A l'attaque
Il film di Robert Guediguian del 2000 recensito da Marco Cavalleri

A L'ATTAQUE
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Titolo originale
Marsiglia, oggi. Cosa succede se due sceneggiatori sono in crisi di idee? Succede che parlino, discutano e dalla loro discussione nasca pian piano un film. Che dovrebbe riguardare la storia di una famiglia dell’Estaque (quartiere popolare della periferia marsigliese), povera ma dignitosa, che lotta con tutti i mezzi per difendere il proprio garage dalla rapacità delle banche e dai propositi truffaldini di un capitalista multinazionale. Storia di tutti i giorni e di tutte le latitudini, a ben vedere. Solo che i due, pur nelle rispettive differenze di vedute e interessi, hanno deciso che per una volta debba trattarsi di una storia divertente e debba finire bene. E bene finirà, sia pure tra ripetuti svarioni e scene da eliminare non appena le abbiamo viste causa il disaccordo dei due cervelli all’opera. Il che non guadagnerà alla coppia alcun premio: ma, almeno al cinema, per una volta il bene avrà avuto ragione contro i loschi disegni del capitale…
Dopo anni di sostanziale anonimato Robert Guediguian sembra aver conquistato
l’Italia cinefila. Quest’anno sono stati distribuiti ben due suoi film - l’altro
essendo La ville est tranquille - che hanno ricevuto buona se non ottima
accoglienza critica e incassi, sia pur di nicchia, più che decorosi. Glorie
meritate? Solo in parte, a mio parere. Intendiamoci, il regista marsigliese è
uno dei pochi a non vergognarsi di trattare temi sociali e a dichiarare le
proprie simpatie politiche smaccatamente di sinistra: ma, se questo può renderlo
simpatico sul piano umano, non basta a farne un cineasta di rilievo. E anche
questa sua ultima fatica - girata in pratica per costituire un dittico colla
pellicola sopra citata - non manca di lasciare qualche perplessità. Certo, la
commedia è simpatica e ben recitata, grazie soprattutto a una sceneggiatura dai
tempi comici ben rodati e dai dialoghi, sempre improntati al buon umore. Il tema
ormai frusto del film nel film è condotto con grazia e qualche impennata
surreale di quelle che non sarebbero dispiaciute al decano Clair. Aggiungiamoci
pure un’ottima compagnia di attori - sempre gli stessi di film in film, sempre
più aderenti alla parte - che suscitano immediata simpatia e avrete il quadro di
una pellicola che si segue tutto sommato volentieri.
Ma sull’altro piatto della bilancia dobbiamo purtroppo mettere una certa
genericità ideologica che sfocia nel manicheismo, personaggi tagliati con
l’accetta, un populismo sincero ma non troppo lontano dalla demagogia,: in
definitiva, un approccio retorico e lato sensu declamatorio che finisce col
lasciare il tempo che trova. Vi capiterà di leggere paragoni con il cinema di
Ken Loach, ma il confronto è davvero impari.Il maestro inglese è un autore tout
court anche nei suoi errori e nelle sue sbandate populiste: Guediguian è un
intellettuale forse sincero - non voglio entrare in merito - ma che preferisce
giocare sul facile, dando allo spettatore esattamente quanto ci si attende senza
mai uno scarto o una sorpresa. Siamo più dalle parti di Billy Eliot che
di Riff Raff o Piovono pietre, con in più l’aggravante di un
"realismo poetico" memore del cinema dell’epoca del Fronte Popolare che appare
oggi assai datato. Volendo ridurla a slogan, si può vedere. Ma è il massimo
elogio che gli si possa fare.
Marco Cavalleri