A mia sorella
Non vale nemmeno la pena di prendersela troppo per lo stereotipo con cui viene messo in scena il ragazzo romano, convinti come siamo che non sia un problema di sciovinismo d'oltralpe, quanto piuttosto la convinzione dell'autrice che ogni atto sessuale è anche atto di violenza. Recensione di TULLIO DI FRANCESCO

A MIA SORELLA
di Catherine Breillat
recensione di
TULLIO DI FRANCESCO
credits
A MIA SORELLA! (À ma soeur, 2001)
REGIA: Catherine Breillat.
FOT: Yorgos Arvanitis.
SCENOG: François Renaud Labarthe.
MONT: Pascale Chavance.
COST: Catherine Meillan.
PROD: Jean-Françoise Lepetit.
DISTR: Istituto Luce.
ORIGINE: FRANCIA.
DURATA: 1h:33'
INTERPRETI: Anaïs Reboux (Anaïs), Roxane Mesquida (Elena), Libero De Rienzo
(Fernando), Arsinée Khanjian (la madre), Romain Goupil (il padre), Laura Betti
(madre di Fernando)
Anaïs ed Elena sono sorelle e, come spesso accade tra giovani sorelle, sono assolutamente antitetiche e bisticciano in continuazione anche se in fondo si vogliono un bene dell'anima. Anaïs, dodici anni, è la più giovane, sovrappeso e fantastica assieme alla sorella su come sarà la fatidica prima volta. Elena, invece, quindici anni, complice la sua bellezza e la disponibilità nei confronti dell'altro sesso, è pienamente consapevole del suo potere sessuale e vuole finalmente togliersi questa curiosità. In vacanza, le due sorelle conoscono l'italiano Fernando che, sebbene di parecchi anni più grande di loro, si interessa immediatamente ad Elena. La quale ha già deciso di concedersi totalmente al suo innamorato, e luogo dei loro incontri diventa la cameretta che lei divide con Anaïs, che assiste da indiscreta testimone alla deflorazione della sorella. Lungo la strada di ritorno dalle vacanze, però, una tragedia inattesa non inficia minimamente il rabbioso attaccamento di Anaïs alla propria voglia di sessualità…
Catherine Breillat torna dietro alla macchina da presa dopo il millantato
scandalo del "porno" Romance, e la reiterata pigrizia della stampa - quando non
addirittura la mala fede - è dimostrata da come si sta già montando un "caso"
attorno a questo A mia sorella! (con sentiti ringraziamenti da parte degli
uffici stampa). La formula Catherine Breillat = scandalo sembra essere
l'imperativo di comodo (non che la signora in questione non abbia fatto nulla
per meritarselo), e così ogni suo film deve essere ricondotto ormai a quella
matrice viscidina e untuosa che è il repertorio (presunto) di ogni buon voyeur
che si rispetti. E si finirebbe per perdere per strada l'azzeccata descrizione
che, attraverso il ritratto di queste due sorelle, si ha di quel momento ingrato
e trepidato che è il passaggio dalla pubertà all'adolescenza, momento delicato e
difficilmente portato sullo schermo con efficacia.
La Breillat tratteggia con delicatezza l'amicizia-complicità che lega queste due sorelle, complementari malgrado l'apparente antagonismo dovuto alla esigua differenza d'età, e ha mano felice nel descrivere il loro mondo così ritagliato da quello degli adulti, totalmente assenti se non per punire o assicurarsi dei loro meri bisogni fisici, oppure distorti grottescamente come il personaggio della madre di Fernando interpretato dalla nostra Laura Betti (tanto da ricordare, anche se in un contesto completamente diverso, il mondo dei Peanuts di Charles M. Schulz). La cinematografia francese si è spesso distinta per la sua capacità di riportare sullo schermo l'adolescenza, ed è come se la Breillat (inconsapevolmente? volutamente?) si fosse messa sulla scia del Vigo di Zero in condotta o del Truffaut di I quattrocento colpi e Il ragazzo selvaggio.
C'è poi l'aspetto sessista nel suo cinema. E qui non vale nemmeno la pena di prendersela troppo per lo stereotipo con cui viene messo in scena il ragazzo romano, convinti come siamo che non sia un problema di sciovinismo d'oltralpe, quanto piuttosto la convinzione dell'autrice che ogni atto sessuale è anche atto di violenza. Il che ci riconduce a quel finale talmente stonato e debordante capace da solo di rovinare la riuscita del film. Comprendiamo che proprio nella battuta finale di Anaïs si esplichi tutto l'estremismo di questo carattere di donna che pone tra sé e il mondo la bulimia del proprio corpo, ma viene da chiedersi se c'è veramente bisogno di essere "autori" ad ogni costo, provocatori ad oltranza? Se la regista si fosse concentrata sulla vacanza, avremmo avuto un altro bel film francese sull'adolescenza. Così come stanno le cose abbiamo ora un'opera velleitaria che vuole calcare fino in fondo una tesi che bisognerebbe approfondire con vari distinguo, se non si vuol finire per fare di tutta l'erba un fascio.
Tullio Di Francesco