Alila
Il film di Amos Gitai recensito da Davide Verazzani

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ALILA di Amos Gitai
recensione di
credits Alila
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| Un condominio di Tel
Aviv, dove si consumano splendori e miserie umane: la poliziotta
sefardita che litiga con i vicini, una donna che consuma la sua passione
di amante di un uomo sposato, un vecchietto solo con un cane, i muratori
che stanno ristrutturando una parte del palazzo. E, dall'altra parte
della città, un padre e una madre che rincorrono una figlio che non ne
vuole sapere di fare il militare. In quaranta piani sequenza di
precisione millimetrica, Gitai racconta ancora una volta l'impossibilità
di essere normali, oggi, in Israele. La sua macchina da presa viola
l'intimità dei personaggi, per scrutare nel profondo di un disagio che è
esistenziale, ancor prima che fisico. E poco importa se i lavoratori da
sfruttare non sono più palestinesi, ma cinesi o africani: ognuno ha un
padrone, nessuno è libero. Ed ognuno vuole scaricare sugli altri la
propria rabbia, la propria incompiutezza. Raggelante ed ansiogeno, anche
se di gran lunga meno riuscito di altre precedenti opere di Gitai. Come
se tutto, adesso, fosse diventato davvero più difficile. Anche il
semplice raccontare. Davide Verazzani |