28 giorni dopo
Il film di Danny Boyle recensito da Marco Cavalleri

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GIORNI DOPO
recensione di
credits Tit. or.: 28 days later – Regia: Danny Boyle – Scenegg.: A. Garland – Int.: C. Murphy, N. Harris, B. Glleson, Ch. Eccleston – Fotogr.: A. Dod Mantle – Mont.: Ch. Gill – Musiche: J. Murphy – Prod.: GB, 2002 – Distrib.: 20th Century Fox Italia – Durata: 112’.
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Inghilterra, oggi. Durante un’irruzione in un laboratorio di ricerca sulle scimmie un gruppo di animalisti trova alcuni scimpanzé rinchiusi in minuscole gabbie circondate da schermi video che trasmettono ossessivamente immagini violentissime. Va da sé che, ignorando l’avvertimento del medico di guardia, tentino di liberarle. Ma gli animali sono infetti di un virus che – trasmissibile per mero contatto col sangue – produce una rabbia incontenibile. Quando 28 giorni dopo Jim si risveglia dal coma, trova un mondo devastato: l’epidemia è già dilagata per tutto il Regno Unito (se non per il mondo) e i pochissimi superstiti devono difendersi da vere e proprie orde di ipercinetici e feroci simil – zombi. L’unica speranza sembra quella contenuta nel messaggio di una compagnia dell’esercito di stanza a nord di Manchester. Ma una volta arrivati a destinazione Jim e gli altri scopriranno che non esiste belva peggiore del cosiddetto uomo civilizzato…
Presentato al Sundance con buon successo, 28 giorni dopo segna il ritorno al cinema di Danny Boyle. Che, dopo essersi rivelato all’universo mondo con Trainspotting, era incappato in un paio di film diversamente sbagliati (tra cui il tremendo The beach) e sembrava destinato a rapido oblio. Il fatto che la sua ricomparsa fosse legata a un fanta – horror a basso costo e girato in digitale non sembrava promettere nulla di buono: per fortuna la pellicola smentisce le attese. Intendiamoci, siamo effettivamente di fronte a un lavoro minore – e per budget e per pretese diciamo così artistiche – ma il talento c’è ancora. Talento derivativo, certo, ché Boyle è di quei registi che illustrano mondi altrui piuttosto che mettere in scena i propri, senza troppo preoccuparsi della novità delle idee o della forza significante del proprio lavoro. E qui si naufraga – non sempre dolcemente - in un autentico mare di citazioni, da quelle più ovvie (I sopravvissuti, La città verrà distrutta all’alba) ad altre decisamente più insolite (i soldi abbandonati per strada di fronte allo stupefatto e ancora ignaro Jim che rimandano direttamente al misconosciuto Ultimo uomo sulla terra di Ragona) o sottili (l’esercito come congrega peggiore degli stessi mostri cui dovrebbe dare la caccia rimanda senz’ombra di dubbio al Giorno degli Zombi di Romero).
Ma il regista scozzese ha almeno il merito di saper usare ottimamente la macchina da presa, regalando qualche sequenza – l’attraversamento a piedi di una Londra deserta e spettrale, il concitatissimo e violento sottofinale – di quelle che si ricordano. E sa fare di una debolezza – l’utilizzo del digitale, con la sua grana cromatica assai più limitata e la minore luminosità – un punto di forza dell’opera, le cui immagini sgranate e buie riescono qua e là a trasmettere effettivamente il senso dell’ apocalisse prossima ventura. Ben scritto nonostante tutti i "prestiti" di cui si diceva sopra, funzionalmente recitato e ottimamente montato, 28 giorni dopo è tutt’altro che il classico fondo di magazzino da gettare in pasto alle distratte platee estive. E può sempre valere da esorcismo nei confronti di una realtà (vedi Sars, Ebola e quant’altro) che sembra purtroppo decisa a perseguire in proprio l’ipotesi di una possibile apocalisse virale…
Marco Cavalleri |