American Psycho

Il film di Mary Harron secondo l'opinione di Marco Cavalleri

 

AMERICAN PSYCHO
di Mary Harron

Credits:

Titolo originale: idem
Regia: Mary Harron
Soggetto: Bret Easton Ellis, dal suo romanzo omonimo
Sceneggiatura: M. Harron, G. Turner
Interpèreti: Ch. Bale, W. Dafoe, Ch. Sevigny
Fotografia: A. Sekula
Musica: J. Cale
Montaggio: A. Marcus
Produzione: Canada/Usa, 2000
Distribuzione: Filmauro
Durata: 104’.

 

New York, 1987. Anni di yuppismo imperante. Patrick Bateman, vicepresidente di una non meglio specificata società, appartiene senz’altro alla schiera dei vincenti: una ricca fidanzata con cui praticare sesso canonico per riservare ad altre eventuali trasgressioni, una segretaria che spasima per lui, soldi a palate e lavoro tutt’altro che impegnativo. Ce ne sarebbe abbastanza per essere felici. Ma, in un mondo in cui la principale preoccupazione sembra quella di riuscire a prenotare un contesissimo ristorante o avere il miglior biglietto da visita, è ovvio che il nostro sviluppi qualche "eccentricità". Che sembra consistere in un sadismo sfrenato, da sfogare ugualmente su conoscenti, prostitute o barboni a colpi di torture e omicidi. Sempre che il tutto non sia semplicemente il frutto di una mente senz’altro malata ma ben attenta a non infrangere le regole dell’apparenza…

Prima regola di sopravvivenza relativa a un Festival: se un film americano potenzialmente di grosso richiamo viene presentato fuori concorso in un’unica proiezione mattutina, probabilmente si tratta di una bufala. American Psycho, la cui gestazione fu uno dei tormentoni di due anni fa per la più volte confermata e smentita presenza di Di Caprio come protagonista, fu presentato a Berlino fuori concorso alle 10.30. Volendo potremmo chiudere qui, ma non sarebbe corretto. Diciamo allora che siamo di fronte a una pellicola che si può tranquillamente evitare. Conoscevamo Mary Harron come regista velleitaria fin dai tempi di Ho sparato ad Andy Warhol: le velleità e la mancanza di talento vengono confermate anche dall’opera successiva. Non che sia tutta colpa sua, per carità. Era difficile ottenere un buon film da una base di partenza (il famigerato romanzo di Ellis) tanto scarsa, classico caso letterario creato dal nulla e nel nulla - dopo la prima ondata di scandalo - prontamente rientrato. Ma almeno si sarebbe richiesto di non peggiorare la situazione. Purtroppo la Harron (qui anche co -sceneggiatrice) ci riesce. L’idea dichiarata era quella di dare alla pellicola un coté femminista e vagamente satirico. Ma la satira è strettamente legata alla contemporaneità, e far satira su un gruppo sociale estintosi - almeno a livello di etichetta - all’inizio degli anni ’90 da tempo non appare precisamente un’idea geniale. E il presunto femminismo si esplica in una serie di trovatine (la bizzarra scena del coito a tre col protagonista che si esalta, incurante delle partner, davanti alla macchina da presa) che lasciano il tempo che trovano. Di più, e di peggio, la Harron ci mette una regia anonima e una disastrosa mancanza di senso del ritmo, con episodi stiracchiati all’inverosimile o, al contrario, tanto sincopati e trucidi da sforare spesso nella comicità involontaria. Aggiungiamoci un finale che ci riserva una presunta sorpresa di quelle che lo spettatore medio ha già intuito mezz’ora prima, un cast largamente sprecato in cui il solo Christian Bale sembra aver a cuore l’impresa, e componenti formali di mero mestiere (persino la colonna sonora di John Cale risulta anonima) e avrete il quadro dei motivi per cui non ne vale la pena. Volendo salvare comunque qualcosa si potrebbe accennare alla bella sequenza dei titoli di testa, che spiazza con intelligenza le attese dello spettatore. Ma si tratta di una intelligenza che il seguito non conferma: e non bastano tre bei minuti a giustificare una pellicola alla cui regia - probabilmente non a caso - avevano già rinunciato Scorsese e Stone. Da evitare.

Marco Cavalleri


back