28 settimane dopo
Passano cento minuti senza annoiarsi. E qualche brivido affiora. Un film non necessario, e ben difficilmente destinato ad essere ricordato. Ma almeno godibile. Recensione di MARCO CAVALLERI

28 settimane dopo
di Juan Carlos Fresnadillo
con Robert Carlyle, Rose Byrne, Jeremy Renner, Harold Perrineau, Jr., Catherine McCormack, Mackintosh Muggleton, Imogen Poots.
Genere Horror produzione Gran Bretagna, Spagna, 2007 Durata 99 minuti circa.
28 settimane dopo il deflagrare dell’epidemia che ha ridotto la popolazione britannica a un ammasso di rabbiosi simil – zombi, nell’isola sembra tornata la calma: l’ultima vittima del virus è morta ormai da sei mesi. Tanto da indurre l’esercito degli Stati Uniti a tentare un ripopolamento mirato della Gran Bretagna a partire da Londra. Ma qualcuno, senza saperlo, è portatore sano. E il fatto che si tratti di una madre di famiglia che inaspettatamente si ricongiunge ai suoi cari – e soprattutto a un consorte divorato dai sensi di colpa per averla abbandonata al culmine dell’epidemia - sarà inevitabilmente foriero di un nuovo e peggiore dilagare del morbo…
Ė sempre necessario produrre il sequel di un film di successo? Chi frequenta le sale – ma anche chi aspetta il cinema in casa – sa benissimo che la risposta è no: se l’operazione è quasi sempre pretestuosa, il risultato di solito è peggiore dell’originale. 28 settimane dopo ha il merito, comunque non minore, di fare eccezione almeno per quanto riguarda la riuscita. Se, infatti, nessuno sentiva la necessità di un prolungamento del riuscitissimo lavoro di Danny Boyle, va detto che almeno di buon cinema si tratta. Sarà che a produrre è lo stesso Boyle, sarà che il parterre attoriale – a partire da Robert Carlyle, che spiace vedere sempre meno sullo schermo – è di quelli ben scelti. Sarà infine che il regista Fresnadillo – autore qualche anno fa del discreto Intacto – sembra avere una stoffa superiore a quella del mero mestierante; ma il risultato nel complesso è di quelli che si lasciano vedere. Con qualche arricchimento tematico rispetto al precedente (l’immunità naturale che, mal gestita, si trasforma nella peggiore delle minacce; la fuga che non risolve ma fa anzi da prodromo al dilagare dell’epidemia fin sotto la Torre Eiffel) e almeno un paio di sequenze – quella iniziale della fuga del protagonista e quella in cui un elicottero viene impropriamente usato come ghigliottina – che possono aspirare a un posto tra quelle memorabili del cinema fanta – horror o del cinema tout court.
Certo, le ingenuità di sceneggiatura abbondano (una su tutte: quale esercito,
per quanto scalcagnato, affiderebbe l’intera gestione del complesso di
ripopolamento a un civile?) e qua e là l’uso di una macchina a mano più
programmatica che realmente necessaria infastidisce. Ma intanto si passano cento
minuti (titolo senz’altro di merito) senza annoiarsi. E qualche brivido affiora.
Non necessario, come si diceva, e ben difficilmente destinato ad essere
ricordato. Ma almeno godibile, per riassumere in una parola che (ahimè) uscendo
dalle sale usiamo sempre meno.
Marco Cavalleri