Un’altra giovinezza

"Un’altra giovinezza" è l’inizio di una nuova vita cinematografica, una rinascita che si attendeva da tempo, sorprendente e difficilmente classificabile, emozionante e dannatamente coppoliano. E assolutamente imperdibile. Recensione di Davide Verazzani

Un’altra giovinezza

di Francis Ford Coppola

(Youth Without Youth) Con Tim Roth, Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, Marcel Iures, André M. Hennicke, Adrian Pintea, Alexandra Pirici. Genere Drammatico, colore 121 minuti. - Produzione Romania, USA 2007. - Distribuzione Bim

 

C’è tutto Francis Ford Coppola in questo film. Tutta la vita di un regista geniale e innovativo, a volte esaltante a volte compromissorio, decisamente umano, troppo umano. Ci sono le paranoie de La conversazione e le iperboli della saga del Padrino, il viaggio a ritroso dentro se stessi di Apocalypse now e la ricerca dell’amore attraverso gli oceani del tempo di Dracula, la volontà di autoaffermazione di Tucker e la tenerezza nostalgica di Peggy Sue si è sposata, la perfezione formale di Cotton club e la sporcizia giovane di Rusty il selvaggio. C’è, soprattutto, la grande voglia di fare cinema di un regista che, insieme a un’irripetibile generazione di cineasti nell’America dei primi anni ’70, ha cambiato le regole della visione.

 

Decidendo di dare corpo a un difficile romanzo dell’antropologo rumeno Mircea Eliade, letto per caso durante la scrittura di un altro film (sarà il prossimo? Ce lo auguriamo!), Coppola sceglie di ritornare, a dieci anni di distanza dal dimesso L’uomo della pioggia, non come un dinosauro in via di estinzione, similmente alle stanche reunion di quei gruppi rock che fecero fortuna trent’anni fa e ora si ritrovano perché sono finiti i soldi, ma anzi guardandosi allo specchio e decidendo di raccontare la propria parabola umana, il suo passato glorioso e il suo futuro incerto. Il soggetto del romanzo di Eliade è, per Coppola, alla stregua di una seduta psicanalitica; la vita all’incontrario di Dominic Matei, un professore rumeno di quasi 70 anni (più o meno l’eta del regista) che viene colpito da un fulmine e, invece di morire all’istante, comincia lentamente a ringiovanire fino a rincontrare, svariati anni dopo, la reincarnazione della donna che amò e da cui venne lasciato a causa dei suoi inesausti studi sul linguaggio, è il migliore pretesto per il regista per riflettere sui sogni svaniti e sulla necessità di rielaborare i propri lutti e i propri fallimenti.

 

Affrontando la spirale agro-dolce in cui è caduto Matei, Coppola compie un tuffo verso la purezza e la magniloquenza del suo cinema, con la naturalezza e la gioia, nietzschianamente seriosa, di un bambino a cui hanno ridato un giocattolo che sembrava perduto, e anche con la sua buffa goffaggine e i suoi ritmi a volte poco comprensibili. Perché è chiaro che in Un’altra giovinezza non tutto è perfetto: le tematiche sono tante, e non tutte facilmente esprimibili (metempsicosi, psicanalisi junghiana, interpretazione dei sogni, nascita della coscienza umana attraverso il linguaggio, conflitto fra lavoro e amore), la voluta mancanza di linearità temporale a volte nuoce alla comprensione di quanto accade, e si rischia talora di sfociare in un ridicolo involontario (soprattutto nella parte centrale, la meno convincente, in cui la fidanzata ritrovata regredisce fino a parlare come un’antica egiziana). Ma sono tali la forza visiva delle immagini, montate ancora una volta dal fidato Walter Murch, e il lirismo dei sentimenti espressi da un Tim Roth in stato di grazia e da Alexandra Maria Lara, giovane realtà del cinema europeo già vista in La caduta e prossima protagonista del discusso film sulla banda Baader Meinhof, e soprattutto è tanta la volontà di mettersi a nudo senza infingimenti né barriere da parte di Coppola, che le pecche della pellicola sono facilmente perdonabili, e non solo dai fans incalliti.

 


Infischiandosene delle regole hollywoodiane, lui che ne ha sovvertite così tante in passato, Coppola decide di costruire un mulinello di complicati passaggi psicologici, sorretto dalla semplice equazione per cui è l’amore che ci tiene in vita e che dà le risposte a tutte le domande; e questa, che in fondo appare una banalità e che nelle mani di un qualsiasi altro regista avrebbe creato uno sfacelo, in quelle di Coppola si trasforma, pur tra mille difficoltà, in oro, e gli permette di reinventarsi e di riproporsi con una sorta di candida e umile purezza. La dolcezza con cui Matei riesce a risvegliare dal torpore l’antico amore reincarnato solo dicendole che l’ama, la violenza con cui distrugge uno specchio, uccidendo quindi il suo cinico "doppio" che lo segue da sempre, la stanca disillusione della vecchiaia quando il professore ritorna nel paese natìo e rivede (o crede di rivedere?) i vecchi amici che lo aspettano da tempo, sono pagine di cinema che stanno a fianco, con pieno merito, alle scene più memorabili dei capolavori coppoliani, e in cui si rivede il tocco di un Maestro.

 


Un’altra giovinezza è l’inizio di una nuova vita cinematografica, una rinascita che si attendeva da tempo. Tra la geometrica potenza del Kubrick di 2001 Odissea nello spazio e la follia anarchica del Russell di Stati di allucinazione. Sorprendente e difficilmente classificabile. Imperfetto e claudicante, pure, come tutti i nuovi inizi. Ma, anche per questo, emozionante e dannatamente coppoliano. E assolutamente imperdibile.

Davide Verazzani

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