Across the Universe

Nel complesso godibile, ma si poteva ragionevolmente sperare in qualcosa di più. Recensione di Marco Cavalleri

Across the Universe 
di Julie Taymor

 

Con Jim Sturgess, Evan Rachel Wood, Joe Anderson, Dana Fuchs, Martin Luther, T.V. Carpio, Spencer Liff. Genere Commedia, colore 131 minuti. - Produzione USA 2007 - Distribuzione Sony Pictures


Anni’60, ovvero – per citare una celebre battuta – il decennio di cui se ti ricordi vuol dire che non l’ hai vissuto. Jude, portuale di Liverpool con uno spiccato talento artistico, decide di andare negli States per ritrovare il padre che l’ ha abbandonato prima della nascita. Nel frattempo Lucy, liceale modello, coltiva il classico amore da provincia americana brutalmente interrotto dalla morte in Vietnam del suo boyfriend. Quando i due si incontreranno a New York è inevitabile che scoppi l’amore. Del resto è l’estate dell’amore e della psichedelia. Ma sono anche gli anni della sporca guerra, della contestazione, dell’attivismo politico che vira sul terrorismo. La storia si evolverà tra gioie e incomprensioni fino a conoscere uno stop. Ma, in fondo, tutti sappiamo che all you need is love

 

Julie Taymor è una notevole regista teatrale, i cui esiti al cinema non sono però sempre stati all’altezza del palcoscenico; e, se Titus aveva un per quanto leccato fascino visionario, Frida era poco più che un cinepolpettone agiografico assai prima che biografico. Chiaro che la si aspettasse al varco alla terza prova, soprattutto per le sue dichiarate ambizioni: raccontare gli anni ’60 sulla scorta di 33 canzoni dei Beatles, autentici aedi di quel periodo. Ecco allora questo Across the universe, presentato con buon successo alla recente Festa del Cinema romana.

 

Detto che il risultato non è disprezzabile, rimane però il rimpianto di un’occasione almeno in parte mancata.
Intendiamoci, con una colonna sonora del genere era difficile che la pellicola non avvincesse. E va dato atto alla regista (ma direi soprattutto a Daniel Ezralow, alle cui coreografie si devono i momenti più riusciti) di qualche scelta espressiva non ovvia, come l’arrivo a New York contrappuntato da Come togheter in un’atmosfera quasi di minaccia o la stravagante mise en scene di un altro pezzo mitico come Strawberry fields forever, con tanto di fragole destinate a diventare bombe durante uno scontro a fuoco nel ‘Nam. Peccato che qualche altra sequenza sia assai più corriva (si veda il trattamento sostanzialmente pedissequo di Lucy in the Sky with Diamonds, con "accensioni psichedeliche" che appaiono già superate dal sottofinale di 2001), per qualche comparsata inutile (Bono Vox atteggiato a guru californiano che canta I am the Walrus non aggiunge nulla, inducendo semmai qualche paragone nostalgico con l’originale).

E peccato soprattutto che la trama, ahimé, sia davvero poca cosa, riducendosi alla classica storia d’amore con happy end e citazione del concerto sul tetto dei Fab Four. Che però fu un canto d’addio, mentre qui passa per nuovo radioso inizio.

 

Ovvio che dire qualcosa di originale su un decennio che ha segnato le coscienze tanto quanto il cinema non era compito facile: ma affastellare situazioni tipo spesso schematiche per oltre due ore di metraggio, arrivando oltretutto col fiato corto come se l’ambizione massima fosse quella di infilare quanti più brani musicali possibile anche a discapito della tenuta drammaturgica, certo non aiuta a far crescere la considerazione per il lavoro svolto. Soprattutto se sorge il sospetto di una ricerca di "autorialità" più esibita che realmente sentita. Alla fin fine, sul periodo Hair aveva detto di più e di meglio: e come metteur en scéne, oltre che come regista tout court, Forman vale due o tre volte la Taymor.

Nel complesso godibile, e sicuramente un ottimo pretesto per riascoltare canzoni per cui non è retorico dire che hanno segnato un’epoca. Ma, non foss’altro per questo, si poteva ragionevolmente sperare in qualcosa di più.

Marco Cavalleri

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