Ai confini del paradiso

Nella costruzione un po’ artificiosa, il film sembra rimandare a Babel : ma l’afflato morale sembra far pensare a Kieslowski e al suo cinema duro ma pieno di pietas. Aggiungeteci ottimi attori, con menzione particolare per Hanna Schygulla, e avrete il quadro di un film da vedere. Recensione di Marco Cavalleri

Ai confini del paradiso 

di Fatih Akin

 


(Yasamin kiyisinda) Con Baki Davrak, Nursel Kase, Hanna Schygulla, Tuncel Kurtiz, Nurgül Yesilçay, Patrycia Ziolkowska. Genere Drammatico, colore 122 minuti. - Produzione Germania, Turchia 2007. - Distribuzione Bim


Brema. Oggi. Ali, pensionato turco, decide di portarsi a casa Yeter, conterranea prostituta che si è data al mestiere per permettere alla figlia Ayten, rimasta nel paese d’origine, di poter studiare: ma nel corso di una lite involontariamente la uccide. Suo figlio Nejat, professore universitario di letteratura, sconvolto dall’accaduto decide di tornare in Turchia per ritrovare la ragazza ed aiutarla almeno finanziariamente. Ma Ayten, legata a un gruppo terroristico, è appena partita per la Germania nella speranza di trovare asilo politico e ritrovare la madre. Non trovando né l’uno né l’altra ma almeno l’amore di Lotte, studentessa tedesca disposta a seguirla quando sarà espulsa alla volta delle carceri turche. Ma quando Lotte muore…

 

Abbiamo un nuovo maestro del melodramma? Forse è ancora presto per dirlo: ma di sicuro Fatih Akin, già meritato Orso d’Oro a Berlino 2004 per La sposa turca, dimostra di voler puntare decisamente in quella direzione. Facendolo però con la consapevolezza di arrivare, più che dopo Sirk, dopo Fassbinder: autore cui il suo cinema rimanda senza mezzi termini, stemperandone però il furore (talvolta stucchevole) in una visione più pacata e possibilista.

 

Ai confini del paradiso (brutto titolo per l’originale Auf der anderen Seite, letteralmente Dall’ altra parte: ma stavolta c’entra la distribuzione internazionale e non il solito intervento dadaista dei titolisti del belpaese) in effetti è un melodramma: ma lo è nell’unico modo ancora possibile oggi. Puntando cioè senza remore –spudoratamente, diremmo quasi - sulla forza dei sentimenti ma cercando anche di dire altro, dalle difficoltà individuali di integrazione (e così ogni personaggio, perfettamente inserito nel suo paese, si ritrova spaesato in quello di arrivo) a quelle nazionali e culturali. Non sempre riuscendoci, colpa anche di una sceneggiatura (premiata a Cannes: per il sottoscritto la parte più debole della pellicola) più attenta e quasi maniacale nel meccanico intersecarsi dei piani narrativi e dei personaggi che si sfiorano ripetutamente senza incontrarsi mai che allo sviluppo dell’azione o delle idee. Ma avendo dalla sua qualche intuizione di regia (la panoramica iniziale, il truka per la prima devastante notte della madre di Lotte a Istanbul) di quelle che dimostrano da sole una padronanza del linguaggio cinematografico che da meramente tecnica si fa significante. Per approdare all’unica conclusione possibile ad un melodramma odierno: la salvezza consiste nell’accettazione dell’altro, estraneo o familiare che sia.

 

Inarritu, come ha detto qualcuno? Forse nella costruzione un po’ artificiosa, che sembra rimandare (con tanto di dedica esplicita nel finale) a Babel : ma l’afflato morale, cosa peraltro assai rara nel cinema odierno e già questo costituirebbe un buon motivo per dargli un’occhiata non distratta, sembra piuttosto far pensare a Kieslowski e al suo cinema formalmente duro ma sotterraneamente pieno di pietas. Aggiungeteci ottimi attori, con menzione particolare per una Hanna Schygulla devastata quanto convincente, e avrete il quadro di un film da vedere. Il cinema tedesco cresce – Le vite degli altri e Quattro minuti docunt – e Akin non è nelle seconde fila del movimento.

Marco Cavalleri

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