2046
Il film di Wong Kar-wai con Tony Leung, Gong Li, Faye Wong, Takuya Kimura, Ziyi Zhang, Carina Lau Ka Ling e Chang Chen, in una recensione di Tullio Di Francesco

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2046
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REGIA: Wong Kar-wai.
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Chow Mo-wan è uno scrittore di Hong Kong che ha intitolato il romanzo che sta scrivendo 2046. Nel libro il giapponese Tak cerca di convincere wjw 1967 a fuggire con lui per la misteriosa destinazione di 2046, un luogo (della memoria?) verso cui molti salpano per mai più far ritorno. Tak è l’unico che per il momento è tornato indietro. Intanto Chow Mo-wan la notte di Natale del 1966 si vede rifiutare dalla donna che ama, Su Lizhen, la proposta di volare insieme da Hong Kong a Singapore. È la rottura, e per i successivi tre anni, ogni 24 dicembre, lo scrittore si ritrova con una donna diversa nella stanza 2046 di un albergo: prima tocca alla spensierata Lulu, poi alla figlia del proprietario dell’albergo, Wang Jingwen, innamorata di un giapponese sparito all’orizzonte e mai tornato a coronare la promessa fattale, e infine alla scatenata Bai Ling, prostituta d’alto bordo che finisce per amare profondamente lo scrittore. Ma Chow Mo-wan è sprezzante e scostante nei confronti delle donne, l’ha imparato da un’esperienza precedente nascosta nel suo passato, quando nella Hong Kong del 1962, in "un’atmosfera amorosa", un’altra Lizhen (o la stessa?) lo aveva abbandonato al suo destino…
Wong Kar-wai torna alla regia dopo quattro anni di assenza con quello che si riteneva l’attesissimo seguito di In the Mood for Love e che invece, com’è facilmente comprensibile anche da un riassunto molto sommario della trama, riprende situazioni e personaggi del film precedente, ma un seguito proprio non lo è. È piuttosto un percorso tra i ricordi alla ricerca di un tempo perduto tra sfasamento dei corpi e dei volti, in un universo come quello postmoderno dove la memoria non può più avere margini ben definiti, e anch’essa, com’è inevitabile (o di moda?) che sia, deve confrontarsi con la realtà virtual-onirica di un mondo "metropolisiano" (pensando al geometrico espressionismo langhiano) o "megaloppoliano" (Megalopolis non dovrebbe essere il prossimo estremo-impossibile progetto di Coppola sempre annunciato e sempre rimandato?). Questo a volerne fare una disamina nobilitante, poi ci sarà sicuramente chi dirà che il film di Kar-wai non è altro che un gran guazzabuglio privo di idee e a corto di ispirazione rispetto a In the Mood for Love. Noi non abbiamo visto la versione di 2046 proiettata a Cannes e diversa da quella che sta attualmente circolando sui nostri schermi (pare che il regista abbia perfezionato alcuni raccordi e qualche inquadratura generata al computer), ma in ogni caso si ha l’impressione che l’attesa sia stata lunga e che la montagna abbia poi generato il proverbiale topolino.
Kar-wai non ha i numeri per stare alla pari con i grandi maestri citati precedentemente, ma non è nemmeno l’ultimo arrivato, e le sue velleità autoriali ne risentono per esiti e ambizioni. La misura e la concentrazione di In the Mood for Love qui sono dimenticate, quello che lì era trattenuto e suggerito in 2046 è spiattellato e ripetuto. Difatti, per chi ha avuto occasione di vederlo a Venezia, è molto meglio l’estemporaneo The Hand, episodio firmato da Kar-wai del corale Eros (gli altri episodi sono di Steven Soderbergh e Michelangelo Antonioni), che non a caso è un cortometraggio e ha il merito di far capire che ciò che si doveva sviscerare sull’argomento è già stato sviscerato. Insistere significa cedere al calligrafismo proustiano più sfacciato, ma il proustismo di facciata finirebbe per filtrare anche nell’insieme dell’opera dando vita ad un cinema decadente che francamente ci pare fuori tempo massimo. Ora è il momento di lasciarsi alle spalle il decadentismo e iniziare a pensare ad altro. Magari guardando avanti.
Tullio Di Francesco |