Alexander

Più che un film, un'ipotesi di film. Interessante, ma di quell’interesse vagamente morboso che suscitano i fenomeni da baraccone. Recensione di MARCO CAVALLERI

ALEXANDER
di Oliver Stone

recensione di
MARCO
CAVALLERI
credits
Tit. or.: idem
Regia: Oliver Stone
Scenegg.: O. Stone, Ch. Kyle, L. Kalogridis
Int.: C. Farrel, J. Leto, V. Kilmer, A. Jolie, A. Hopkins
Fotogr.: R. Prieto
Mont.: Y. Hervé, T. J. Nordberg, A. Marquez, G. Joujou
Musica: Vangelis
Prod.: Germania / Uk / Olanda
Usa, 2004
Distrib.: Warner Bros
Durata: 173’

 

Chi era Alessandro? Di certo il condottiero che conquistò in otto anni un impero che non avrebbe conosciuto uguali fino a quello romano. Ma anche il discepolo di Aristotele che voleva verificare quanto gli era stato insegnato, il monarca che partì da posizioni quasi democratiche per approdare rapidamente all’assolutismo nello stile della Persia da lui conquistata, il visionario che voleva creare un mondo ellenizzato dove lingua e ideali greci avrebbero dovuto fornire il collante per un super – stato esteso dal Mediterraneo all’India. E anche un bisessuale capace di innamorarsi ugualmente della principessa Roxane e del compagno di giochi e di guerre Efestione, un uomo sovrastato dal complesso di Edipo creato tanto dal brutale padre Filippo quanto dall’ambiziosissima madre Olimpiade. O forse solo un sognatore, come racconta nel finale l’amico Tolomeo, capace di sogni tanto vasti da spossare chi gli stava accanto e costringerlo ad eliminarlo…

Oliver Stone ha raccontato di avere in mente il progetto Alexander da almeno quindici anni: il che sembrerebbe confermare il vecchio adagio per cui un regista non dovrebbe mai realizzare il suo sogno nel cassetto pena il peggiore degli insuccessi. E in effetti il film in America è stato massacrato senza riserve dalla critica e pressoché ignorato dal pubblico. L’accoglienza europea pare migliore, e qualcuno ha liquidato frettolosamente il linciaggio americano attribuendolo alla pruderie puritana che imporrebbe di stroncare a prescindere un film il cui protagonista mostri apertamente la sua sessualità. Il che può essere in parte vero – la pellicola non è l’aborto annunciato oltre atlantico – ma comunque non rende ragione di tutte le sue evidenti debolezze: debolezze che derivano in primo luogo dalla personalità del suo regista e co – sceneggiatore. Che Stone – in questo non diversamente da Coppola e Milius – sia portato al titanismo è cosa testimoniata dalla sua intera filmografia, sempre dedicata a personaggi in qualche modo larger than life: così com’è altrettanto evidente la sua ossessione per l’esemplarità dei suoi ritratti, il loro incarnare precisi tipi ideali e per molti aspetti etici in una forma non troppo dissimile dai morality play medievali (si pensi allo scontro tra i due sergenti di Platoon, alla dialettica maestro/allievo – che è anche servo/padrone -di Wall Street, ai duelli tra ideale e soldo che permeano i duetti Pacino/Diaz in Ogni maledetta domenica). Ma, rispetto ai due autori citati, di Coppola non ha la cultura – non solo cinematografica – e di Milius non ha l’urgenza mitica. Difetti che si riscontrano puntualmente in questa sua ultima fatica, che sembra costruita per essere tutto e il contrario di tutto.

Capace di sequenze memorabili – la battaglia di Gaugamela rivissuta quasi come un avvenimento sportivo, con tanto di didascalie per illustrare le rispettive posizioni in battaglia, che dall’astrattezza dell’inizio diviene sempre più concreta ed atroce – ma anche di altre francamente imbarazzanti (la morte di Efestione tra broccati e tendaggi che lo stesso Zeffirelli avrebbe probabilmente qualche scrupolo a firmare). Fin troppo scrupolosa nel fornire il quadro storico di riferimento – con un prologo e un epilogo affidati a un affettato Hopkins per due interventi che si potrebbero tranquillamente espungere in blocco – ma con larghe amnesie nella ricostruzione, per cui Alessandro passa da erede di Filippo a vincitore dell’esercito persiano in pratica nel quadro di una sequenza in voce off. Contrassegnata da qualche lampo di una regia tutt’altro che rassegnata ad arrendersi alla computer graphic (di cui si usa ma non si abusa, a differenza di Troy e Gladiator) ma svilita da una scelta e una direzione degli attori indegna di un peplum nostrano, tra un Colin Farrel che sembra solo in grado di strabuzzare gli occhi e una Jolie impegnata a rifare con più smorfie la strega cattiva di Biancaneve. Alla fine si ha l’impressione di aver assistito, più che a un film, a una ipotesi di film, a un trattamento dove si potrebbe tranquillamente modificare larga parte della successione cronologica degli episodi senza intaccare la tenuta – o meglio la mancata tenuta – del tutto. Interessante, certo. Ma di quell’interesse vagamente morboso che suscitano i fenomeni da baraccone.

Marco Cavalleri


back