A tempo pieno
di Laurent Cantet. Recensione di Marco Cavalleri
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Credits:
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Vincent è un manager oltre la quarantina, di quelli che sostanziano la medio - alta borghesia francese: bella moglie, famiglia felice, genitori disponibili e casa all’altezza delle ambizioni di apparenza. Ha appena ottenuto un incarico di prestigio per l’Onu a Ginevra, ma si riserva il fine settimana per tornare a casa e seguire i figli. In più, la sua posizione di diplomatico gli permette di consigliare agli amici investimenti non del tutto legali ma dal grande rendimento. Tutto bene, dunque? Tutt’altro. In realtà Vincent è disoccupato: ma ammetterlo significherebbe dover fornire spiegazioni penose e ammettere una sia pur temporanea sconfitta. Eccolo allora inventarsi di giorno in giorno nuovi impegni, lanciarsi in piccole truffe, entrare nel mercato della contraffazione sostenuto e guidato da un ex funzionario della Comunità Europea che ha da tempo saltato il fosso. Il gioco non potrà reggere a lungo: alla fine Vincent dovrà decidere di trovare un nuovo lavoro, riuscendoci senza apparente sforzo. Ma non è detto che si tratti di un happy end… Non vorrei dare l’impressione di esagerare - in definitiva siamo solo al suo secondo lungometraggio - ma forse bisogna cominciare a pensare al francese Cantet come al naturale successore di Ken Loach. Successore certo più giovane, meno schematicamente schierato e più ambiguo: di fatto, comunque, l’unico registra che sembri avere a cuore le problematiche collegate al lavoro nella cosiddetta epoca della flessibilità. Già il suo primo film, Risorse umane, rivelava un talento non comune: quest’ultima opera - premiata peraltro con il Leone dell’anno a Venezia (premio tra i più astrusi mai consegnati da una giuria: ma sembra inutile far polemiche) non fa che confermarlo. Ancora una volta il centro dell’attenzione è la quotidianità, l’impiego del tempo (come suona il titolo originale), l’influsso della vita lavorativa sulla vita in generale: temi già affrontati nella pellicola precedente, ma che qui subiscono un ulteriore processo di raffinazione finendo col parlare non solo della classe operaia ma dell’uomo in quanto tale come prestatore d’opera, materiale o intellettuale che sia. Il protagonista non fa certo parte degli strati più indifesi della società. È un manager, un uomo abituato a dirigere la propria vita e quella altrui: ma il contraccolpo psicologico lo induce a inventarsi una professione, a dormire in macchina per evitare domande, a truffare il proprio padre o gli amici più cari. Producendo però l’effetto inaspettato di riscoprire la propria vita, un tempo determinato solo dalla volontà e dal caso, in definitiva una libertà sconosciuta. Libertà a cui dovrà rinunciare per rientrare nei ranghi: e il lentissimo zoom sul suo volto che chiude il film, accompagnato dalla voce sempre più distante dell’esaminatore che gli comunica l’assunzione, ci dice di una disperazione dimostrata more geometrico, per cui il ritorno alla normalità coincide con la perdita dell’identità personale. Ben diretto, ottimamente scritto e magnificamente recitato da un attore - il fin qui sconosciuto (almeno dalle nostre parti) Aurélien Recoing, capace di mantenere un sottotono costante per tutta la pellicola - A tempo pieno merita senz’altro la visita. Perché parla di temi fin troppo spesso rimossi senza cadere nella retorica ma anche senza cedere alla facile consolazione: il lavoro è una schiavitù necessaria ma resta pur sempre una schiavitù. Se dovessi definirlo con una parola, importante.
Marco Cavalleri |