Un’altra giovinezza
Immagini e dialoghi talmente autoreferenziali da non permettere alcuna interpretazione. Un’opera che resta nell’ambito categoriale dei film sbagliati. Recensione di Marco Cavalleri

Un’altra giovinezza
di Francis Ford Coppola
(Youth Without Youth) Con Tim Roth, Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, Marcel Iures, André M. Hennicke, Adrian Pintea, Alexandra Pirici. Genere Drammatico, colore 121 minuti. - Produzione Romania, USA 2007. - Distribuzione Bim
Per una volta partiamo da un presupposto granitico: il fatto che Francis Ford
Coppola sia tornato al cinema è un bene per il cinema stesso. Perché vedere
all’opera un maestro dopo 10 anni – forse qualcuno in più, visto che il suo
ultimo film autenticamente personale è Dracula di Bram Stoker che data 1992 –
può solo rappresentare una boccata d’aria salutare in un panorama sempre più
asfittico e ripetitivo (ormai anche la grande ondata del far east sembra
esaurita, e di fatto arriva qualche segnale di novità solo da cinematografie
troppo eccentriche per poter diventare "movimento"), segnato più dalla
preoccupazione di separare lo spettatore dai suoi soldi che da qualunque altra
considerazione etico/estetica. E riconosciamo anche che, nel frattempo, il
maestro (il termine è senz’altro abusato, ma in questo caso assolutamente
necessario) non ha perso un grammo della sua capacità di regista, di produttore
e di direttore di attori.
Quanto alla prima, qualunque sequenza del film dimostra una capacità di utilizzo della m.d.p. sconosciuta ai nove decimi del cinema attuale. Per la seconda, si guardi solo alla perfezione delle componenti formali, dalla fotografia al montaggio alla scenografia, semplicemente perfette pur in un film a basso (e, paragonato agli standard hollywoodiani, bassissimo) costo. Pensando agli attori, infine, si confronti il Tim Roth che ci consegna Coppola a quello uscito a malapena indenne da La leggenda del pianista sull’oceano. Detto questo, ammettiamo però anche – a malincuore – che Un’altra giovinezza ci sembra un’opera poco riuscita, e proviamo a spiegarne i motivi. Che, in definitiva, erano contenuti in nuce in tutta l’opera precedente del grande italo – americano, e non a caso trovano sfogo nella sua prima opera totalmente avulsa dalla produzione degli studios.
Che l’opera di Coppola sia da sempre segnata da due temi principali
–l’ossessione per la circolarità che molto assomiglia all’eterno ritorno
nietzschiano e l’attrazione ambigua ma irrefrenabile per il titanismo – è
piuttosto evidente. Si pensi solo alla struttura ripetuta dei tre Padrino o
all’inizio/fine di Apocalypse now, dove il narratore nella prima scena ci dà per
già conclusa la storia che stiamo per veder svolgere sullo schermo. E si
ricordino i protagonisti di tutto il suo cinema, la cui sfida sembra rivolta più
a Dio che alla società nell’illusione – magari orrenda ma insopprimibile – di
farsi nuovo padre/padrone/padrino del mondo che li circonda. Fino alla bestemmia
di Dracula di fronte alla croce che butta sangue, forse l’immagine
esemplificativa di tutto il suo percorso ( e Dracula non è in fondo la storia di
un eterno ritorno?). Temi che si ritrovano anche qui: ma stavolta, ahimè,
dichiarati, sottolineati, stiracchiati fino a qualche caduta nel didascalico
quando non proprio nel pecoreccio.
Difficile rimanere seri di fronte all’immagine della fervente nazista che porta la svastica sulla giarrettiera: difficile non intristirsi nella scena del supposto incontro della protagonista con Shiva, rappresentato da un manone unghiuto che tiene un teschio. Ma, soprattutto, difficile non rimanere un po’ infastiditi da una pellicola che dichiara esplicitamente le sue fonti e le sue ossessioni (fateci caso: nella storia di un erudito ossessionato da una grande opera che dovrebbe spiegare l’origine del linguaggio e sempre alle prese con gran quantità di libri campeggiano leggibili solo due titoli, Finnegan’s wake e Mein Kampf, ancora una volta la circolarità e gli orrori del titanismo) senza permettere allo spettatore un’interpretazione personale, quasi che l’urgenza di convincerlo della visione dell’autore paghi pegno al dibattito che pure una pellicola del genere dovrebbe considerare come la propria maggiore riuscita. In sintesi estrema, si direbbe che qui Coppola – privato per motivi di costi e di cattivi rapporti con l’industria statunitense della possibilità di portare a termine quel Megalopolis cui pensa da dieci anni come alla propria opera definitiva – si vesta dei panni di Kubrick e tenti di proporci un ipertesto. Ma il fascino degli ipertesti di Kubrick è proprio quello di essere aperti a qualunque interpretazione: il regista fornisce suggestioni che sta allo spettatore elaborare, magari per falsi colpire dall’ironia glaciale dell’autore (basti pensare alla famosa intervista di Michel Ciment all’autore a proposito di 2001). Mentre qui, purtroppo, succede il contrario, con immagini e dialoghi talmente autoconclusi – forse, ahimè, autoreferenziali - da non permettere alcuna interpretazione salvo quella stessa del regista. Ne esce un’opera comunque affascinante, comunque da vedere. Ma che resta, almeno a mio parere, nell’ambito categoriale dei film sbagliati.
Marco Cavalleri