A morte Hollywood

Il film di John Waters recensito da Marco Cavalleri

A MORTE HOLLYWOOD
di John Waters

Credits:
Titolo originale: Cecil B. Demented
Regia, sceneggiatura: J. Waters
Interpreti: M. Griffith, St. Dorff, A. Witt
Fotografia: R. Stevens
Musica: Z. e B. Poledouris
Montaggio: J. Wolf
Produzione: Usa/Francia, 2000
Distribuzione: BIM
Durata: 84’. 
 

 

Una diva, Honey Whitlock, che arriva a Baltimora per presentare l’anteprima del suo ultimo film.Un giovane direttore di sala, Sinclair Stevens,che si sta facendo in quattro con la sua crew per accoglierla come si conviene. Ma la sera della prima non mancheranno le sorprese: dietro l’apparenza del giovane integrato Sinclair nasconde l’anima del regista militante, innamorato del cinema indipendente e d’autore. Tanto da rapire la capricciosa star per costringerla a recitare in un suo film, improbabile storia di una proprietaria di cinema cjhe decide di usare la violenza contro la paccottiglia hollywoodiana. E il bello è che Cecil B. Demented - nome di battaglia del giovane film - maker - convincerà Honey a diventare una vera musa dell’underground. A costo di rimetterci la vita…

Chi si rivede: dopo un silenzio durato quattro anni (cinque, a dire la verità, ma l’ultimo è da imputare ai capricci della distribuzione) ecco di nuovo sugli schermi John Waters, per antonomasia il guru del trash. Forse non all’altezza delle sue cose migliori, forse un po’ troppo istituzionalizzato per i palati più radicali (il film, non va dimenticato, fu presentato nella selezione ufficiale di Cannes 2000) ma ancora capace di una salutare cattiveria e di un soave cattivo gusto. Cambia, semmai, l’oggetto della dissacrazione: non più la piccola/media borghesia americana, sentina di ogni vizio e degradazione, bensì lo stato del cinema americano. Che, come abbiamo rilevato più volte anche noi, non gode di grande salute. Il regista lo sottolinea con il gaddiano "sguardo carezzoso dell’odio", imbastendo una sceneggiatura scombiccherata finché si vuole (del resto il Waters regista è sempre stato assai meglio del Waters sceneggiatore) ma capace di ricordarci tra le numerose risate (sì, per una volta si ride davvero) la situazione desolante di un cinema che, nel bene e nel male, resta quello che raccoglie le maggiori preferenze e determina i gusti a livello globale. Basti guardare alla sequenza di apertura, in cui i cartelli dei multiplex portano titoli solo all’apparenza improbabili come il remake di "Vertigo" o vedono le sale monopolizzate alternativamente da "Star Wars" e "Star Trek": se la razione immediata è quella del divertimento, l’immagine è di quelle che sul lungo fanno riflettere. Né, del resto - a parte la spontanea simpatia per i più deboli - sembra tanto meglio l’accozzaglia che si raccoglie intorno al visionario regista, formata da ex dive del porno dal passato improbabile e da sataniste acqua e sapone. Tanto da far venire il sospetto che, forse, l’apparente irriducibilità tra cinema delle major e d’autore sia solo una questione di soldi e di preoccupazioni di marketing. Messaggio che passa tra numerose sbandate, non poche cadute di gusto e una trama capace di alternare passaggi memorabili (la prima mezz’ora con i preparativi e l’esecuzione del rapimento, l’esilarante scena nel cinema che proietta pellicole d’arti marziali) ad altri che girano decisamente a vuoto. Ma, per l’appunto, passa. Il che non ne fa una pellicola impedibile, certo. Ma se volete divertirvi con un po’ d’intelligenza il consiglio è di non mancarlo.

Marco Cavalleri


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