Agata e la tempesta

Il film di soldini con Licia Maglietta recensito da Marco Cavalleri

 

AGATA E LA TEMPESTA
di Silvio Soldini

credits

AGATA E LA TEMPESTA Tit. Or.: Idem - Regia: Silvio Soldini - Scenegg.: S. Soldini, D. Leondeff, F. Piccolo - Int.: L. Maglietta, E. Solfrizzi, F. Battiston, C. Santamaria - Fotogr.: A. Catinari - Mont.: C. Cristiani - Musica: G. Venosta - Prod.: Italia, 2003- Distrib.: Mikado - Durata: 118'.

 

 

Genova, oggi. Agata, proprietaria di una piccola libreria, vede la sua vita sconvolta da due fatti concomitanti per quanto scollegati. Il primo è la relazione impetuosa con Nico, assai più giovane di lei e già sposato. Il secondo è la scoperta che l'amato fratello Gustavo, affermato architetto sposato a una psicologa che appare spesso in tv a suggerire consigli per la felicità coniugale, è in realtà figlio di altri genitori e fratello del folcloristico Romeo, improbabile dongiovanni che abita a Cicognara e campa la vita facendo il rappresentante di improbabili abiti. Tra crisi coniugali e relazionali, fenomeni pressoché paranormali (Agata è talmente carica di energia da far saltare lampadine e semafori al suo passaggio) e inaspettate tragedie, la famiglia finirà naturalmente per allargarsi e trovare una sorta di condivisa felicità.

Fin qui la trama di Agata e la tempesta, nuovo film di Soldini che segna per il regista il ritorno alla commedia dopo la parentesi - in verità non felicissima - di Brucio nel Vento. Logico che ci fosse una certa attesa, dopo la bella riuscita - sia in termini di critica che di inaspettato successo popolare - di Pane e tulipani. Ma il film, pur discreto, non regge il confronto col titolo precedente. E, mi si passi il paradosso, risulta inferiore "per eccesso". Eccesso, per essere più chiari, di ambizioni autoriali che finiscono col penalizzare piuttosto pesantemente l'opera. Il tentativo sembrerebbe quello di innestare sul corpo della commedia - ottimamente esperita nel titolo precedente - l'osservazione del reale fin quasi al "pedinamento" che caratterizzava Le acrobate, con i suoi tempi morti, gli sfasamenti dello sviluppo drammatico/narrativo, il suggerimento (magari insistito ma necessario) della casualità del vivere. Idea sulla carta apprezzabile, che si scontra però con un problema non da poco: la commedia ha necessità strutturali maggiori del dramma, non può procedere per mero accumulo di fatti ed effetti ma deve farlo per consequenzialità logica e temporale. Senza citare gli esempi della Hollywood degli anni d'oro si pensi solo alle strutture apparentemente svagate ma in realtà ferree poste in essere da Kaurismaki.

Strutture che qui, ahimè, latitano decisamente. Si assiste così a una miriade di spunti lasciati cadere (un solo esempio: che fine farà il padre della commessa della libreria?), ad inserzioni tragiche tanto fuori contesto quanto prive di apparente ragione (la morte di Romeo nel sottofinale), al continuo utilizzo di espedienti narrativi (la trovata del figlio scambiato, pur informando la vicenda, lascia davvero il tempo che trova). Il che finisce proprio col contraddire quella "ricerca della realtà" che sembrava alla base dell'operazione, quasi che il tentativo di riprodurre il quotidiano debba necessariamente passare per le forzature del romanzesco. E non bastano la buona verve degli interpreti o alcune azzeccate annotazioni di costume (l'invadenza della tv, l'incapacità di sognare in grande per accontentarsi del benessere) a far quadrare il cerchio. Per carità, il filmetto è gradevole, si sorride, capita anche di ridere con un certo gusto.

Ma dentro rimane davvero poco, un po' come i consigli librari fatti cadere con sufficienza lungo la pellicola che sono dimenticati appena usciti dalla sala. E più che alla leggerezza, spiace dirlo, si pensa a una certa inconsistenza.

Marco Cavalleri


back