di dollari su Amazon: buona
qualità audio-video ed extra filmici e fumettistici che faranno la gioia
degli appassionati.
Marco Onorato