21 grammi
Il film di Inarritu con Sean
Penn, Benicio del Toro, Naomi Watts e Charlotte Gainsbourg recensito da Tullio
Di Francesco

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21
GRAMMI
credits 21 GRAMMI (21 grams, 2003) REGIA: Alejandro González Iñárritu. SCENEGG: Guillermo Arriaga Jordán. FOT: Rodrigo Prieto. SCENOG: Tom Betts. MONT: Stephen Mirrione. COST: Marlene Stewart. MUSICA: Gustavo Santaolalla. PROD: Alejandro González Iñárritu, Robert Salerno, Ted Mode. DISTR: BIM. ORIGINE: USA. DURATA: 2h:05' INTERPRETI: Sean Penn (Paul Rivers), Benicio Del Toro (Jack Jordan), Naomi Watts (Cristina Peck), Charlotte Gainsbourg (Mary Rivers), Melissa Leo (Marianne Jordan), Clea DuVall (Claudia), Danny Huston (Michael).
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In principio non tutto è chiaro. Si può intuire che c'entrano un uomo dall'infanzia difficile che ora crede ferventemente nel potere onnisciente di Dio, un matematico la cui salute peggiora continuamente e una donna, sposa e madre felice di due bambine, che per una particolare ragione che non c'è dato sapere sprofonda sempre più in un abisso senza fine. Poi, man mano che i brandelli della storia procedono in maniera casuale e lo spettatore è chiamato in prima persona a collocarli nella giusta successione, il senso inizia a farsi più chiaro e si comprendono pienamente anche elementi come un incidente automobilistico, un trapianto di cuore, una disperata caccia all'uomo e, sopra a tutto, l'imponderabile, insostenibile domanda di quanto pesano 21 grammi, niente più di cinque nichelini impilati l'uno sull'altro, il peso di un colibrì, il peso che, secondo alcuni, si perde quando si muore. È forse questo il peso dell'anima?
Alejandro González Iñárritu era già stato una rivelazione con il suo film d'esordio Amores perros, composto di tre episodi che riecheggiavano simmetrie e consonanze, e il suo talento non era passato inosservato nemmeno nel film corale 11 settembre 2001, dove doveva competere con registi del calibro di, tra gli altri, Youssef Chahine, Danis Tanovic, Idrissa Ouedraogo, Ken Loach, Amos Gitai, e Shohei Imamura. Con il suo secondo lungometraggio Iñárritu dimostra che il suo esordio non è stato semplicemente un fuoco di paglia, ma che, anzi, sulla scena internazionale si staglia ora un nuovo autore di cui in futuro non si potrà fare a meno di tener conto, un autore la cui ultima opera non temiamo a definire immensa, con buona pace di coloro che hanno nicchiato perché l'hanno trovata troppo cupa e pessimista (e Bergman, allora?).
Qui Iñárritu, regista messicano, si trova per la prima volta in suolo americano a confrontarsi con modelli produttivi che certo non sono teneri né con chi nutre velleità autoriali né con chi è alle prime armi. Le possibilità che il film finito si rivelasse un'opera spuria e limitata nelle intenzioni, quindi, erano enormi, ed invece 21 grammi si presenta come un film perfetto sotto ogni punto di vista, assolutamente libero, in cui il regista, sebbene si trovi a dirigere tre veri e propri divi (ma dissidenti come Sean Penn e Benicio Del Toro e non ancora consolidati come Naomi Watts), riesce a non farsi prendere la mano da loro e ad amalgamarli perfettamente ai fini di una pellicola che, cosa sempre più rara, appartiene a quel genere che ha la capacità di far uscire dalla sala lo spettatore lasciandolo ancora frastornato. Nell'ardita scelta stilistica del montaggio, l'universo di Iñárritu si rivela ancora una volta frammentato, episodico, ma dove tutti gli elementi convergono gradualmente per arrivare ad una conflagrazione che è contemporaneamente esistenziale ed ontologica. La cinepresa è spesso usata a mano, per seguire nervosamente le traiettorie disegnate da questi volti che via via si sfanno, si imbruttiscono nella plumbea luce che permea tutti gli esterni, nella grossa grana della fotografia che affligge gli interni.
Tenendo anche conto della giovane età dell'autore, se non ci sbagliamo solamente nel caso di un Paul Thomas Anderson si era assistito in un giovane ad una capacità di saper affrontare in maniera credibile e matura, con la stessa generosità e pietas, interrogativi così vasti ed intensi, di saper fotografare la deriva e l'incertezza dell'uomo contemporaneo. Non è detto che alla fine tutte le domande trovino risposta, nemmeno la suprema, quella che dà il titolo al film, ma in fondo la realtà è forse tanto differente? Il film, che in realtà meritava molto di più, alla 60. Mostra del Cinema di Venezia si è visto assegnare "soltanto" la Coppa Volpi per l'interpretazione di Sean Penn, quando nessuno degli altri interpreti era da meno. L'esito dei Golden Globe lascia ben sperare per un riconoscimento ufficiale durante la notte degli Oscar. Speriamo che sia così, ciò permetterebbe una maggiore visibilità ad un'opera che altrimenti rischierebbe di passare quasi inosservata dalla maggioranza del pubblico. Immeritatamente.
Tullio Di Francesco |