Allegro
Delude il secondo lungometraggio del danese Boe, vincitore della Camera d'Or a Cannes nel 2003. Recensione di DAVIDE VERAZZANI

ALLEGRO
di Christoffer Boe
Recensione di
DAVIDE VERAZZANI
durata 87' regia di Christoffer Boe Sceneggiatura Christoffer Boe, Mikael Wulff Con: Ulrich Thomsen (Zetterstrøm), Helena Christensen (Andrea), Svetoslav Korolev (giovane Zetterstrøm), Benedikte Hansen (insegnante di pianoforte) Fotografia Manuel Alberto Claro Scenografia Nikolaj Danielsen Musica Thomas Knak Produttore Tine Grew Pfeiffer
Il celebre pianista danese Zetterstrom, emigrato a New York in cerca di gloria e fortuna, riceve un invito per suonare in una serata di gala nella natìa Copenaghen. Zotterstrom accetta anche perché l’emissario che gli formalizza l’invito gli accenna di un suo antico amore, la sfuggente e affascinante Andrea, di cui il pianista non riesce a ricordare praticamente nulla. Una volta tornato a Copenaghen, ed entrato nella "Zona", sorta di enclave circondata da un muro invisibile da cui non si può uscire, Zotterstrom dovrà fare i conti con il proprio passato, e, aiutato dal misterioso Tom, un deus ex machina in carrozzella (e voce narrante dell’intera pellicola), riuscirà a riappacificarsi con la propria memoria.
Il promettente regista danese Christoffer Boe, dopo aver vinto la Camera d’Or a Cannes nel 2003 con il lungometraggio d’esordio, "Reconstruction", si cala in uno pseudo-melò parapsicologico per raccontare le risposte alla classica domanda "Ma se potessimo tornare indietro, cosa cambieremmo?". I territori attraversati sono colmi delle statue di sale di epigoni dei Tarkovskij, Bergman e Antonioni, che hanno tentato di sintetizzare l’inarrivabile senza il genio poetico di tali maestri; Boe vi si accosta non senza un certo grado di ironia, quasi senza prendersi troppo sul serio, alternando romanticismi intensi, conflitti interiori e vere e proprie "gag fantascientifiche" (notevoli, in questo senso, i continui spostamenti spaziali che Zetterstrom deve subire all’interno della Zona, dove si trova ad entrare iuno spazio ed uscirne in un altro del tutto mutato), ma nonostante questo non riesce ad appassionare lo spettatore ad una vicenda che procede stancamente per quasi un’ora e mezza, con uno spunto iniziale interessante ma bastevole per un agevole cortometraggio.
Il peregrinare dello smarrito Zetterstrom (ottimamente interpretato, peraltro, da Ulrich Thomsen) nella "Zona" alla ricerca dei propri ricordi smarriti non assurge ad epopea mitica, non catalizza la suspence, e questo a causa soprattutto di una sceneggiatura che, a differenza di quanto accadeva nei film dei registi di riferimento, sente la necessità di spiegare tutto, ma proprio tutto quello che sta accadendo, anche attraverso un uso smodato e fastidioso della voce off: viene da pensare che, se il soggetto fosse stato affidato a Charlie Kaufman (per citare un autore che ultimamente ha saputo rendere, visivamente oltre che sulla carta, gli abissi della mente), ne sarebbe derivato un film ben diverso, e sicuramente più incisivo.
Tristemente invece, quando al termine del proprio viaggio Zetterstrom ritrova l’amata Andrea (e anche se il regista ha il buon gusto di evitarci un lieto fine posticcio), viene da chiedersi un mesto "Tutto qui?". E nonostante, peraltro, la fotografia e l’uso sgranato dell’immagine siano pregevoli, in una confezione "povera" ancora leggermente devota al sopravvalutato Dogma di Von Trier ma funzionale all’effetto disturbante di camminate nelle proprie "zone oscure", l’operazione ha il sapore di un moralismo fuori luogo, e sostanzialmente inutile.
Davide Verazzani