Alla luce del sole
Zingaretti si cala con tale naturalezza mimetica nel suo don Pino da far pensare al miglior Volontè. Film più onestamente civile che realmente riuscito: ma merita una visione. Recensione di MARCO CAVALLERI

ALLA LUCE DEL SOLE
di Roberto Faenza
| recensione di MARCO CAVALLERI |
| credits |
| Tit. Or.: idem Regia: Roberto Faenza Scenegg: R. Faenza, in collaborazione con G. Arduini, G. Maia, D. Gentili, F. Gentili, C. Del Bello Int.: L. Zingaretti, A. Goria, C. Fortuna Fotogr.: I. Petriccione Mont.: M. Fiocchi Musica: A. Guerra Prod.: Italia,2004 Distrib.: Mikado Durata: 90’ |
Nel 1991 Don Pino Pugliesi, originario di quello stesso quartiere
palermitano, rientra a Brancaccio. Parroco della deserta chiesa di quartiere, si
rende ben presto conto di come la mafia sia l’autentica fonte di potere e
autorità del posto, tanto da coinvolgere non solo gli adulti ma anche i bambini.
Proprio da questa considerazione parte il suo progetto: togliere i bambini dalla
strada potrebbe equivalere a sottrarre manodopera alle organizzazioni criminali.
Organizzazioni che dapprima tentano di corromperlo, poi – verificatane
l’impossibilità – preferiscono assumere un atteggiamento di passiva ostilità. Ma
quando il progetto comincia a prendere corpo – e soprattutto quando il prete
comincia a farsi interprete delle reali esigenze del quartiere, fin lì
conculcate da padrini e politici locali, denunciando la loro connivenza e
sfidando i mafiosi a uscire allo scoperto – la sua strada è segnata. Morirà il
15 Settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno.
Dopo Prendimi l’anima torna sullo schermo Roberto Faenza. Che, devo
confessarlo, rappresenta per il sottoscritto uno dei grandi punti interrogativi
del nostro cinema: tecnicamente dotato, intellettualmente curioso al punto di
proporre produzioni e temi del tutto insoliti per il panorama nostrano, ma
troppo spesso travolto da un furore didascalico in grado di inficiare qualunque
considerazione positiva si possa fare sulle sue capacità (e chi ha visto
Sostiene Pereira o lo stesso Prendimi l’anima avrà ben presente di
cosa stiamo parlando). Il fatto che avesse deciso di dedicarsi alla biografia di
don Pino Puglisi faceva perciò temere il peggio.
Ma la pellicola, pur tutt’altro che eccezionale, è un buon risultato, e non solo per la sua attualità (in un periodo in cui un presidente della regione Sicilia può mostrarsi offeso dal fatto che un’inchiesta denunci la presenza sul territorio della mafia e pretendere una trasmissione "riparatrice" un film del genere assume la valenza di un antidoto). Intendiamoci, il didascalismo di cui si parlava prima non viene meno nemmeno in questo caso, e qua e à deborda pericolosamente. Basti vedere la rappresentazione del milieu mafioso, che sembra composto unicamente da decerebrati bulli di quartiere, tanto da far rimpiangere non si dice Rosi ma lo stesso Damiani. O, peggio, le sottolineature inutili – e per certi aspetti imbarazzanti – avvertibili nella rappresentazione della morte in solitudine del protagonista, con tanto di pedoni che cambiano visibilmente strada e finestre richiuse. Ma, se questo è il limite evidente dell’operazione, pure ci sono dei pregi. Una regia pulita ma che cerca di evitare le trappole del televisivo, nonostante la produzione targata (anche) Rai. Un tentativo di evitare il più possibile la retorica cui pure il tema si prestava, con l’amaro coraggio (spesso dimenticato dal cinema italiano sul tema) di ammettere che la morte del parroco non ha prodotto alcun autentico sommovimento di coscienze. E, soprattutto, una straordinaria prova d’attore di Luca Zingaretti: che, abbandonati gli studi televisivi, si cala con tale naturalezza mimetica nel suo don Pino da far pensare al miglior Volontè. Forse più onestamente civile che realmente riuscito: ma merita una visita.
Marco Cavalleri