Alla rivoluzione sulla Due Cavalli

Il film di Maurizio Sciarra del 2002 visto da Marco Cavalleri

ALLA RIVOLUZIONE
SULLA DUE CAVALLI

di Maurizio Sciarra

credits

Regia: Maurizio Sciarra

Sceneggiatura: M. Ferrari, E. Monteleone, M. Sciarra
Interpreti: A. Garcia, A. Giannini, G. Simon, F. Rabal
Fotografia: A. Catinari
Musica: L. Marchitelli
Montaggio: C. Cormio
Produzione: Italia, 2001
Distribuzione: Lancia
Durata: 95’.

 

Parigi, Aprile del 1975. Victor, studente portoghese, convince l’amico e coinquilino Marco a partire alla volta del paese d’origine, dov’è appena cominciata quella che diverrà nota come la rivoluzione dei garofani. Presa l’unica macchina a disposizione, una Due Cavalli del ’64, i due partono. Ma presto si affaccia l’idea di coinvolgere nell’impresa anche Claire, ex fidanzata di Victor con cui anche Marco ha qualche trascorso, attualmente moglie e madre a Bordeaux. Il terzetto farà incontri ora simpatici ora assai meno con carabineiros, conti franchisti appassionati della storica Citroen e zii rivoluzionari pronti a ribattezzare piazze nel nome della rivoluzione, per ritrovarsi a Lisbona a seguire un corteo le cui bandiere rosse si riferiscono non al comunismo ma ai colori sociali del Benfica. Ma quel che realmente importa è che ritroveranno l’affiatamento, il gusto dello stare insieme a tutti i livelli (sessuale compreso) e forse entreranno finalmente nell’età adulta.

Alla rivoluzione sulla due cavalli vivacizzò le cronache cinematografiche dello scorso agosto per due motivi: da una parte l’insperata e larga affermazione al Festival di Locarno, dove conquistò il Pardo d’oro e quello di bronzo al migliore attore Andoni Garcia, dall’altra la polemica innescata dalla giurata Laura Morante che non fece mistero di aver decisamente preferito altri film. Uscito nelle sale, è il tempo di chiedersi chi avesse ragione: e, anche se mi dispiace, direi che l’attrice aveva colto nel segno più dei suoi colleghi. Immaginatevi una nuova puntata del Salvatores della cosiddetta trilogia del viaggio depurata di qualunque occasione di riso a vantaggio di una "carineria" più esibita che autentica. Sostituite ai suoi protagonisti un terzetto di attori più belli che realmente espressivi Puntate - oltre che su una bella colonna sonora d’epoca che svaria dagli Allman Brothers a Gilbert O’ Sullivan passando per una versione cult in spagnolo di La Bambola di Patty Pravo - su generosi ma generici riferimenti al clima e alle utopie degli anni ’70.

Fatelo e avrete il quadro di una pellicola certo non spiacevole ma onestamente piuttosto insipida. Si direbbe che gli sceneggiatori - tra cui, certo non a caso, il Monteleone che con Salvatores collaborò - preferiscano giocare sul sicuro, puntando sull’incrocio di miti (l’on the road, la rivoluzione, l’amore) piuttosto che sull’intreccio o lo sviluppo della trama e degli spunti che essa poteva offrire. Il che non sarebbe necessariamente un problema, se avessimo come contraltare una regia di polso. Ma Sciarra - forse anche a causa dell’origine televisiva dei finanziamenti (la pellicola è targata RAI) preferisce non rischiare nulla, conducendo il racconto con professionalità ma senza colpi di genio. Il che produce qua e là momenti divertenti e annotazioni intelligenti (il fatto che i tre protagonisti si trovino alla fine in un corteo di tifosi scambiato erroneamente per una manifestazione suona come affettuosa presa di distanza dagli "assolutismi" politici del periodo) ma fa scivolare l’operina in un clima di auto - indulgenza simpatico finché si vuole ma che lascia il tempo che trova. E alla fine l’unica cosa che resta in mente è che si tratta dell’ultimo lavoro di Francisco Rabal, emblema di un cinema che fu che aveva senz’altro molte più cose da dire. Si può vedere: non andrei oltre questo dato.

Marco Cavalleri


back