Alì

Il favoloso film di Michael Mann recensito da Tullio Di Francesco

ALI'
di Michael Mann

recensione di
TULLIO DI FRANCESCO

CREDITS 

ALÌ (id., 2001) REGIA: Michael Mann. SCENEGG: Stephen J. Rivele, Christopher Wilkinson, Eric Roth, Michael Mann. FOT: Emmanuel Lubezki. SCENOG: John Myhre. MONT: William Goldenberg, Stephen Rivkin, Lynzee Klingman. COST: Marlene Stewart. MUSICA: Lisa Gerrard, Pietre Bourke. PROD: Jon Peters, Paul Ardaji, A. Kitman Ho, Michael Mann. DISTR: Cecchi Gori Distribuzione. ORIGINE: USA. DURATA: 2h:36' INTERPRETI: Will Smith (Cassius Clay/Muhammad Alì), Jamie Foxx (Drew "Budini" Brown), Jon Voight (Howard Cosell), Mario Van Peebles (Malcolm X), Ron Silver (Angelo Dundee), Jeffrey Wright (Howerd Bingham), Mykelti Williamson (Ron King), Jada Pinkett Smith (Sonji), Nona Gaye (Belinda), Michael Michele (Veronica), Giancarlo Esposito (Cassius Clay Sr.).

 

 

Dieci intensissimi anni (1964-1974) nella vita di un pugile nero in cerca di sfondare con un nome da schiavo come Cassius Clay, divenuto poi Cassius X con la consapevolezza razziale, ed entrato nella leggenda come Muhammad Alì dopo la conversione all'islamismo; una leggenda talmente colossale da avere come unico antagonista Superman in una celebre storia a fumetti della Marvel degli anni Settanta. Sono gli anni delle frequentazioni politiche con Malcolm X e i musulmani della setta di Elijah Muhammad, della rivendicazione contro la razzista politica del governo degli Stati Uniti d'America, della prigione per aver rifiutato di andare a combattere in Vietnam, della rinascita nello storico scontro contro George Foreman a Kinshasa. Gli anni in cui la leggenda vivente volava come una farfalla e pungeva come un'ape non solo con i guantoni, ma anche, da vero giocoliere della parola, con la lingua.

La domanda che ci si pone guardando Alì è: come fa Mann a dirigere un capolavoro senza nemmeno una scena madre, senza nessuno di quei coup à effet che ti fanno capire (programmaticamente) di essere di fronte ad un capolavoro? Perché questo fa Michael Mann, uomo di cinema a ventiquattro carati, reinventore del poliziesco televisivo e non con la serie Miami Vice, precursore del filone serial killer quando ancora nessuno ne aveva intuito le potenzialità drammatiche con il perfetto Manhunter (estrema ingiuria: l'annunciato remake da parte di Dino De Laurentiis, che detiene i diritti del personaggio di Hannibal Lecter, di quel film, come se necessitasse di una rimodernizzazione e non fosse, invece, più avanti di tutti i titoli venuti dopo), intelligente ribaltatore della puritana morale anglosassone con il capovolgimento della trama del romanzo di Fenimore Cooper L'ultimo dei mohicani nel suo omonimo film: Mann prende quello che era previsto fin dall'inizio dovesse essere un blockbuster e lo capovolge svuotandolo del suo appeal e girandolo con l'entusiasmo di un videoamatore, di un filmaker, con la fotografia che trascolora sempre più vicino alla ripresa digitale e le riprese digitali adottate per la loro "cinematografabilità" ("la pellicola 35 mm è troppo poco veloce per riprendere le nuvole in cielo").

Un esempio di regia mozzafiato dallo stile "invisibile", che trae origine dal cinema classico smontato della sua classicità e rimontato con i caratteristici ritmo e senso del tempo manniani. Una regia che brucia dall'interno la materia del suo farsi, ricca com'è di un'energia interiore che fatica ad esplodere finché non ci si rende conto di essere piuttosto in presenza di un vigore implosivo (vedi anche il Jeffrey Wigand del suo precedente Insider-Dietro la verità, recitato da un trattenuto Russel Crowe). A Mann basta un leggero ralenti sul ring per creare (o meglio, ricatturare) la leggenda: il suo Alì è un guascone spavaldo fuori ma carico di una consapevole energia interiore, perfetta prosecuzione dei personaggi manniani trattenuti nella loro carica esplosiva e freddi come il ghiaccio (come la sua regia), cosa che rende plausibile anche il miracolo (vero) compiuto durante la sfida contro Foreman in Zaire (si veda anche il documentario Quando eravamo re di Leon Gast). Il vero Alì non avrebbe potuto desiderare di essere ritratto meglio, e il rispetto per la sua leggenda è intuibile anche dal lavoro che è stato condotto sugli attori. A partire dal protagonista Will Smith, letteralmente voltato come un guanto e svuotato del suo abituale glamour. Senza dimenticare alcuni ruoli secondari come quello dell'irriconoscibile Jon Voight nella parte del giornalista sportivo Howard Cosell (in odore di Oscar), e quello del bravo Jamie Foxx che fa lo sciroccato Budini, nero sciatto con chierica e pancia, dopo che lo avevamo lasciato come atletica promessa del football in Ogni maledetta domenica di Oliver Stone. Assolutamente entusiasmante.

Tullio Di Francesco


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