Acqua tiepida sotto un ponte rosso

Il film di Shohei Imamura visto da Marco Cavalleri

ACQUA TIEPIDA SOTTO
UN PONTE ROSSO

di Shoei Imamura

CREDITS :
Titolo originale: De l' eau tiède sous un pont rouge
Regia: Shohei Imamura
Sceneggiatura: M. Tomikawa, D. Tengan, S. Imamura
Interpreti: K. Yakusho, M. Shimizu, M. Baisho
Fotografia: S. Komatsubara
Montaggio: H. Okayasu
Musica: S. Ikebe
produzione: Giappone/Francia, 2001
Distribuzione: BIM
Durata: 119'
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Chi pensa che la recessione sia un fenomeno tipicamente italiano si tranquillizzi. Anche il Giappone ne soffre, come testimonia il caso di Yosuke, quarantenne licenziato appena separatosi e i cui colloqui per un nuovo posto vanno tutt'altro che bene. L'incontro con Taro, vecchio vagabondo che poco prima di morire gli confessa di aver nascosto molto anni prima una statua d'oro del Buddha in una casa nella penisola di Noto, lo convince a partire per cercare il supposto tesoro. Che, com'era lecito aspettarsi visto il tempo trascorso, non c'è. Ma l'incontro con la misteriosa Saeko, ragazza cleptomane che ha la misteriosa proprietà di accumulare dentro si sé acqua eliminabile solo tramite l'amplesso, lo convincerà - tra incontri perlomeno stravaganti e avventure surreali - a restare. Non senza che un autentico geyser ne segnali la decisione…

Premessa necessaria: un film di Imamura - che, nonostante abbia vinto due Palme d'oro al Festival di Cannes rimane (almeno dalle nostre parti) uno degli autori più sottovalutati della storia del cinema recente - è sempre qualcosa che vale la pena di vedere. Non foss'altro che per colmare la distanza incolmabile che sembra separarci sempre di più dalla cinematografia giapponese, ormai cancellata di fatto dai nostri schermi.

Detto questo, va riconosciuto che - a dispetto del buon successo ottenuto a Cannes, dove a un certo punto sembrò entrare in competizione diretta con Moretti, e delle ottime recensioni che lo accompagnano nell'uscita italiana - non siamo di fronte a uno dei suoi lavori migliori. I temi rimangono gli stessi di sempre: la critica al Giappone moderno votato con paura al culto del profitto, il sesso come affermazione di una più autentica realtà, l'umorismo surreale che permea la vita, la predominanza delle donne come autentico sesso forte nei confronti di uomini sempre più smarriti perché prede più o meno inconsapevoli di convenzioni e diktat socio-economici cui non sanno sottrarsi.

Purtroppo, temi del genere necessiterebbero di uno script forte: invece ci troviamo di fronte a una sceneggiatura stiracchiata (di cui peraltro il nostro non può certo lamentarsi, visto che ne è tra i coautori) che vanifica in fretta gli spunti più interessanti per adagiarsi in un bozzettismo tanto gradevole quanto, in fondo, insignificante. Certo, la regia sarebbe ed è degna di ben altre ambizioni, le immagini si susseguono con anarchica piacevolezza, qua e là fa capolino il genio (basti pensare al millimetrico piano sequenza in cui Yosuke teme di riconoscere al di là della vetrata di un negozio un rivale nelle grazie di Saeko). Ma anche un regista di genio fa fatica a trascinare per due ore spunti che sarebbero più adatti a un mediometraggio. E così, pur se non mancano trovate divertenti (i pesci richiamati a frotte dalla perdita d'acqua di Saeko per la felicità dei pescatori locali) e qualche figuretta ben abbozzata (il nero che spera di vincere una gara podistica per trovarsi la strada spianata per la presidenza del proprio paese continuamente umiliato da Yosuke che corre a soddisfare la sua bella) la pellicola alla fine lascia un po' insoddisfatti. Di quella insoddisfazione che prende quando ci si rende conto di aver di fronte un'operina che, con un po' più di convinzione, avrebbe potuto ambire allo status di opera tout court.

Marco Cavalleri


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